giovedì, Ottobre 22

Zimbabwe: Stati Uniti e Cina i veri decisori del post-Mugabe Nel dramma in scena vi erano, e sembra restino, due ‘pesi massimi’ interessati al controllo del Paese

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Il regno di Robert Mugabe è finito, l’intervento di ‘pulizia’ dei militari dello scorso martedì 14 novembre ha messo il punto finale della presidenza record del ‘vecchio leone’. Ma il dopo-Mugabe per un verso è assolutamente incerto e per l’altro verso non sembra essere un affare esclusivamente di politica interna, e questo era già chiaro prima di martedì, da metà 2016 in particolare, quando si discuteva della successione e l’ipotesi era una presidenza dell’allora vicepresidente Emmerson Mnangagwa oppure di Grace Mugabe.

Il Paese è strategicamente ed economicamente troppo importante per non creare preoccupazioni regionali e internazionali. I vari attori della scena politica mondiale da mesi tenevano monitorata la situazione del Paese, ipotizzando soluzioni che non necessariamente rispondevano alle aspirazioni della popolazione alla ricerca di crescita economica, democrazia e libertà. Nel dramma dello Zimbabwe in scena vi erano, e sembra restino, due ‘pesi massimi’ interessati al controllo del Paese: Stati Uniti e Cina.

Washington sognava di riprendere il controllo affidandolo successivamente al suo alleato europeo, la Gran Bretagna. La Cina non voleva gettare alle ortiche i miliardi di dollari spesi per sostenere il regime durante l’embargo occidentale e gli investimenti fatti. Entrambi i contendenti avevano e hanno un punto in comune: nessuna fiducia verso la popolazione e i leader dell’opposizione. Le loro carte venivano giocate all’interno del sistema di potere al fine di garantire una transizionedolce’, supportando loro uomini scelti all’interno del ZANU-PF, il partito al potere grazie alla lotta armata contro il regime razziale rodesiano. Gli americani avevano individuato il vicepresidente Emmerson Mnangagwa, i cinesi la first lady, Grace Mugabe. Due i piani d’azione: Piano Lima e Piano Harare.

Il Piano Lima è stato varato in Perù nell’ottobre 2015 con una riduzione del debito internazionale pari a 1,8 miliardi di dollari. Washington ha convinto il FMI, la Banca Mondiale e la Banca Africana per lo Sviluppo non solo a rinunciare a parte dei loro crediti sullo Zimbabwe, ma a deliberare nuovi prestiti per un totale di 2 miliardi di dollari. Il Piano Lima si basava sulle figure di Mnangagwa e dell’allora Ministro delle Finanze, Patrick Chinamasa.

Il Piano Harare è, in sintesi, la risposta di Pechino alle manovre americane, messa in scena a giugno dello scorso anno con molta discrezione. Il Piano Harare si basa su Grace Mugabe e sul Ministro delle opere pubbliche e commissario politico dello Zanu-Pf, Saviour Kasukuwere, uno dei tre ministri arrestati ieri dai militari. Pechino ha voluto recuperare il ritardo strategico rispetto a Washington gettando sul tavolo un rialzo capace di sbalordire l’Occidente. Grazie alle immense riserve di valuta estera accumulate in venti anni, la Cina ha varato un piano di salvataggio economico dello Zimbabwe di 5 miliardi di dollari da spendere in progetti di edilizia popolare (1 miliardo) e nei settori agricoltura e agroindustria (4 miliardi).
Una scelta mirata e, secondo gli osservatori locali africani, più efficace di quella americana. L’Occidente gioca sul perverso meccanismo del debito estero, cancellando vecchi prestiti ormai considerati persi e concedendo nuovi con il chiaro scopo di mettere il futuro Governo in una posizione di sudditanza finanziaria che ne limiti l’indipendenza politica ed economica nazionale. La Cina interviene sulla economia reale, optando per il potenziamento di settori chiave per migliorare le condizioni di vita della popolazione. Una scelta lontana da essere un puro atto di generosità. Una scelta che si basa su una intuizione semplice ed efficace: ogni popolo rinuncia alla lotta e accetta qualsiasi regime se gli vengono assicurati i bisogni primari. Pechino sa che si diventa rivoluzionari solo con la pancia vuota. L’intervento di Pechino doveva beneficiare anche gli investitori cinesi, in particolare le multinazionali edili e le aziende specializzate nell’ agricoltura. Questi dovevano essere i principali attori dell’intervento della Cina che doveva essere attuato seguendo il solito approccio di collaborazione e mutuo rispetto.

Il Piano Harare si basava sulla fondamentale esigenza di Mugabe: assicurare una transizione soft che mantenesse intatto la struttura di potere incentrata sulla Famiglia Mugabe. Al pacchetto iniziale Pechino ha affiancato il potenziamento degli investimenti privati. Attualmente nello Zimbabwe sono presenti 500 grandi compagnie cinesi che producono profitti annui pari a 1 miliardo di dollari. Pechino ha tentato di promuovere nuovi investimenti privati, assicurando i suoi imprenditori di essere in grado di gestire la pericolosa fase di transizione del potere. E’ difficile ritenere che oggi Pechino si ritiri senza fare nulla per ostacolare l’uomo degli USA, Emmerson Mnangagwa, il quale non potrà non tenere conto che una fetta tanto importante di economia nazionale -per altro assolutamente a pezzi, con il 95% della forza lavoro disoccupata- è in mano alla Cina.

Pechino stava agendo anche sul piano diplomatico al fine di disintegrare l’alleanza politica costruita da Washington e Londra con la potenza regionale, il Sudafrica. Pretoria era considerata da entrambi i contendenti come un alleato strategico per la riuscita dei rispettivi piani. Ieri a Harare si è precipitata una ristretta delegazione del Sudafrica per tentare di trovare una soluzione alla crisi, delegazione che è previsto incontri sia Robert Mugabe sia i vertici militari. Il 60% delle importazioni dello Zimbabwe provengono dal Sudafrica, il quale assorbe il 50% delle esportazioni di materie prime grezze del Paese. Tecnicamente il Sudafrica controlla il destino economico dello Zimbabwe. Da qui la necessità di avere Pretoria come alleato e non come avversario per qualsiasi voglia controllare il Paese. Pechino aveva condotto forti pressioni diplomatiche sul Sudafrica, ricordandogli che è uno Stato membro dei BRICS e che il suo futuro di prosperità non dipende da vecchi imperi in agonia ma dalla collaborazione economica con le nuove potenze emergenti a livello mondiale.

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