martedì, Agosto 4

Yemen, quei rifugiati in Corea del Sud I migranti yemeniti dell’isola di Jeju fanno scoppiare le proteste in Corea del Sud

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Cosa lega Yemen e Corea del Sud? Apparentemente niente, ma le loro storie negli ultimi mesi hanno iniziato ad intrecciarsi per via dei migranti yemeniti che, scappando dalla guerra in atto nel loro Paese, hanno trovato accoglienza a Jeju, un’isola sul versante meridionale della Corea del Sud.

La guerra in Yemen si protrae dal marzo 2015 e vede opporsi una coalizione di Paesi a maggioranza sunnita guidata dall’Arabia Saudita – attualmente sotto i riflettori della politica internazionale per il ‘caso Khashoggi’ – ed il gruppo di sciiti yemeniti Houthi che, nel febbraio precedente, avevano attuato un colpo di stato spodestando il Presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi, il quale aveva il compito di portare lo Yemen alle elezioni dopo la primavera araba del 2012 e le conseguenti dimissioni dell’ex Presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, che dal 1978 controllava quello che era lo Yemen del Nord prima dell’unificazione. A complicare lo scenario vi è poi la presenza nel Paese delle organizzazioni terroristiche AQAP (Al-Qeda della Penisola Araba) e ISIS.

La situazione yemenita è stata fotografata lo scorso 3 aprile da Antonio Guteress, Segretario Generale dell’ONU, che, durante la ‘Pledging Conference on Yemen’, tenutasi a Ginevra (Svizzera), ha detto «le malattie trattabili diventano una condanna a morte quando i servizi sanitari locali sono sospesi ed è impossibile viaggiare fuori dal Paese. I civili hanno subito attacchi indiscriminati, bombardamenti, cecchini, ordigni inesplosi, fuoco incrociato, sequestro di persona, stupro e detenzione arbitraria. I bambini vengono reclutati con la forza per combattere o messi al lavoro per sostenere le loro famiglie. Ogni dieci minuti, un bambino sotto i cinque anni muore per cause prevenibili».

Come riporta l’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), dopo oltre tre anni di conflitto, sono 22.2 milioni le persone nello Yemen che hanno bisogno di assistenza umanitaria o di protezione. Secondo le ultime stime: 17.8 milioni soffrono di insicurezza alimentare; 16 milioni non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici; 16.4 milioni non ricevono un’assistenza sanitaria adeguata. «2 milioni di persone ora languono in condizioni disperate, lontano da casa e private dei bisogni primari», si legge sul sito dell’UNHCR, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, che continua «la situazione è così terribile che quasi 1 milione di yemeniti sfollati ha perso la speranza e ha cercato di tornare a casa, anche se non è ancora al sicuro».

Tra tutti questi migranti creati dalla guerra in corso in Yemen, circa 550 hanno trovato rifugio presso la provincia di Jeju, un’isola a largo delle coste meridionali della Corea del Sud. Una piccolissima quantità se si pensa al numero degli immigrati che cercano di entrare quotidianamente in Europa, ma che sta facendo crescere la tensione tra gli abitanti di tutta penisola sudcoreana, dove sono aumentate le proteste contro i migranti yemeniti.

Ma come sono arrivati gli yemeniti in Corea del Sud e perché proprio a JejuL’isola subtropicale di Jeju è l’isola più grande a largo della penisola coreana e, per il suo clima ed i suoi paesaggi mozzafiato, è divenuta una della attrazioni turistiche più importanti della Corea del Sud, ma negli ultimi anni ha visto diminuire drasticamente il numero di turisti. Proprio per tale ragione, il Governo sudcoreano ha voluto porre le basi per una nuova spinta turistica, abolendo la politica dei visti per i viaggiatori stranieri provenienti da molti Paesi, specie del Sud-Est asiatico.

A seguito di questa politica adottata da Seul, la compagnia aerea AirAsia, dallo scorso dicembre, ha attivato un volo diretto da Kuala Lumpur, capitale della Malesia, a JejuQuesta opportunità è stata colta ‘al volo’ dagli immigrati yemeniti che si trovavano in Malesia, dove si erano riversati sia per la connessione religiosa, basata sull’Islam, ed anche perché vi era possibile rimanerci per 90 giorni senza bisogno di essere in possesso di un visto turistico.

La Malesia, però, non aderisce alla Convenzione sui rifugiati delle Nazioni Unite stilata nel 1957 e i rifugiati e i richiedenti asilo non hanno diritti o status legali nel Paese, anzi, vengono arrestati dalle autorità, trattati come migranti illegali e rinchiusi in centri di detenzione per l’immigrazione sovraffollati e malsani. La Corea del Sud, invece, è uno dei pochi stati asiatici aderente alla Convenzione sui rifugiati ed al conseguente Protocollo del 1967.

Così, grazie a questa combinazione di fattori, nei primi cinque mesi del 2018, 561 yemeniti – l’anno scorso erano solamente 47- sono giunti nell’isola di Jeju, che ospita poco più di 600.000 abitanti, dove delle ONG hanno tenuto loro lezioni di coreano e li hanno inseriti in posti di lavoro all’interno dell’industria locale della pesca. L’arrivo di queste poche centinaia di migranti ed i vari programmi governativi attuati per la loro integrazione, però, hanno fatto scattare le polemiche in Corea del Sud e ingenti proteste sono scoppiate nell’isola di Jeju. Migliaia di coreani sono scesi in strada per protestare contro l’immigrazione con cartelli con su scritto ‘fake refugees go home right now’ e in cui si chiedeva l’abolizione dei visti per l’isola.

Lee Hyang, un attivista locale che chiede l’espulsione degli immigrati, definisce i rifugiati ‘davvero mostruosi’ e ritiene che i migranti siano in competizione per i posti di lavoro e costituiscano una minaccia per la sicurezza locale. 714.875 persone, attraverso una petizione, hanno chiesto al Governo di revocare le richieste dei rifugiati yemeniti e di espellerli dall’isola. Pertanto, dal primo giugno, le autorità sudocoreane  hanno inserito lo Yemen tra i Paesi con obbligo di possesso di un visto per entrare a Jeju. Inoltre, è stato impedito ai rifugiati di recarsi in Corea del Sud, e mentre hanno il permesso di lavorare, l’occupazione è stata limitata alla pesca ed alla ristorazione. Molti, invece, rimangono disoccupati.

Come riporta il quotidiano coreano in lingua inglese, ‘The Korean Herald’, lo scorso settembre, 23 richiedenti asilo yemeniti hanno ottenuto, dall’Ufficio immigrazione di Jeju, il permesso per soggiornare in Corea, ma non gli è stato concesso lo status di rifugiato legale. Infatti, per ottenere lo status di rifugiato in Corea del Sud, il richiedente deve provare di essere vittima di persecuzioni passate o ha un fondato timore di persecuzioni future su almeno uno dei seguenti motivi: razza, religione, nazionalità e opinione politica. Nessuno dei 23 soggetti è stato in grado di dimostrare il loro status o di rispettare i criteri previsti per legge. Tuttavia, gli individui a cui è stato concesso il soggiorno appartengono a categorie particolari. Dieci di questi sono minorenni, di cui sette non accompagnati. Tra gli altri, invece, figurano una donna incinta, famiglie con bambini piccoli e una persona necessitante cure mediche.

Secondo le stime dell’organizzazione no-profit Human Right Watch, dal 1994, il Governo coreano ha concesso lo status di rifugiato a circa il 2,5% dei richiedenti asilo, non nordcoreani. Tra gennaio e ottobre 2017, delle 7.291 richieste per lo status di rifugiato, le autorità hanno accettato solo 96 casi, ovvero circa l’1,31% delle domande. In totale, nel 2017, il Governo ha consegnato 290 visti umanitari, ma i richiedenti asilo si sono lamentati della diffusa discriminazione e dell’assenza di assistenza sociale di base.

In  un sondaggio, relativo al giugno di quest’anno, si evince che il 49% dei coreani è contrario all’accettazione dei rifugiati yemeniti, mentre il 39% favorevole. Secondo il giornalista Bo Seo, in un editoriale firmato per la ‘CNN’, la xenofobia presente nella società coreana «non deve essere sottovalutata o giustificata», poiché è «un istinto nato dal monoculturalismo e calcificato dall’esperienza dell’occupazione e della guerra».

La crescente xenofobia troverebbe ‘giustificazione’ nel sistema educativo della Corea del Sud, all’interno del quale, per decenni, è stato insegnato a credere che il Paese è danil minjok danil’, una nazione a sangue unico. «Questo mito della purezza razziale è stato promosso per favorire l’unità nazionale», scrive il giornalista sudcoreano Se-Woong Koo, che spiega come «solo dopo il 2007, quando le Nazioni Unite hanno esortato la Corea del Sud a smettere di promuovere questa nozione razzista, il programma scolastico è cambiato».

Le feroci proteste, però, non trovano solamente ragione nel razzismo, ma sarebbero dovute anche all’ingente tasso di disoccupazione giovanile coreano che, nel luglio scorso, ha raggiunto il suo punto massimo dal 1999, quando, a seguito della crisi finanziaria asiatica del ’97, i giovani disoccupati risultarono essere 434.000. Secondo le statistiche, a luglio erano 338.000 i disoccupati tra i  25 ed i 35 anni, mentre solamente nello stesso mese di tre anni prima, nel 2015, risultavano essere 285.000. Le scarse prospettive economiche e la mancanza di un impiego, dunque, sarebbero anche una delle cause alla radice di queste proteste contro l’immigrazione yemenita.

Intanto i migranti yemeniti si sentono intrappolati. «Ci tengono qui come animali. Come umani, abbiamo diritti per il movimento. Qual è la differenza tra noi yemeniti e i rifugiati provenienti da altri Paesi?» ha detto Marwan Saeed, ingegnere informatico di Sana di 38 anni, in un’intervista per il ‘New York Times. «Di cosa hanno paura i sudcoreani? Del nostro naso?», si chiede Majid, 28 anni, rifugiato perché ricercato in quanto attivista ateo e contro il trattamento riservato alle donne in Yemen, che sente crescere i pregiudizi dei locali verso gli immigrati yemeniti.

Dopo l’Europa e l’America Latina, dunque, anche l’Estremo Oriente si trova ad affrontare il fenomeno delle migrazioni forzate e, contemporaneamente, l’ondata xenofoba che ne deriva.

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