domenica, Novembre 17

Yemen, chi ha spedito quelle armi? La piccola vicenda del 'dhow' rischia di mettere in discussione equilibri che sono in funzione ormai da decenni

0

È la fine di agosto. Nel Golfo di Aden, a poco più di cento chilometri dalla costa dello Yemen, un ‘dhow’, la tipica imbarcazione locale in legno a doppia prua, avvicina una piccola barca. L’equipaggio scarica diversi pacchi di grandi dimensioni: dentro ci sono 2.500 kalashnikov protetti dalla salsedine con involucri di plastica e polistirolo. Il bottino è celato in sacchi di tela grezza.

Tutto sembra filare liscio come al solito. La scena deve essersi ripetuta tante volte da quando, nella primavera del 2015, in Yemen è scoppiata la guerra. Da un lato c’è la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che riceve ufficialmente armi e aiuti da tutti i paesi occidentali, Stati Uniti in testa. Dall’altra i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran: è a loro che sono diretti i kalashnikov trasportati clandestinamente sul ‘dhow’.

Ma in quelle acque le due imbarcazioni locali in quel momento, come probabilmente tante altre volte in passato, non sono sole. L’equipaggio del cacciatorpediniere statunitense USS Jason Dunham da lontano sta osservando la scena. In poco tempo raggiunge la piccola imbarcazione sulla quale sono state caricate le armi: la merce viene sequestrata. Si scopre che la piccola imbarcazione non batte bandiera: la sua rotta finale resta ignota.

Sono ormai passati due mesi. Giovedì scorso gli ispettori dell’Onu sono finalmente saliti a bordo del cacciatorpediniere statunitense: lì hanno trovato impilati i 2.500 AK-47 sequestrati, esposti all’acqua marina e ormai intaccati dalla ruggine.  Agli ispettori adesso spetta il compito di stabilire se queste armi siano arrivate dall’Iran. Con ogni probabilità esamineranno i documenti e le mappe trovati sull’imbarcazione e ascolteranno le comunicazioni dell’equipaggio con la costa. Teheran ha sempre negato di aver inviato armi ai ribelli Houthi in violazione alle risoluzioni Onu, ma la comunità internazionale è convinta del contrario.

Tra pochi giorni, il 4 novembre, entreranno in vigore le nuove, durissime sanzioni stabilite dall’amministrazione Trump contro Teheran: chi comprerà gas e petrolio dall’Iran o avrà rapporti commerciali con il paese, dovrà vedersela con le misure punitive statunitensi.  Le conclusioni degli ispettori dell’Onu nei prossimi mesi potrebbero mettere in ulteriore difficoltà il governo di Teheran.

Non è casuale il fatto che alla fine di agosto, quando l’equipaggio della USS Jason Dunham ha compiuto il sequestro di armi al largo dello Yemen, si sia aperto uno dei momenti più difficili per i rapporti tra Washington e Teheran. Pochi giorni dopo, il 7 e l’8 settembre, attacchi di mortaio avevano colpito le zone vicine all’ambasciata americana a Baghdad e al consolato americano a Bassora. Messaggi che erano arrivati dritti al destinatario: gli Stati Uniti avevano accusato degli attacchi le milizie sciite irachene sostenute dall’Iran e avevano promesso una dura reazione contro Teheran.

Il vice ammiraglio Scott Stearney comandante della 5° flotta statunitense, alla quale appartiene la USS Jason Dunham, in questi giorni con la stampa si è tenuto cauto: non ha risposto a chi gli chiedeva se fosse convinto che le armi venissero dall’Iran. Quella rotta e quei traffici nella zona vanno avanti da decenni, quasi indisturbati.        

Il Golfo di Aden, snodo di passaggio tra l’Oceano Indiano, il Golfo Persico e il Mar Rosso, non è solcato solo da petroliere di tutte le nazionalità. Piccole imbarcazioni locali da sempre trasbordano armi facendo la spola tra le coste dell’Iran, dello Yemen e della Somalia. Passando impunemente anche dalle acque del Gibuti, a pochi passi dalle grandi basi militari di Stati Uniti, Francia, Giappone, Cina, Arabia Saudita e Italia. Il tutto nell’era dei controlli satellitari.

I traffici illeciti di quel tratto di mare non si contano. In aprile la flotta francese aveva sequestrato centinaia di quintali di droga per un valore di svariati milioni di dollari. L’Iran e le milizie sciite libanesi Hezbollah sono i protagonisti delle transazioni più importanti, ma non ci sono solo loro.

Sono diverse le navi sequestrate in Yemen con carichi illegali di armi turche a bordo. Il caso più celebre è quello passato alla storia come il ‘contratto del cioccolato‘: nel 2012 nel porto di Aden erano state rinvenute decine di migliaia di pistole turche con il silenziatore che, secondo le bolle di carico, avrebbero dovuto essere tavolette di cioccolato. Un anno dopo, nella primavera del 2013, era stato scoperto un altro carico di pistole turche, circa 20.000, nel porto di Hodeidah. Uno dei soldati yemeniti che aveva partecipato al sequestro, in seguito era stato ucciso in circostanze misteriose.

E con le merci viaggiano gli esseri umani. Lo Yemen è il ponte tra la popolazione poverissima del Corno d’Africa e i ricchissimi Stati del Golfo: dal suo territorio passano, spesso in condizioni disumane, migliaia di immigrati. Un traffico illegale di persone che segue da sempre le stesse rotte di armi, droga, gas e petrolio. Rotte intoccabili che interessano a tutti e dove chiunque può fare affari sa ha qualcosa da vendere e, naturalmente, soldi per acquistare. La piccola vicenda del ‘dhow’ con le sue armi destinate ai ribelli Houthi rischia di mettere in discussione equilibri che sono in funzione ormai da decenni. Gli Stati Uniti hanno passato la patata bollente agli ispettori dell’Onu.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore