domenica, Agosto 25

Zingaretti: l’‘usato sicuro’ vuole cambiare tutto, ‘Renzi, bye bye’ Il nuovo Segretario PD può riuscire nella ‘mission impossible’ di recuperare ossigeno a un Partito Democratico su cui, fino a qualche mese fa, nessuno avrebbe scommesso

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Sì, chissà: forse Nicola Zingaretti, con quella sua aria di ‘usato sicuro’, può riuscire nellamission impossibledi recuperare ossigeno a un Partito Democratico su cui, fino a qualche mese fa, nessuno avrebbe scommesso, e tanti consideravano un cadavere che camminava. Aria mite, bonaria (ma il sorriso e l’eloquio cantilenante e dai toni bassi non inganni: l’uomo sa quel che vuole e come volerlo), Zingaretti vive giorni di ‘luna di miele’.

Ha promesso discontinuità. In effetti sembrano sideralmente lontani i tempi delle renziane leopolde; i monologhi istrionici, gli scoppiettanti artifici lessicali immaginifici che dopo il primo attimo di sorpresa ti chiedevi cosa volessero davvero significare.

No, Zingaretti non indossa pantaloni a tubo stretti, non si strizza in giubbotti alla Fonzie, non chiede il ‘Five’; anche nella suafisicità’, oltre che nelle parole, nel concetto, incarna lasvolta’. Sembra dire non solo a parole: torniamo ad ascoltare, abbiamo l’umiltà di non credere di essere i migliori; c’è tanto da capire. E significherà qualcosa che sì, complice il luogo chiuso, afoso e affollato, fa caldo, e si sta in maniche di camicia. Ma è una camicia celeste, basta con quell’ossessivo bianco che costituiva la cifra renziana…

«Cambiamo tutto», promette il neo-segretario. Maliziosamente si potrebbe osservare che era il motto di Tancredi, ne ‘Il Gattopardo’. Ma no, è giusto concedere un’apertura di credito iniziale. Zingaretti è figlio di una storia, di una tradizione che non viene rinnegata. Quell’esortazione a ‘cambiare tutto’, vuole innanzitutto essere un richiamo a un ‘metodo’; che può piacere o non convincere, ma è quello che caratterizzava i seminari e le lunghe, interminabili, discussioni in sezione e nelle case del popolo: a studiare e cercare di cogliere umori e tensioni di una realtà e di una società mutevole e in continua evoluzione. Quel ‘cambiamo tutto’ nelle intenzioni di Zingaretti significa anche recuperare il senso della propria storia, recupero di memoria collettiva, ridefinizione di categorie che si profetava come superate: la sinistra, la destra…magari con operazione ardita, che cerca di far convivere Norberto Bobbio, Antonio Gramsci e Aldo Moro. Non per caso si reca, finiti i lavori dell’assemblea, alla Porta di San Paolo, simbolo da sempre della Resistenza antifascista romana.

Nel vocabolario di Zingaretti, quel ‘cambiamo tutto’ sta per feroce critica e dissociazione di quello che fino a ieri era la realtà del PD: «Anche noi, dalla cima di questa montagna di frasi fatte, di intenti roboanti, di schemi politici, abbiamo perso di vista la quotidianità della vita».

Basta col ‘battutismo’, dice in sostanza Zingaretti. Nel suo dire c’è lo sforzo di chi vuole ripristinare l’antico primato della politica, dell’iniziativa: la vecchiaregolache impone un’attenta analisi della società, delle sue sfumature e delle sue contraddizioni, la fatica’, oltre la necessità, di comprendere il tempo che si vive.

Vistosi assensi con il capo, quando Zingaretti ammonisce che occorre «ricostruire una classe dirigente italiana. Mettiamoci alle spalle le contese sugli equilibri interni, avviamo una dialettica nuova tra le componenti. Non dobbiamo più neppure lambire una politica lontana dalla vita». Se le parole hanno un senso, la traduzione è sintetizzabile in: ‘Renzi, bye bye’.

Se è vero che le idee camminano sulle gambe delle persone, una bussola è costituita dalle ‘gambe’ che Zingaretti ha scelto per la lunga marcia che lo attende fin da oggi. Dell’intenzione di far eleggere Presidente del Partito Paolo Gentiloni, si sapeva da giorni. Ma è comunque un preciso segnale di discontinuità. ‘Paolo il calmo’, ma non solo. La ‘borsa’ del Partito (in verità al momento sarebbe più esatto definirla un sacco vuoto), è ora nelle mani di Luigi Zanda, un altro che vede Renzi come fumo negli occhi (e ne è ricambiato). Un’occhiata alla direzione? Ben centoventi componenti, un equivalente del vecchio Comitato centrale. Di tutto un po’: da Goffredo Bettini a Francesco Boccia; da Carlo Calenda, a Monica Cirinnà; e ancora: Cesare Damiano, Marianna Madia, Marco Minniti, Andrea Orlando, Roberta Pinotti, Barbara Pollastrini, Lia Quartapelle, Sandra Zampa, Matteo Richetti, Alessia Morani, Beppe Fioroni, Maria Elena BoschiUn attento dosaggio tra le varie anime e correnti, centellinate con la precisione del vecchio farmacista quando combinava le sue ricette:130 per Zingaretti; una quindicina con Roberto Giachetti; 58 per Maurizio Martitna, suddivisi in 31 per Lotti e 27 per Martina.

«Impedire la salvinizzazione del Paese», è la parola d’ordine lanciata da Zingaretti. «L’obiettivo è quello di tornare a vincere», gli fa eco Gentiloni. Ennio Flaiano ci ha insegnato che si corre sempre in soccorso di chi vince. Un pronto soccorso a Zingaretti e a Gentiloni è venuto da Maria Elena Boschi, ma anche da Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Non hanno fatto mancare il loro esserci Anna Ascani e Deborah Serracchiani.

Zingaretti dice di credere «in un partito aperto e pluralista, aperto al civismo e al volontariato, basta con il correntismo esasperato che ha lasciato fuori troppe persone. A noi serve un Pd forte ma anche una rete di corpi intermedi. Dobbiamo costruire un campo democratico largo più allargato e inclusivo, senza settarismi. Potranno farne parte anche forze diverse, forze civiche ma anche di orientamento liberale, persino nobilmente conservatrici che sono ugualmente lontane da Salvini…Spalanchiamo le porte del nostro partito a questa nuova generazione, ai ragazzi come Greta, non abbiamo paura di coinvolgerli». Invita a voltare pagina: «Gli avversari non sono tra di noi ma fuori di noi, raccontiamoci per la forza delle nostre idee».

E Matteo Renzi, che fa? Per ora si limita a un augurio al neosegretario su Facebook: «Oggi Nicola Zingaretti inizia il suo lavoro come Segretario Nazionale del PD. Un abbraccio a lui e a tutta la squadra che lavorerà con lui. L’Italia si aspetta dal PD una risposta allo sfascio di Salvini e Di Maio, non più polemiche interne. Avanti tutta! Buon lavoro, Nicola».

Il renzianissimo Roberto Giachetti fa l’ultimo giapponese nella giungla: «Saremo una minoranza leale, non faremo guerra a questa dirigenza. Ma chiedo a Zingaretti di non cambiare lo Statuto nel punto del doppio incarico del Segretario che è anche candidato premier».

Si distingue Maurizio Martina: «Questo è un partito, non una ‘baracca’. Siamo pronti a dare una mano, saremo una minoranza, non un’opposizione. Vogliamo dare il senso del riformismo radicale che abbiamo messo nella nostra mozione».

Lotti siede in prima fila; Orfini e Guerini, seduti vicino, applaudono convinti; gli unici, tetragoni, Giachetti e i suoi, in fondo alla sala, come a dirti: «Siamo qui, ma anche no».

Tiene il punto, Giachetti, ma al momento con poco seguito. Tutti sono in attesa delle elezioni europee: fino ad allora, per Zingaretti sarà ‘luna di miele’ e nessuno gli metterà i bastoni tra le ruote.

E’ un caso che come base sonora dell’assemblea si sia scelto “Learn to fly” dei Foo Fighters? Zingaretti e tutto il PD devono non solo liberarsi delle scorie e delle zavorre accumulate. Devono imparare alla svelta a volare… C’è la scadenza elettorale in Basilicata, in Piemonte, per il Parlamento Europeo; e anche le politiche nazionali, se -come Zingaretti auspica e predice- questo Parlamento verrà sciolto entro l’anno perché la maggioranza giallo verde è destinata a implodere.

Al momento, Zingaretti sembra avere qualche buona carta da giocare: quasi il 60 per cento degli italiani pensa il Governo italiano non stia facendo il necessario per favorire la ripresa, mentre meno del 30 per cento ritiene che invece si stia favorendo la crescita. Sono i risultati di un recente sondaggio Nando Pagnoncelli pubblicato su ‘Il Corriere della Sera’: il disagio alberga anche tra gli elettori della compagine governativa: 26 per cento degli elettori pentastellati e addirittura 45 per cento dei leghisti ritengono che si potrebbe fare meglio.

Una cosa comunque è sicura: le impeccabili camicie celesti che Zingaretti ama sfoggiare, molto presto saranno orlate da sudore. E saranno molto più di sette.

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