domenica, Dicembre 15

Zingaretti e Macron: alleanza di spirito per l’Europa In vista delle elezioni europee, PD e EnMarche dialogano per un’alleanza ‘da Tsipras a Macron’, ne parliamo con Fabio Parola (ISPI)

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Il Partito Democratico (PD) ed En Marche (LaREM) dialogano per rafforzare i rapporti politici in vista delle elezioni europee. In ballo c’è il futuro delle istituzioni comunitarie: da una parte si vuole ‘andare in Europa per cambiare tutto’, dall’altra per rafforzarla e dare inizio ad un ‘Rinascimento europeo’. A due settimane dal rinnovo del Parlamento europeo, le forze in campo sono attive in tutta Europa. I socialdemocratici e i liberali europei saranno in grado di contenere i sovranisti e i populisti d’Europa?

Nella domenica appena trascorsa, il Segretario del PD, Nicola Zingaretti, ha incontrato a Torino il delegato generale de La République En Marche, Stanislas Guerini. I due si sono confrontati in un incontro dal titolo «Contro i nazionalismi. Per cambiare l’Europa». La linea intrapresa dal neo-Segretario democratico mira ad un’alleanza europea che possa mettere insieme forze di sinistra e forze liberali. Zingaretti parla di un’alleanza che vada «da Tsipras a Macron» – senza che, però, nessuno esca dal proprio gruppo europeo. Insomma, si gettano le basi per un’alleanza post-elezioni europee che possa votare una nuova Commissione.

Secondo l’ultimo sondaggio ufficiale, l’emiciclo europeo vedrebbe proiettata l’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) come seconda forza con 161 seggi – 30 in meno rispetto l’ultima legislatura, mentre come terza l’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa (ALDE) con 104 seggi – 37 in più. I popolari (PPE) sarebbero primi con 180 seggi – 41 in meno rispetto alle europee del 2014.

Ma i sondaggi non tengono conto di quelli inglesi: nel Regno Unito la prima forza sarebbe il Brexit Party di Nigel Farage (29,95%), i conservatori di Theresa May crollano e finirebbero quarti (12,16%), i laburisti di Jeremy Corbyn rimarrebbero secondi e conterrebbero i danni (22,46%), i liberal democratici si posizionerebbero terzi (12,36%) scavalcando i Tories.

La Sinistra Europea Unitaria/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL), secondo i sondaggi europei, otterrebbe 49 seggi – perdendone 3. Il Partito pilastro del GUE/NGL è la Coalizione della Sinistra Radicale (SY.RIZ.A) del Primo Ministro greco, Alexis Tsipras. Mentre, dall’altra parte dell’emiciclo, le forze ‘sovraniste’ guadagnerebbero diversi seggi grazie ai numeri che i sondaggi proiettano per la Lega di Matteo Salvini e Front National di Marine Le Pen. Infatti, l’Europa delle Nazioni e delle Libertà (ENF) – che raccoglie anche la formazione neonazista di Alternative für Deutschland (AfD) e che è pronta a trasformarsi nella più larga Alleanza europea delle Persone e delle Nazioni (EAPN) – aumenterebbe a 85 i propri seggi al Parlamento europeo – 48 in più.

Intanto, anche l’ex Segretario PD ed ex Primo Ministro, Matteo Renzi, ha deciso di sostenere il progetto Rinascimento Europeo redatto dal Presidente francese, Emmanuel Macron. A sottoscrivere il progetto – entrando di fatto nel movimento europeo di Macron – ci sono Sandro Gozi, Roberto Giacchetti, Anna Ascani e il Presidente dei senatori PD, Andrea Marcucci.

In vista delle elezioni europee di fine maggio gli scenari sono ancora confusi a due settimane dal voto. Per ipotizzare un plausibile panorama europeo post-elettorale, abbiamo intervistato Fabio Parola, ricercatore ISPI per il programma Europa e governance globale.

 

Il dialogo tra Zingaretti e Guerini a Torino congiunge PD ed LaREM. L’alleanza tra le due forze è naturale o è forzata?

A livello di partiti nazionali, logicamente, l’alleanza è impensabile perché fanno parte di due Paesi diversi, ma si può parlare di una partnership in senso di progettualità. A livello europeo, è una questione che rientra negli scenari possibili in vista della prossima maggioranza del Parlamento. Stando a quanto i sondaggi disegnano per il futuro, per la prima volta la somma dei deputati popolari e socialisti potrebbe non raggiungere la maggioranza dei seggi. Quindi sarà necessario allargare questa grossa coalizione, che ha storicamente dominato il Parlamento – tranne in un caso. Tra tutti i vari partner con cui i socialisti e i popolari stanno cercando di sondare il terreno per una disponibilità ci sono i liberali. ALDE, a breve, cambierà il nome per accogliere la delegazione francese di En Marche. Tradizionalmente ALDE è sempre stato il partito più vicino alla coalizione tra socialisti e popolari, tanto da non essere considerato di opposizione – pur non rientrando organicamente nella maggioranza. Dopo le elezioni di maggio avrà un potere negoziale ancora più forte verso socialisti e popolari, i quali avranno bisogno di quei voti nel Parlamento. La dirigenza del gruppo liberale vuole giocarsi quella leva negoziale per ottenere uno spicchio di potere nella nuova Commissione e a livello amministrativo all’interno del Parlamento con le varie commissioni. I voti di Macron e di ALDE saranno necessari alla maggioranza: si aprirà probabilmente un dialogo con socialisti e popolari, ma in un’ottica di voti necessari. ALDE in questo caso sarà un partito minore nell’alleanza. Dunque, è lecito aspettarsi che per il gruppo dei liberali ci saranno delle posizioni di potere organico nella nuova maggioranza, che in passato non c’erano state. Inoltre, dal 2014, la decisione del Presidente della Commissione europea si basa sullo Spitzenkandidat – che prevede che il gruppo con maggiori voti relativi esprime il Presidente della Commissione (ndr): Macron e ALDE non hanno mai sposato questo principio. ALDE è contrario e lo sarà tanto di più nel momento in cui potrà chiedere delle concessioni dal punto di vista delle nomine agli altri due partiti.

I liberali, però, non sono gli unici a poter supportare la maggioranza: i sovranisti dialogano con i popolari?

Si prefigura un Parlamento frammentato, in cui il fronte sovranista cresce relativamente, ma non riuscirà a trovare una quadra sui contenuti, se non quello di ‘ognuno primo a casa propria’. Dal punto di vista politico sarà difficile che i sovranisti troveranno idee sulle quali costruire una progettualità a livello europeo, anche se Salvini sta cercando di riavvicinarsi ai popolari. La difficoltà dei popolari di allearsi con i sovranisti non è solo di immagine politica, ma è anche quella di trovare un progetto intorno al quale allearsi.

Socialisti e liberali sarebbero in grado di convivere in un’eventuale maggioranza nel Parlamento Europeo?

Ci sono diversi temi sui quali socialisti e liberali possono trovare un accordo, dalla riforma del regolamento di Dublino all’approfondimento dell’unione fiscale e bancaria – questioni sulle quali i popolari non potrebbero essere d’accordo con nessuna delle due formazioni. Su altri temi, invece, ci possono essere più difficoltà nel dialogo tra socialisti e liberali: i socialisti sono favorevoli a politiche keynesiane forti e sono permissivi verso chi sfora nel debito pubblico, mentre i liberali sono rigidi sulla spesa pubblica – i liberali olandesi hanno spesso rimarcato l’importanza di rispettare i parametri di Maastricht. ALDE è da tempo parte organica nel supportare la maggioranza europarlamentare: non sarà complicato trovare un’agenda generale di riforme comune con i socialisti, ma il problema sarà accomodare la sensibilità e le esigenze della terza gamba della coalizione, il PPE.

Socialisti e liberali riuscirebbero a sostenersi nel voto alla nuova Commissione Europea e al nuovo Presidente della Commissione?

Nella prospettiva post-voto, socialisti e liberali dovranno accordarsi su un figura che vada bene anche ai popolari. Ricordo, inoltre, che il metodo dello Spitzenkandidat è poco gradito ai liberali. Nel caso la maggioranza europarlamentare venga formata da socialisti, liberali e popolari, sarà molto probabile la scelta di una figura terza, anche extra parlamentare che sia slegata dai partiti della maggioranza. Non potrà essere un esponente dei liberali perché sarebbe una forzatura sceglierlo nel terzo partito di maggioranza. Si è mosso Frans Timmermans per i socialisti, anche Michel Barnier, e si vocifera che Verhofstadt si stia muovendo per una posizione di prestigio all’interno del Parlamento europeo – forse come Presidente.

Allora, che Presidente di Commissione verrebbe votato?

Tenendo conto della dinamica dominante di un contrasto tra europeisti ed euroscettici, in una maggioranza tra socialisti, liberali e popolari, il nuovo Presidente della Commissione europea potrebbe essere una figura non particolarmente connotata dal punto di vista politico. Il nuovo Presidente potrebbe essere una persona che abbia avuto una storia di impegno e lavoro per le istituzioni comunitarie e per una società più integrata in Unione Europea: insomma, una persona che abbia lavorato per migliorare l’Unione. Per questo potrebbe essere una figura extra-parlamentare o che, almeno, non giunga dalle fila della maggioranza parlamentare o del Parlamento in generale. La necessità di trovare un candidato che metta insieme tre gruppi parlamentari potrebbe far cadere la scelta su un politico non legato troppo strettamente ad uno dei tre gruppi.

Quando Zingaretti parla di un’alleanza ‘da Tsipras a Macron’ cosa si intende?

Un’alleanza di supporto e di simpatie politiche è possibile, ma per quanto riguarda un’alleanza – così vasta – programmatica e politica in Europa la questione è in dubbio. Bisogna notare, però, come per la prima volta dal 1979 la campagna elettorale si stia giocando sull’antitesi tra europeisti e sovranisti – e non tanto sui termini di un’elezione nazionale di secondo ordine. La coalizione potrebbe essere un arco di forze che guardano ad un approfondimento dell’Unione Europea: un’alleanza su un’idea di Europa più che su progetti concreti su come realizzarla. Poi, Macron si era presentato come l’artefice del Rinascimento europeo – in contrapposizione a Salvini -, quindi per gli altri partiti aggangiarsi a questa figura rappresentativa e conosciuta sul fronte filo-europeo potrebbe essere, dal punto di vista elettorale, un messaggio vincente. Insomma, leggerei l’idea di Zingaretti più come un’alleanza di spirito che di progettualità.

Le forze non affiliate, date a 44 seggi nelle proiezioni, che ruolo giocheranno?

Il Movimento 5 Stelle (M5S) si ritrova tra i partiti non affiliati: è uscito dal gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (EFDD) che era nutrito dai deputati del M5S e del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP). Il gruppo si è sciolto in vista di Brexit e dell’assenza di UKIP – perché un gruppo parlamentare deve almeno consistere di 25 deputati da almeno 7 Paesi. Il M5S si stava muovendo per creare un nuovo gruppo con partiti non affiliati o alla prima esperienza nel Parlamento, ma rimane in dubbio se troveranno abbastanza alleati per crearlo. Inoltre, il Brexit Party di Nigel Farage è ancora in sospeso per la sua collocazione nel Parlamento. Un eventuale scenario potrebbe essere l’entrata di Farage nell’Alleanza di Salvini, ma rimangono solo proiezioni incerte. Dall’altro lato, i 5S non vorranno confluire nel gruppo di Salvini perché finirebbero in una posizione defilata e secondaria in un gruppo dove la voce della Lega è preponderante: dinamica che potrebbe avere risvolti negativi anche nei consensi elettorali in Italia. Quindi, i Cinque Stelle potrebbero rimanere all’inizio non iscritti e durante la legislatura potrebbero poi raccogliere vari partiti non iscritti o uscenti da altre alleanze e creare un nuovo gruppo, come fece l’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF) nel 2015.

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