mercoledì, Settembre 30

Zingaretti promette la ‘rivoluzione’, ma quale? Per quale partito? Quali contenuti, e quali ‘nuove’ parole d’ordine? Rigenerazione o imbellettamento per celare le profonde rughe? Intanto il Governo è inutilmente attivo

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L’agenda del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è inutilmente fitta. Oggi incontra ad Ankara Recep Tayip Erdogan, e il colloquio verte su Libia e Medio Oriente. Peccato solo che siano altri a muovere fili e pedine sull’uno e l’altro scacchiere. Conte non ha alcun mandato europeo (e infatti, i Paesi europei, al di là delle parole e degli auspici di facciata, continuano la politica dell’ognuno per sé, e buona fortuna); e Vladimir Putin imperterrito conduce la sua politica da bulldozer; ad ogni modo, Conte poi si sposta in Egitto, per parlare con Abdel Fattah al-Sisi. Anche lì, strette di mano, fotografia di rito; arrivederci. Come si diceva un tempo, i colloqui saranno ‘franchi e cordiali’. Cioè lasceranno il tempo che trovano.

Domani darà un segno di vitalità il COPASIR, che è il comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza. Verrà ascoltato Luciano Carta, direttore dell’AISE, l’agenzia informazione servizi esterni; era presente, a palazzo Chigi, all’incontro tra Conte e il generale libico Khalifa Belqasim Haftar, l’uomo che vuole defenestrare il Governo di Fayez al Serraj. Il giorno dopo sempre il COPASIR ha in programma di ascoltare Conte, di ritorno dalla sua missione in Medio oriente; e il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio conta di riferire a Camera e Senato su Libia, Iran e Irak.

Roba forte, insomma. Del resto, c’è poco da girarci intorno. Il ruolo dell’Italia in questa crisi (che non è solo in Libia) è più che modesto: ininfluente. Per dirla in termini calcistici, si sta praticando una sorta dimelina’: solo che la tattica di guadagnare tempo non è tanto per conservare un risultato favorevole conseguito, quanto attendere che si voti in Emilia-Romagna e in Calabria.

Per quanto ci si affanni a sostenere che il voto è amministrativo, e non ‘politico’, è evidente che dei riflessi politici ci saranno. Per questo i vari leader giocano tutte le carte che hanno a disposizione. Matteo Salvini, per esempio: si fa immortalare mentre abbraccia, a Brescello, la statua del Peppone, protagonista dei romanzi di Giovannino Guareschi, o odora estasiato forme di parmigiano; e medita una visita ad Hammamet sulla tomba di Bettino Craxi, morto il 19 gennaio di vent’anni fa in Tunisia.

C’è in agenda, un tema caldo, quello della giustizia, e la ‘riforma’ proposta dal Ministro Alfonso Bonafede. La maggioranza ha deciso la scorsa settimana di varare un disegno di legge delega con la riforma del processo penale. Bonafede si è impegnato a presentarlo al prossimo Consiglio dei Ministri. Nel disegno di legge, secondo quanto annunciato, ci sarà anche la norma che reinserirà la prescrizione, dopo il primo grado di giudizio, solo per gli imputati assolti. La Camera esaminerà da domani il decreto-legge Alitalia. Nelle commissioni si lavorerà sui decreti che riguardano la Banca Popolare di Bari e il milleproroghe.

Più che mai acceso il dibattito sul futuro del Partito Democratico. Il segretario Nicola Zingaretti vuole un congresso rifondativo. Annuncia, senza troppi giri di parole, che intendecambiare tutto’; subito dopo il voto in Emilia-Romagna, quale che sia l’esito. In sostanza, si propone un partito «nuovo, aperto a sardine, movimenti dei sindaci e ambientalisti».

Questa del ‘cambio tutto’ la si è sentita spesso, e non è un’esclusiva del solo Zingaretti. Ironico, un osservatore al tempo stesso partecipe, distaccato e disincantato come Emanuele Macaluso, osserva: «Occorre capire e sapere se sardine, sindaci e ambientalisti aprono al partito di Zingaretti. Non basta volere una cosa, per averla. Comunque, vedremo come si svilupperà il dibattito nel Pd e nelle forze chiamate a concorrere per formare il nuovo partito che dovrebbe rifondare la sinistra. Intanto, in attesa della rivoluzione, leggo che sulla legge Bonafede-Salvini, che abolisce la prescrizione, ci sarebbe e non ci sarebbe un’intesa PD-M5S per aggiustare quella legge. In attesa della rivoluzione copernicana annunciata, il PD non poteva dire che in nome della discontinuità, sempre annunciata da Zingaretti, la legge voluta dal vecchio governo andrebbe cancellata? Insomma, in attesa della rivoluzione non c’è nemmeno la discontinuità?».

C’è chi sospetta che l’annunciata ‘rivoluzione’ abbia in realtà, un respiro molto più corto: “rompere un certo isolamento, anche dello stesso Zingaretti. Lo stesso Macaluso incalza: «Mi pare l’annuncio di una rivoluzione senza però un dibattito importante. Non è che uno può singolarmente decidere di formare un partito nuovo. Nel PD si è aperta questa discussione? Non mi pare. L’obiettivo è ambizioso per le condizioni in cui quel partito è».

In ogni caso si deve attendere il voto in Emilia-Romagna, e solo dopo si capirà se il nuovo partito che promesso da Zingaretti sarà davvero nuovo o se sarà ancora una sgangherata sommatoria di reduci e di sopravvissuti. Da trent’anni, la sinistra cambia nome e cambia simboli. Ora si annuncia l’ennesimo mutamento; dalle querce si passa alle margherite e gli ulivi, gli ‘attori’ (si fa per dire; i figuranti sarebbe più esatto) sono sempre gli stessi. Oltre al cambio di nome, quali altri contenuti, e quali lenuoveparole d’ordine? E’ una rigenerazione o una imbellettamento per celare le profonde rughe? Fatta salva la buona fede e le ottime intenzioni di Zingaretti, su quale base poggia il suo progetto, la sua proposta?
Per parafrasare il vecchio Hegel: «Hier ist die Rose, hier tanze», «Qui c’è la rosa, danza qui».

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