venerdì, Ottobre 18

Yemen: assassinato l’ex-Presidente Saleh Gerusalemme e Abu Dis: la disputa delle Capitali. Russia, primi sondaggi sulle presidenziali del 2018

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 L’ex-Presidente dello Yemen, Ali Abd Allah Saleh, è morto: a confermarlo è stato il suo stesso partito, il Congresso Generale del Popolo (CGP). Dopo che, nel 2014, Saleh si era schierato con i ribelli sciiti Houti contro il Governo di Sana’a, fino a conquistare gran parte del Paese, l’ex-Presidente aveva ultimamente cambiato posizione, dichiarando sciolta la precedenza alleanza. In conseguenza dello strappo tra il CGP e gli Houti, il Governo di Abd Rabbih Manur Hadi, sostenuto dall’Arabia Saudita, ha lanciato una forte offensiva per riprendere la capitale Sana’a: lo stesso Presidente Hadi ha dichiarato che, nonostante le sue politiche passate, fosse necessario sostenere Saleh contro il comune nemico Houti.
A questo punto, però, Saleh, ancora residente a Sana’a, è diventato il bersaglio principale degli Houti: oggi è arrivata la notizia secondo cui i ribelli sciiti avrebbero fatto esplodere la casa di Saleh, che ne sarebbe uscito incolume solo per cadere sotto i colpi di un cecchino mentre tentava di abbandonare la città. In un primo momento, le notizie sono state contraddittorie e prive di conferme; solo da poco è stato diffuso un video degli Houti che mostrano il corpo senza vita di Saleh. In seguito, è arrivata la conferma ufficiale da parte del CGP. Assieme a Saleh, sarebbero stati uccisi importanti membri del suo partito e della sua famiglia.

In seguito alle indiscrezioni secondo cui il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sarebbe intenzionato a riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele (al posto dell’attuale Tel Aviv) e a spostare lì l’Ambasciata USA, si moltiplicano le reazioni del mondo arabo. In primo luogo, c’è stata la reazione della Autorità Nazionale Palestinese (ANP), i cui rappresentanti hanno dichiarato che un eventuale riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele rappresenterebbe un enorme passo indietro negli sforzi di trovare una pace duratura nell’area mediorientale.

Commenti simili sono arrivati anche da parte della Lega Araba (che convocherà una riunione straordinaria per discutere la questione), dalla Giordania (che ha parlato di ‘conseguenze pericolose’), dall’Egitto (da cui sono arrivati inviti alla cautela), e dalla Turchia (che ha parlato di ‘rischio catastrofe’). Da parte saudita, invece, arriva la proposta di insediare una nuova capitale dello Stato palestinese nella città di Abu Dis, appena ad est di Gerusalemme: il Principe ereditario saudita, Mohammed bin-Salman, ne avrebbe discusso con il Presidente dell’ANP, Mohammed Abbas (meglio noto come abu-Mazen), durante il viaggio di quest’ultimo a Riad. Il fatto che l’Arabia Saudita abbia proposto una nuova capitale per la Palestina, in ogni caso, non significa che a Riad siano pronti ad accettare che la capitale israeliana sia spostata da Tel Aviv a Gerusalemme.

Nel frattempo, in Egitto, in vista delle elezioni del 2018, si comincia a parlare dei possibili sfidanti dell’attuale Presidente, Abd al-Fattah al-Sisi. Il candidato più quotato era l’ex-Primo Ministro Ahmed Shafiq (nominato dal Mubarak): dopo aver lanciato la sua candidatura, però, Shafiq sembra tornare sui suoi passi annunciando di dover valutare meglio la situazione e l’eventualità di una propria candidatura. Un altro possibile candidato, il Colonnello Ahmed Konsowa, è stato arrestato per aver espresso le proprie opinioni politiche e lanciato la propria candidatura su internet.

Potrebbero essere ore decisive sul fronte della Brexit. Secondo i media britannici, l’accordo tra Londra e Bruxelles sarebbe quasi completo. Oggi, il Primo Ministro inglese, Theresa May, è nella capitale dell’Unione Europea per incontrare il Presidenti del Parlamento e della Commissione UE, Jean-Claude Junker e Donald Tusk. Da più parti si è parlato di un incontro cruciale: addirittura, Tusk avrebbe annullato il suo viaggio in Medio Oriente proprio per essere presente al colloquio con Junker e May. Se Tusk si è mostrato ottimista, parlando di significativi passi avanti sulla questione del ‘conto del divorzio’ e dei diritti dei cittadini, sulla questione del confine irlandese le cose potrebbero essere ben diverse. Il Ministro per gli Affari Europei di Dublino, Hellen McEntee, ha parlato di progressi insufficienti per pensare di passare alla seconda fase dei negoziati (quella sugli accordi commerciali): allo stato attuale, dunque, la Repubblica d’Irlanda non sarebbe disposta a firmare il trattato. Per superare questo scoglio, è circolata la voce della concessione di uno status speciale per l’Irlanda del Nord che, teoricamente, permetterebbe a Belfast di restare all’interno del Mercato Unico Europeo.

Immediatamente, però, sono arrivate le dichiarazioni del Primo Ministro del Parlamento Scozzese, Nicola Sturgeon, e del Sindaco di Londra, Sadiq Khan: se una parte della Gran Bretagna, ovvero l’Irlanda del Nord, può avere uno statuto speciale e restare nel mercato europeo, non c’è ragione per cui la Scozia e la stessa Londra non possano adottare la medesima soluzione (in Irlanda del Nord e in Scozia, oltre che a Londra, il referendum sulla Brexit ha dato una fortissima maggioranza in favore dell’UE). Inoltre, anche dal Primo Ministro gallese, Carwin Jones, è arrivata la stessa richiesta (nonostante il Galles si sia espresso in maggioranza per l’uscita dall’Unione).

Dalla parte opposta, però, sono arrivate le dichiarazioni dell’ala dura dei conservatori, che ritengono le concessioni della May a Bruxelles troppo generose, e dei lealisti nord-irlandesi, che sono contrari all’adozione di uno status differente per Belfast. La soluzione, insomma, sembra tutt’altro che scontata.

In Spagna, il prossimo 21 dicembre si terranno le elezioni anticipate per il Governo dell’Autonomia catalana. A quanto risulta dai sondaggi, il fronte indipendentista starebbe per perdere la propria maggioranza in favore di Ciudadanos, che dovrebbe divenire il primo partito della Catalogna con il 22,5% dei voti. In crescita anche i socialisti (16%) mentre i popolari sarebbero in forte calo (5,8%).

Intanto, il Tribunale Supremo Spagnolo ha liberato i sette ex-Ministri dell’amministrazione catalana mentre, a causa di un presunto rischio di reiterazione del reato, ha negato la stessa soluzione per l’ex-Vice-Presindete, Oriol Junqueras, l’ex-Ministro degli Interni, Joaquim Forn, e i due esponenti indipendentisti, Jordi Sanchez e Jordi Cixart: per gli ex-Ministri rilasciati è previsto il divieto di lasciare il Paese e l’obbligo di forma in Tribunale. Il prossimo 14 dicembre, invece, si saprà se l’ex-Presidente, Carles Puigdemont, sarà estradato dal Belgio, dove si è rifugiato, in Spagna per affrontare il processo.

In Francia, si è svolto il primo turno delle elezioni amministrative in Corsica. Come largamente pronosticato, si è avuta una netta vittoria degli indipendentisti di ‘Pé a Corsica. Il partito indipendentista di Gilles Simeoni e Jean-Guy Talamoni ha ottenuto il 45% dei voti e si avviano a riconfermarsi alla guida dell’isola al secondo turno che si terrà il prossimo 10 dicembre. Il movimento autonomista corso, una volta riconfermato al potere, dovrebbe chiedere a Parigi una maggiore autonomia locale.

In Germania si è avuto lo storico cambio della guardia alla guida dei cristiano-sociali bavaresi: Horst Seehofer rinuncia alla Presidenza del Land e, forse, anche a quella del partito, in favore dell’attuale Ministro delle Finanze, Markus Soeder. In Baviera, i cristiano-sociali (CSU) sono storicamente grandi alleati locali dei cristiano-democratici (CDU) di Angela Merkel: l’allontanamento di Seehofer dalle stanze del potere potrebbe rappresentare un problema per il Cancelliere che, rieletto per l’ennesima volta alla guida del Paese, ha visto naufragare la propria alleanza con verdi e liberal-democratici prima ancora di cominciare.

Uno spiraglio arriva dai socialdemocratici. Dopo essersi dichiarati non disponibili ad un Governo di larga coalizione con la CDU (soluzione che, negli ultimi anni, è costata loro una grande erosione di consensi) il socialdemocratici (SPD) hanno risposto all’appello del Presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, per evitare un Governo di minoranza. Il Presidente della SPD, Martin Schulz, ha deciso di rimettere la decisione ai voti: è passata la linea del dialogo con la CDU. A causa della presenza, all’interno del partito, di un folto numero di rappresentanti contraria a questa decisione, il dialogo con il partito del Cancelliere Merkel avrà come terreno di accordo il programma SPD.

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