sabato, Dicembre 7

Zingaretti e la scommessa del nuovo PD Tutto si gioca in una settantina di giorni, quelli che ci dividono dalle elezioni in Emilia Romagna, lì la partita decisiva

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Inutile girarci intorno: sui circa tre milioni e mezzo di emiliano-romagnoli che il 26 gennaio esprimeranno il prossimo Presidente della Regione, grava una pesante responsabilità: decidere tra Caporetto e Piave.

Se vincerà la candidata leghista Lucia Borgonzoni, fedelissima di Matteo Salvini, sarà Caporetto: il Governo guidato da Giuseppe Conte, che piaccia o no, dovrà rassegnare le dimissioni; non ci sarà modo di evitare lo scioglimento delle Camere, e le elezioni politiche: con questa legge elettorale Salvini e alleati faranno strike’; avranno schiacciante maggioranza in tutti e due i rami del Parlamento. Potranno gestire il potere a ogni livello, occupare ogni casella, fino alla ‘poltrona’ più ambita, prestigiosa: quella delicatissima del Quirinale, una volta scaduto il mandato del Presidente Sergio Mattarella.
In subordine: la sconfitta in una regione storicamente governata dalle forze progressiste e di sinistra, comporterà, inevitabilmente, la dissoluzione del Partito Democratico; già ora, con grande fatica, il Segretario Nicola Zingaretti tiene insieme un partito che una sommatoria raccogliticcia e confusa di interessi priva di tensioni ideali, e visione strategica. Uno Zingaretti che, oltre alle tensioni interne, ogni giorno fa i conti con le provocazioni di un Matteo Renzi con chiara vocazione masochista (sembra davvero il marito che pensa di risolvere il tradimento della consorte evirandosi); e di un Luigi Di Maio che sente franare sotto i piedi un Movimento di cui è nominalmente capo politico, e che ormai contesta apertamente la sua deficitaria leadership.

Se l’attuale Presidente della regione Stefano Bonaccini riuscirà in qualche modo a tamponare l’emorragia di consensi, sarà una linea del Piave: l’inizio di una possibileresistenza’ che esige un profondo, radicale rinnovamento di persone, ‘visioni’, tattiche, strategie. Sono tanti i generali Luigi Cadorna; nessun Armando Diaz all’orizzonte; molti i Pietro Badoglio.

In ogni caso l’Emilia Romagna sarà un banco di prova per gli effetti della nuova manovra di bilancio, la capacità del Presidente del Consiglio di intervenire nelle crisi industriali che si prospettano nel nuovo clima di crisi economica; le stesse capacità di reazione di fronte agli enormi costi provocati dal maltempo che scuote Venezia e l’intero Paese. Un test per valutare la fiducia (o più propriamente, la sfiducia) di cui godono le forze politiche.

Alle ultime elezioni europee il centrodestra ha fatto il pieno di voti; alle amministrative ha strappato al centrosinistra la guida di importanti comuni come Ferrara e Forlì; i sondaggi ipotizzano un grande equilibrio, come mai accaduto in passato.
Nel 2014 Bonaccini viene eletto con il 49 per cento dei voti, stacca nettamente centrodestra e Movimento 5 Stelle. Tempi sideralmente lontani: le ultime elezioni politiche 2018 registrano una grande crescita del centrodestra trainato dalla Lega: in Emilia-Romagna ottiene il 33,06 per cento dei consensi contro il 30,79 per cento del centrosinistra. Alle elezioni europee 2019 la lista della Lega è la più votata con il 33,77 per cento; quella del PD non va oltre il 31,24 per cento. I sondaggi disponibili vedono, al momento, una sostanziale parità: la partita tra Bonaccini (45 per cento) e Borgonzoni (44 per cento) appare quanto mai aperta. Molto, dicono gli esperti, dipenderà dalla desistenza del Movimento 5 Stelle. Se non presenterà candidati, Bonaccini appare favorito. Questo ‘giustifica’ cautele e prudenze di Zingaretti e Bonaccini stesso.

Basterà questa ‘prudenza’, questa “cautela”? La recente piazza Maggiore stracolma di ‘sardine’ in reazione alla campagna elettorale avviata da Salvini fa ben sperare lo stato maggiore del PD; che conta sulla ‘saggezza’ di vecchie volpi democristiane come Romano Prodi, Pierferdinando Casini, Dario Franceschini. Sembra, insomma, di assistere a una di quelle storie di Giovannino Guareschi: quando un comunista 24 carati come Peppone, è costretto a implorare l’aiuto di don Camillo, per uscire dai pasticci in cui si è cacciato.

Zingaretti in queste ore gioca la carta delrinnovamento’, sia dentro che fuori del Partito. Convocata una convention a Bologna, ‘detta’ alcune regole per ‘aprire’ quel che resta del partito, nella speranza di catturare energie nuove; e contemporaneamente cercare di spuntare un po’ unghie dei vecchi cacicchi.
Il nuovo statuto approvato dall’Assemblea Nazionale ora prevede che il Segretario del PD non sia più automaticamente il candidato alla guida del governo. Un passo, suggeriscono servizievoli sherpa, da leggere come un ripudio della fase leaderistica incarnata da Matteo Renzi; al tempo stesso una presa di distanza dal partito a vocazione maggioritaria pensato, un’era geologica fa, da Walter Veltroni. Il Segretario può però convocare un congresso straordinario su un unico tema senza che questo comporti l’elezione di nuovi gruppi dirigenti: una ‘clausola’ che sembra studiata per una possibile ipotesi di alleanza strutturale con il M5S.

Per il resto, siamo ancora agli auspici, alle dichiarazioni d’intenti: si invoca la costruzione di un partito unitario, piùaperto’. L’articolo uno fissa la ‘natura’ antifascista del PD. Siamo al punto che lo si deve metterlo nello statuto?

Il gruppo di lavoro coordinato da Maurizio Martina elabora il progetto di una ‘piattaforma deliberativa online’: app in cui ogni iscritto «troverà ciò che il PD dice e si potranno offrire opinioni e idee, partecipando così alla vita di partito». Al di là del ‘clic’, sarà interessante vedere quali saranno le ‘opinioni’ e le ‘idee’ offerte.

Zingaretti sottolinea che il partito a cui pensa è «più aperto alla partecipazione delle persone, molto più diretta, rendendo protagonista chi ne fa parte». Il PD sembra scoprirsi una vocazione federale: la nuova direzione nazionale per due terzi è eletta dai ‘territori’, il resto sono rappresentanti, amministratori, segretari locali e regionali scelti dagli iscritti. Si prevede poi una Assemblea nazionale dei sindaci, con apposito coordinamento e coordinatore che sarà componente della segreteria nazionale. La scommessa sarà quella di impedire che il tutto si traduca in qualcosa di elefantiaco, pletorico, ‘pesante’ inutile.

Gianni Cuperlo presiede la fondazione per la formazione e la promozione della cultura politica. Senza tornare alle vecchie Frattocchie, che ci sia una ‘scuola’ che in qualche modo forma una classe politica dirigente, potrebbe essere qualcosa di utile e interessante. Dipende, tuttavia, da chi sarà chiamato come ‘docente’.

La partita è ambiziosa, e il PD gioca in zona Cesarini, con la differenza che in campo al momento non gioca nessun mitico ‘Renato’ capace di centrare un gol a quasi fine partita.

Zingaretti invoca per il PD un’inversione di rotta per «costruire un’alternativa all’arroganza delle destre»; chiede una nuova agendapolitica che metta al centro l’eliminazione dei decreti Sicurezza e l’introduzione di Ius Soli e Ius Culturae, un sostanzioso pacchetto di misure di equità fiscale. Parla di «missione del PD per contrastare gli umori neri del Paese e organizzare il riscatto dell’Italia»; prefigura un «partito diverso, ricco, inclusivo, per ricostruire una classe dirigente nazionale, in un rapporto che si è perso tra élite e popolo». Promette: «non vi illudete, il PD non sarà mai un partito vecchio». Una stoccata a Renzi: «Non si illudano. Chi combatte il PD per rosicchiare qualche consenso si illude e scava la fossa per sé e per tutto il centrosinistra italiano. Il PD è destinato comunque a rimanere il pilastro contro la risorgente destra».

Un ‘nuovo corso’ già prefigurato durante i giorni della trasferta negli Stati Uniti. Quando i collaboratori gli raccontano che Renzi minaccia di fare al PD quello che Macron ha fatto ai socialisti francesi, sbotta: «E lo dice pure?». Letti resoconti con le dichiarazioni renziane, detta: «Ogni picconata al PD è un favore fatto a Salvini e alla destra, mentre viviamo in un clima con fattori drammaticamente simili a quelli degli anni Venti del secolo scorso. Poi ognuno si assumerà le sue responsabilità». A Renzi manda a dire che «chi fonda la propria forza sulla critica degli altri probabilmente ha poco di positivo da dire su se stesso».

Zingaretti assicura di voler uscire dalle beghe quotidiane: «la vera sfida è ricostruire la speranza che le cose possono cambiare. Questo può sconfiggere le destre, non le divisioni nel campo del centrosinistra o le furbizie, perché se il centrosinistra si divide, lascia come unica proposta quella della destra, e ciò è l’opposto di quanto dice Renzi. Io non voglio distruggere Italia Viva. Non siamo noi che colpiamo il Matteo sbagliato, ma lui che punta l’obiettivo sbagliato. Io lotto contro Salvini, lui contro il PD». Tutto si gioca in una settantina di giorni.

Questa la situazione, questi i fatti.

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