giovedì, Luglio 2

‘Zona Rossa’: un libro tutto da studiare Eventi diversi, in epoche diverse, avrebbero dovuto affinare la nostra sensibilità all’emergenza. Non è stato così

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«È difficile prevedere quanto ancora durerà la nostra lotta contro il Covid-19» afferma Walter Ricciardi, già Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, che introduce il libro ‘Zona Rossa’ di Lelio Alfonso e Gianluca Comin: una buona carrellata di spunti su come si sta comportando la comunicazione in questa fase di pandemia che stiamo attraversando. E che, ne siamo amaramente convinti, non abbiamo per niente superato.

Certo, quando vediamo la curva dei contagiati scendere, ci compiaciamo di un pericolo che si allontana dalle nostre case. Ma se poi leggiamo su giornali che pretendono di essere letti, titoli come ‘Solo 8 decessi’, ne rabbrividiamo immaginando che sì, nelle case di otto famiglie si sopporta un decesso, ma tra quelle mura si piange e basta, e non importa l’età, non deve interessare nessuno se il deceduto è stato uno scrittore, un calciatore o un semplice imbianchino. E magari novantenne, così che a quell’età non si ha avuto nemmeno il diritto della ventilazione, se è vero che qualche medico si è arrogato il compito divino di deciderne le sorti. Punto molto oscuro, quest’altro e pur esso da affrontare: magari nei test per i prossimi esami di ammissione alle facoltà scientifiche, tanto per raffinare un po’ meglio l’imbarbarimento a cui ci sta portando la politica e l’amministrazione del nostro Paese.

In realtà, a noi professionisti dell’informazione e della scienza questa fase cruciale del combattimento dell’epidemia sta insegnando molte cose, e forse un po’ di saggezza dovrebbe condire ogni discussione, ogni aspetto superficiale ma anche di maggior profondità della vita di tutti i giorni.

Al di là delle cronache agghiaccianti a cui abbiamo assistito, grazie anche ad un uso molto approssimativo delle immagini televisive, oggi emergono tanti particolari di una sanità pubblica affidata in maggior parte allo spirito di sacrificio e all’improvvisazione dei suoi operatori piuttosto che a una attenta pianificazione delle attività in caso di emergenza.

Qualche lettore sarà stato suggestionato da chi ha affermato che mai si è verificata un’emergenza così invasiva. Noi riteniamo sia vero il contrario. L’Italia, per la sua conformazione morfologica, ci ha insegnato molte incapacità nella sopportazione di un insulto naturale o generato da errore umano. Non riteniamo necessario produrre in queste righe dei tragici elenchi: dal terremoto di Messina del 1908 in cui in molte zone si iniziò a scavare dopo giorni di attesa, perché quella classe di monarchi di quattro soldi che avevamo a Roma erano stati incapaci di comprendere la portata dell’evento. Ma c’è stato poi il disastro dell’Icmesa di Seveso, nella notte del 10 luglio 1976, in cui in una zona incredibilmente vasta si sparse quella stessa diossina che veniva utilizzata dai soldati americani nelle paludi acquitrinose del sud est asiatico. E poi tutta la scia dei terremoti, delle alluvioni, per non scordare l’inondazione del Vaiont. Insomma eventi diversi, in epoche diverse, che avrebbero dovuto affinare una sensibilità all’emergenza piuttosto che trascurarne le conseguenze.

Uno degli eventi che più di tutti ci ha colpito –ma troppi ne sono per elencarli- è stata onestamente il veder contingentata la distribuzione dei dispositivi individuali di protezione agli operatori sanitari che presidiavano i punti nevralgici dell’infezione, e non ci rassegniamoalla consapevolezza che già i rapporti dei servizi del 2019 facevano menzione del rischio di coronavirus nelle loro relazioni.

Ora poi scopriamo –notizia ‘Ansa di questi giorni- che il virus sta alimentando un conflitto generazionale in materia di benessere economico ed accesso alle cure sanitarie. L’agenzia di stampa si rifà alla ricerca dell’Osservatorio Censis-Tendercapital dal titolo ‘La silver economy e le sue conseguenze nella società post Covid-19’, secondo cui ben cinque giovani su 10 in emergenza vogliono penalizzare gli anziani nell’accesso alle cure e nella competizione sulle risorse pubbliche.

C’è da restare profondamente addolorati da «questa inedita voglia di preferenza generazionale nell’accesso alle risorse e ai servizi pubblici, legata alla visione del longevo come privilegiato dissipatore di risorse pubbliche». Così le conclusioni del rapporto.

Non a queste persone -che niente capiscono della realtà in cui viviamo- ma tanti politici e operatori pubblici consigliamo non tanto la lettura quanto lo studio di ‘Zona Rossa’ (edizione Guerini e Associati). Così, invece di far le carrellate di sapientoni davanti agli schermi televisivi, molti di loro potrebbero fornire un metodo di lettura di una catastrofe che ha colpito l’intero pianeta. E i suoi abitanti.

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