sabato, Marzo 23

Zapatisti e López Obrador: quale sviluppo per il Messico? Gli esperti Fabrizio Lorusso e Maurizio Campisi parlano del difficile rapporto tra due modelli di sviluppo difficilmente conciliabiliGli esperti Fabrizio Lorusso e Maurizio Campisi parlano del difficile rapporto tra due modelli di sviluppo difficilmente conciliabili

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Sono passati venticinque anni da quando, il 1° gennaio 1994, l’Ejército Zapatista del Liberación Nacional (EZLN: Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), occupando sette comuni dello Stato del Chiapas (all’estremo Sud del Messico), balzò alla ribalta ottenendo fama internazionale; da allora si sono avute alterne vicende nei rapporti tra lo EZLN e il Governo di Città del Messico, fino ad arrivare al 1° gennaio del 2019, giorno in cui il gruppo dirigente degli zapatisti ha dichiarato le proprie intenzioni di opposizione totale al progetto di costruzione del cosiddetto Tren Maya (Treno Maya), un progetto infrastrutturale, fortemente sostenuto dal nuovo Presidente, Andrés Manuel López Obrador, e dal suo Partito, Movimiento de Regeneración Nacional (MoReNa: Movimento di Rigenerazione Nazionale), che prevede la costruzione di una linea ferroviaria che colleghi, tra le altre cose, i principali siti archeologici del Paese.

Chi pensava che l’ascesa di un Presidente proveniente da Sinistra, avendo a lungo militato nel Partido de la Revolución Democratica (PRD: Partito della Rivoluzione Democratica), potesse portare ad un maggiore dialogo tra il Governo centrale e lo EZLN potrebbe restare deluso. Per approfondire la questione, abbiamo parlato con con Fabrizio Lorusso, giornalista freelance e ricercatore all’Università Iberoamericanadi León, e Maurizio Campisi, giornalista freelance in America Latina. 

Tanto per cominciare è necessario capire che cosa sia questo Tren Maya che ha rilanciato il contrasto tra EZLN e Città del Messico. Maurizio Campisi spiega che “quella del Tren Maya è un’idea del nuovo governo. Il Presidente López Obrador lo ha presentato come il fiore all’occhiello della sua Amministrazione, un progetto ambizioso da 8.000 milioni di dollari che si propone di unire le cinque principali località Maya della Penisola dello Yucatán: Cancún, Tulum, Calakmul, Palenque e Chichen Itzá”.

Il progetto, definito da López Obrador “un treno moderno, turistico e culturale”, non è semplicemente un’opera turistica: Fabrizio Lorusso ci spiega che “il Treno Maya è principalmente un progetto infrastrutturale e logistico, anche se la promozione governativa parla di un progetto turistico per la Penisola dello Yucatán: si tratta di un quadrilatero di tutta la Penisola dello Yucatán, a cui si aggiunge un’appendice che arriva fino al Chiapas, passando per lo Stato del Tabasco, arrivando a Palenque”. Il Treno Maya, continua Lorusso, “fa parte di una serie di progetti e non se ne può parlare senza citare gli altri forti progetti infrastrutturali e logistici del Governo, insediatosi poco più di un mese fa, di Andrés Manuel López Obrador”. Da questo punto di vista, il progetto si inserisce in una più ampia strategia di sviluppo: “l’idea del Treno Maya è legata ai progetti di collegamento dell’istmo di Tehuantepec, ovvero tra il Golfo del Messico, nell’Atlantico, e il Pacifico messicano: si tratta, anche qui, di un progetto storico che, attraverso strade e treni, punta ad avvicinare le due coste, il commercio atlantico a quello pacifico, quindi Europa, Stati Uniti, Cina e Asia”. Infine,continua Lorusso, “non si può non parlare dei progetti legati agli aeroporti, alle infrastrutture di Città del Messico e del centro del Paese, che si struttureranno su tre hub intermedi: l’aeroporto attuale, l’aeroporto di Tuluc e l’aeroporto di Santa Lucia, attorno alla Capitale. In definitiva, non si tratta solo di un treno turistico, anche se l’idea è che durante il giorno lo sia, bensì di un progetto logistico, dato che durante la notte, sui binari di questo treno, si prevede il transito di grandi quantità di merci”.

Il progetto, dunque, rientra in una generale strategia di sviluppo che, ci dice Campisi, nelle intenzioni del Governo, “servirà ad attrarre turismo e a generare un importante giro d’affari”. Inoltre, secondo dalla prospettiva di Città del Messico, ci dice Lorusso, il progetto “dovrebbe dare opportunità di sviluppo anche alle popolazioni indigene locali i cui membri, specialmente nel Chiapas, nel Tabasco e nella Penisola dello Yucatán, sono sempre stati gli ultimi e i più abbandonati, nonostante siano una popolazione consistente dal punto di vista demografico”.

Il progetto del Treno Maya, però, ha anche incontrato molte resistenze e, come ci dice Campisi, non solo da parte dello EZLN: “più di un centinaio di organizzazioni si sono schierate contro”: secondo i detrattori, infatti, “il Tren Maya è da rifiutare per l’impatto rovinoso che avrà sull’ambiente, un’opera che taglierà in due la foresta e che metterà a rischio l’ecosistema che è rifugio di animali già a rischio d’estinzione”. In particolare, spiega Lorusso, “lo EZLN denuncia il rischio di una spoliazione dei territori e dei popoli che saranno interessati da questo progetto, la riduzione dei popoli indigeni e della cultura ancestrale messicana a turismo folklorico o globalista e globalizzato e, infine, denuncia il progetto di piantare tutto intorno ai binari del treno, in tutte le regioni interessate, alberi da frutta e da legna per lo sfruttamento delle risorse: denunciano, insomma, il modello di sviluppo che sta dietro al progetto, a cui contrappongono un modello alternativo”. Lo EZLN, che si ispira alla figura del comandante rivoluzionario Emiliano Zapata Salazar (1879-1919), “è un movimento anti-capitalista, anti-neo-liberisti e, tendenzialmente, anti-sistemico: contrappone un modello di sviluppo diverso e denuncia lo sfruttamento delle popolazioni indigene che questo progetto potrà causare”. Ecco perché, nel venticinquesimo anniversario dell’insurrezione zapatista del 1° gennaio 1994, “il gruppo dirigente dello EZLN ha rivolto delle parole durissime al Presidente López Obrador, annunciando un’opposizione netta ai progetti, denunciandolo come politico ingannevole e furbetto”.

Dopo la Marcia del Colore e della Terra, tra il 2001 e il 2003, il movimento ha avuto una svolta autonomista o, come la definisce Lorusso, “una fase di maggiore apertura alla negoziazione, soprattutto con la Sinistra parlamentare messicana, rappresentata negli anni ’90 dal PRD, e con altre forze politiche ed intellettuali”. Dopo l’insurrezione del 1994, lo EZLN è stato sottoposta a duri attacchi, sia da parte delle forze governative, sia da parte di gruppi paramilitari; nel 1996 venne infine raggiunta una tregua e si giunse alla firma degli Accordi di San Andrés. Con il finire del monopolio governativo del Partido Revolucionario Istitucional (PRI: Partito Rivoluzionario Istituzionale), che ha dominato la scena politica del Paese dagli anni ’20 del XX secolo fino al 2000, e la Presidenza di Vicente Fox (2000-2006) si era sperato che la situazione potesse migliorare; nel 2001, però, ci dice Lorusso, “il Presidente Fox ha fatto approvare una riforma costituzionale diversa da quella che era stata negoziata con lo EZLN. Lo EZLN aveva anche fatto una marcia per tutto il Sud del Paese, fino a Città del Messico, portando in Parlamento la proposta di riforma costituzionale, ma è stato in qualche modo tradito, anche da una parte del PRD che ha votato a favore di una riforma snaturata rispetto alle proposte iniziali. Dal 2001 al 2003, quindi, si è avuta una fase di ripiegamento e la costruzione delle comunità autonome a livello politico e, tendenzialmente, anche a livello economico: si chiamavano Aguas Calientes e, nel 2003, sono diventate i Caracoles Zapatistas”: si è trattato di una svolta più radicale ed autonomista.

Attualemtne, spiega Campisi, “lo EZLN continua a mantenere la propria influenza in parte del Chiapas e continua ad avere l’appoggio della sua base storica, quella delle comunità indigene. In questo momento vive una congiuntura speciale dovuta sia al cambio nella presidenza messicana, sia al rinnovamento delle leadership all’interno del movimento. C’è da definire quale sarà il cammino da percorrere (avvicinarsi o no alle istanze politiche), ma anche così non è in discussione il perdurare dell’organizzazione sociale e comunitaria che lo EZLN ha istituito nel territorio sotto il suo controllo”.

Quando si parla dello EZLN, specifica Lorusso, “si parla sostanzialmente di un movimento sociale, anti-sistema, autonomista. La sua capacità d’influenza, quindi, va oltre quello che è l’occupazione di un territorio o la forza militare, e va bensì rintracciata nell’immaginario che sono stati in grado di creare: più che essere l’ultima guerriglia del XX secolo, sono probabilmente il primo movimento anti-sistema ‘altermundista’, ovvero per un altro mondo possibile, che ha inaugurato quella stagione degli anni ’90 che passerà anche da Seattle e Genova e che, dopo la crisi del 2008, sboccerà di nuovo con movimenti come gli Indignados o Occupy Wall Street; anche in Messico ci sono stati altri movimenti di autonomia, indigena e non, su tutto il territorio”.

Le speranze che vedevano nel nuovo Presidente, López Obrador, e nella sua storia politica di Sinistra un possibile elemento che rendesse più facile trovare una mediazione tra le posizioni del Governo di Città del Messico e quelle dello EZLN e delle popolazioni del Chiapas, sembrano quindi vane, tanto è vero che, come ci dice Campisi, “López Obrador, non solo ha appoggiato con entusiasmo il progetto del Tren Maya, ma anche il piano di militarizzazione della Guardia Nacional, iniziativa che viene vista dallo EZLN come una provocazione. È vero che c’è stata una proposta governativa di includere nella Costituzione i punti rimasti insoluti negli accordi di San Andrés del 2001, ma alla base di quanto sta succedendo lo EZLN si mantiene diffidente e, al momento, non è disponibile a cercare un avvicinamento con la presidenza”.

Quella dello EZLN, sostiene Lorusso, “un’opposizione da Sinistra, più legata ai movimenti socio-ambientali, ai movimenti indigeni, alla storia stessa dello EZLN; un’opposizione che si contrappone anche contro un Governo che è sicuramente è più aperto e progressista, ma che mantiene molti tratti del modello di sviluppo contro il quale gli zapatisti si battono. Lo EZLN, anche in questo caso, resta un movimento di opposizione, per cui non credo che ci saranno ulteriori avvicinamenti”. Il fatto che il Presidente, anche conosciuto con l’acronimo AMLO (AndréS Manuel López Obrador),  abbia “frettolosamente organizzato delle consultazioni popolari per definire questi mega-progetti”, continua Lorusso, contribuisce a presentarlo come un “democratico che è aperto alla volontà popolare e ad una democrazia, non solo delegativa ma anche referendaria; il modo in cui sono stati organizzati questi referendum, però, lascia un po’ a desiderare perché non è stato possibile garantire la partecipazione di tutti gli interessati e perché è mancato un dibattito pubblico sufficientemente profondo”: secondo lo EZLN, infatti, si sarebbe trattato di una mossa volta a privare le opposizioni di credibilità. Inoltre, “lo EZLN ha denunciato altri progetti del Governo di AMLO, come quello di militarizzare la Guardia Nazionale, che rappresenta una continuità nella politica di militarizzazione della Pubblica Sicurezza: non è stata ancora approvata, ma si parla di 80.000 o 90.000 membri della nuova Guardia Nazionale, in maggior parte provenienti dalle fila dell’Esercito e della Marina, per cinque anni sotto la formazione e il comando operativo dei militari”. Infine, gli zapatisti contestanoil nuovo trattato NAFTA, che oggi si chiama USMCA (US-Mexico-Canada-Agreement), e che, secondo loro, non bloccherà l’attuale modello di sviluppo basato sull’espropriazione e lo sfruttamento delle risorse: in particolare non verrà toccato il settore minerario, che è quello che ha causato nei territori più poveri ed emarginati del Paese più danni, violazioni dei Diritti Umani, militarizzazione e che rischia di essere più dirompente anche rispetto alla violenza del narcotraffico”.

In un Continente che si sta spostando decisamente a Destra (si pensi a quanto accade negli Stati Uniti, in Brasile o in Argentina), il ruolo del Messico è ancora difficilmente inquadrabile. Secondo Lorusso, infatti, è ancora presto per parlarne: “López Obrador ha parlato della migliore politica estera che, secondo lui, è la politica interna, ovvero rafforzare le relazioni con gli altri Stati a partire da una forza e da un’autorità morale costruite internamente: questo lascia intravedere un periodo di tentativi di sviluppo interno, più che un attivismo in politica internazionale o un recupero della politica latino-americanista, ovvero legata all’integrazione dell’America Latina”. Il Messico, attualmente, è uno dei pochi Paesi dell’America Latina ad avere un Governo tendenzialmente di Sinistra. In questo panorama, spiega Lorusso, Città del Messico “ha mantenuto una politica di non intervento e di rispetto per gli affari interni degli altri Paesi che lascia intravedere un messaggio sul caso Venezuela: i Governi precedenti, in particolare quello del Presidente uscente, Enrique Peña Nieto, sono stati molto attivi contro il Venezuela di Nicolás Maduro, con il Gruppo di Lima, assieme ad altri Paesi del Sud-America, tra cui Colombia, Perù, Cile e l’Argentina; le dichiarazioni di López Obrador, invece, lasciano pensare per lo meno ad una certa neutralità, da parte del Messico”.

Il punto più caldo per il Messico, però, resta il rapporto con gli USA. Lorusso spiega che “su questo tema, López Obrador era certamente più attivo in campagna elettorale, mentre adesso è più moderato, per lo meno per quanto riguarda i toni utilizzati con il Presidente Trump, il quale, però, non manca mai di mandare qualche tweet polemico o spingere, proprio in questi giorni, per continuare con la costruzione del muro”. Si rifletta sul fatto che la costruzione del muro che, nonostante i proclami non ha fatto alcun passo avanti sotto la Presidenza Trump, è stata iniziata nel 1994, in concomitanza con l’entrata in vigore del trattato NAFTA, e portata avanti dalle Presdenze di Bill Clinton e George W. Bush: “simultaneamente e simbolicamente, gli zapatisti scelsero quella data, il 1° gennaio 1994, per mostrare al mondo che il Messico non stava entrando nel primo mondo ma che si stava integrando in modo diseguale, trascurando le problematiche ancestrali di parte consistente della sua popolazione”.

In America Meridionale c’è una lunga storia di movimenti di resistenza armata. In questo contesto, a seconda del punto di vista adottato, lo EZLN potrebbe sembrare un residuo di un’epoca al tramonto o, al contrario, un punto di rinnovamento e ripartenza, a livello latino-americano, per delle istanze sociali che attualmente non godono più di grande popolarità.

Secondo Campisi, “il percorso dello EZLN è peculiare e differente da quello degli altri movimenti rivoluzionari latino-americani. A parte gli scontri iniziali con l’Esercito messicano, gli zapatisti hanno evitato per quanto possibile il ricorso alla violenza e si sono concentrati su un progetto comunitario conseguente ai loro proclami”. Anche le loro petizioni principali, ovvero “la riforma alla Costituzione del Messico e un certo tipo di autonomia nella regione di cui hanno assunto il controllo, si sono mantenute le stesse nel tempo. È per questo che l’esperienza zapatista mantiene un posto di riguardo nell’idealismo della Sinistra latino-americana, come un progetto coerente e irriducibile nelle sue istanze”.

Secondo Lorusso, inoltre, “lo EZLN rappresenta un trait d’union tra i secoli XX e XXI: sicuramente si proietta nel panorama dei movimenti anti-sistema, anti-capitalisti e di costruzione dell’autonomia tipici del nuovo millennio, anche se i suoi esordi risalgono alla fine degli anni ’70, durante la Guerra Fredda, e negli anni ’80, con la costruzione delle basi dello EZLN e dell’insurrezione che sorprese il mondo. Il filo di collegamento sta nel fatto che prima i militanti venivano dalle esperienze di guerriglia urbana classiche dell’America Latina, quindi armate e libertarie o legate a ad un’ideologia marxista e alla costruzione di alternative al Capitalismo, rifacendosi anche al Comunismo o al modello dell’Unione Sovietica e di Cuba”. Con la fine della Guerra Fredda, lo EZLN ha rappresentato il passaggio dalle istanze della lotta di classe, oramai poco suggestive, “alla proposta di riscatto delle popolazioni indigene e alla costruzione dell’autonomia, soprattutto dopo che lo Stato e i partiti hanno voltano le spalle al movimento zapatista che, nei primi anni, aveva avuto un’attitudine di negoziazione”. Tra il 2010 e il 2014, nuove generazioni sono cresciute nello zapatismo, prendendo il loro posto ai vertici dello EZLN: in questi anni si è avuta l’uscita di scena, parziale ma declamata, del Sub-Comandante Marcos (che ha preso il nome di Galeano) e l’assunzione della guida del movimento da parte del Sub-Comandante Moises. Lorusso spiega che “Lo EZLN è praticamente un unicum nella recente Storia latino-americana. Negli ultimi anni, oltre alla costruzione di comunità autosufficienti o quasi, è stata costruita un’autonomia de facto, sia economica che, soprattutto, politico-culturale. Queste comunità si sono rinnovate anche concettualmente e fanno parte di quella costruzione di un altro mondo possibile che ispira da più di vent’anni tanti movimenti che combattono contro la globalizzazione neo-liberista, contro differenti aspetti del sistema capitalista e delle democrazie sempre più blindate del Nord del mondo e contro le sperequazioni, gli abusi, le espulsioni, le disuguaglianze tra Sud e Nord del mondo”. In questo senso, conclude Lorusso, “lo EZLN rappresenta ancora oggi un faro per numerosi movimenti vecchi e nuovi: è ancora vivo e proietta con efficacia il suo discorso, sia a livello latino-americano che globale; in quasi tutti i Paesi dell’area vi sono movimenti attualmente attivi che lavorano nell’ombra e che già generano alternative valide nel rispetto dell’ambiente e che stanno creando un’altra visione del mondo, differente da quella che vede l’uomo come padrone della natura. Gli zapatisti hanno una rilevanza mediatica diversa, ma sono solo una di queste tante realtà con le quali, tra l’altro, cercano di creare una rete

Secondo Campisi, infine, oggi “gli zapatisti sono di fronte a un bivio, ossia se continuare come movimento insurrezionario o trasformarsi in un partito politico. L’appoggio alla candidata Marichuy Patricio alle passate elezioni indica che esiste la volontà di ricorrere alla soluzione politica per rendere effettivi i reclami delle comunità indigene”.

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