lunedì, Dicembre 16

Xi Jinping: l’uomo forte al comando della Cina L'analisi di Stefano Silvestri, consigliere scientifico presso lo IAI, sulla rafforzata leadership di Xi Jimping e le conseguenti ricadute sul piano politico

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Xi Jinping come Mao Zedong. Al termine del Congresso del Partito Comunista Cinese, tenutosi a Pechino dal 18 al 24 ottobre, il pensiero politico di Xi viene inserito nella Costituzione del Partito. Soltanto al padre della Cina moderna Mao Zedong era stato tributato in vita un simile onore, il pensiero di Deng Xiaoping, leader di fatto della Cina dal 1978 al 1992, aveva infatti trovato posto nella Costituzione solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1997.

Lungi dall’essere un mero riconoscimento simbolico, l’ingresso del Pensiero dell’attuale Presidente cinese nella dottrina di Partito rappresenta l’atto finale dell’incoronamento di Xi Jinping come leader indiscusso della Repubblica Popolare Cinese. Se nel 2012 era stato eletto come figura di compromesso fra le varie anime del Partito, oggi, a distanza di cinque anni, si profila sempre più la possibilità che Xi Jinping diventi un uomo solo al comando della maggiore superpotenza asiatica. La personalizzazione del potere, la marginalizzazione delle fazioni avverse all’interno del partito, legate agli ex Presidenti Jiang Zemin e Hu Jintao, il poderoso incedere della campagna contro la corruzione all’interno del partito, che ha colpito oltre un milione di funzionari nei suoi primi cinque anni, sono i maggiori segnali di una leadership presidenziale sempre più rafforzata. L’assenza fra i membri del nuovo Politburo di dirigenti della cosiddetta sesta generazione cinese e la mancata designazione, da parte di Xi, di un suo successore confermano questa tendenza. Aumentando la possibilità che l’attuale Presidente si candidi nel 2022 per un terzo mandato alla guida del Paese, evento mai accaduto nella storia della Cina moderna.

I tempi della leadership collettiva, introdotta per evitare il culto della personalità che aveva caratterizzato gli eccessi dell’era maoista, sembrano sempre più lontani. Ma la sempre più elevata concentrazione di potere nelle mani del Presidente non può avvenire senza che il partito ne paghi un prezzo: il rafforzamento della leadership rischia di indebolire il partito come istituzione. Tale rischio non potrà essere sottovalutato: la crescita dell’economia cinese, poderosa nell’ultimo decennio, sta rallentando e di fronte ai numerosi problemi interni alla società, dalle diseguaglianze socio-economiche all’eccessivo divario fra ricchi e poveri, il malcontento della popolazione comincia a far sentire la sua voce. Il Partito al momento continua a mantenere saldamente il potere complici la crescita dei salari e il ritorno della retorica nazionalista attraverso il recupero dei tradizionali ideali del marxismo e del confucianesimo. Ma nell’immediato futuro la Cina dovrà affrontare sfide importanti, prime fra tutte la riduzione dello scollamento fra una politica estera energica e un cammino di riforme economiche interne che stenta ad avviarsi. La vera scommessa di Xi Jinping sarà quella di superare questa contraddizione per rendere il paese una superpotenza a tutti gli effetti. E allontanare qualsiasi impressione di debolezza suscettibile di essere sfruttata dai suoi avversari interni. Sugli scenari aperti dal rafforzamento della leadership del Presidente cinese abbiamo sentito Stefano Silvestri, consigliere scientifico presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali).

 

Siamo di fronte ad un netto rafforzamento della leadership del Presidente Xi Jinping in Cina, quali ne sono state le principali cause?

Io credo che Xi Jinping sia riuscito innanzitutto a governare un momento difficile per il Paese dato dal calo del tasso di crescita cinese, tasso che si attestava in origine a due cifre, ma che adesso si è attestato intorno al 5-6%, cifra che per noi è molto alta ma per la Cina rappresenta la metà dei numeri a cui sono abituati. Una fase delicata che Xi è riuscito a gestire. In secondo luogo il Presidente ha curato molto l’immagine del Partito Comunista e la ripresa di credibilità del medesimo nella società cinese attraverso la lotta alla corruzione: il fatto che su circa 80 milioni di iscritti al Partito Xi abbia ‘epurato’ circa un milione e trecentomila quadri è sicuramente indicativo non solo di una guerra alla corruzione, ma anche di una lotta di potere all’interno del Partito Comunista, lotta che si è conclusa a suo favore. Nella leadership cinese si è senza dubbio affermata la convinzione che questa è una fase delicata della politica estera cinese, fase in cui la Cina deve uscire dal suo status di ‘potenza a metà’, da intendersi nel senso di nazione ancora in via di sviluppo, e riconoscere invece il suo ruolo globale, ruolo che certamente richiede una leadership piuttosto stabile.

Quanto questo rafforzamento potrà proseguire alla luce della forte legittimazione ottenuta con il Congresso?

Oggi Xi Jinping ha sicuramente in mano il Partito, bisognerà vedere se avrà dalla sua parte anche il consenso popolare. Attualmente in Cina vi è un grosso problema di ricostruzione del consenso popolare non solo nei confronti del Partito ma anche nei confronti dello Stato cinese vero e proprio. Questo problema va al di là della sola lotta alla corruzione perché implica la necessità di affrontare una notevole emergenza data da squilibri regionali e crescita ineguale della popolazione: in Cina vi è un divario sempre più ampio fra ceti ricchi e fasce povere della popolazione. Tutto questo crea tensioni nel Paese, pertanto il modo con cui il Presidente riuscirà ad affrontare questo aspetto della polarizzazione della Cina sarà fondamentale per la tenuta del consenso interno. Dal punto di vista internazionale invece, il maggiore problema consisterà nell’affrontare nuovi equilibri mondiali ed in particolare quelli asiatici, i quali sono particolarmente delicati.

Di fronte a questa crescente polarizzazione del Paese e ai numerosi segnali di malcontento della popolazione si può affermare che il patto sociale post-piazza Tienanmen, appoggio politico in cambio di crescita economica, sia venuto meno?

Questo patto non è venuto meno, ma allo stesso tempo non è più sufficiente. La crescita economica, infatti, incontra dei limiti sia perché diminuisce il tasso di crescita sia a causa di una preoccupante bolla immobiliare scoppiata negli ultimi anni e che ora il Governo sta tentando di gestire. Questa sorta di patto è tuttora considerato una linea guida per la politica cinese, ma determinante sarà vedere come verrà ‘calato’ all’interno della popolazione, se saranno sempre in pochi coloro che continueranno ad arricchirsi o se al contrario vi sarà una redistribuzione delle risorse ed un miglioramento dei servizi per la popolazione. Finora il Governo è riuscito ad intraprendere un cammino volto a ridurre le diseguaglianze, il problema è dato dalla grandezza del Paese: una linea ferroviaria ad alta velocità fra Shanghai e Pechino o fra Pechino e Xian è importante, ma riguarda a malapena un quarto della Cina.

A questo proposito che ruolo ha avuto il rafforzamento dei sentimenti nazionalisti attraverso il recupero dei valori del confucianesimo e del marxismo?

Certamente questo rafforzamento dei sentimenti nazionalisti è già presente e ha svolto un ruolo importante nella legittimazione del potere. Tuttavia in tale rafforzamento vi è anche un forte elemento di rischio perché un aumento del sentimento nazionalista mette la Cina in contrasto con i suoi vicini, quali il Giappone e le due Coree. Si tratta certamente di Paesi meno potenti rispetto alla Cina i quali sono spaventati da un rafforzamento del nazionalismo cinese. La maniera con cui la Cina sta gestendo le sue rivendicazioni marittime, ad esempio, è piuttosto pregiudicato. Ma non solo: vi è anche uno scarso rispetto della legge internazionale del mare da parte di Pechino, legge a cui la Cina ha peraltro aderito. Sono tutti elementi che dovranno essere valutati con attenzione da parte del Governo perché se la chiave nazionalista è sicuramente un’arma politica importante, d’altra parte le rivendicazioni nazionaliste generano contrasti e in un continente che è pieno di nazionalisti armati fino ai denti come l’Asia questo può comportare notevoli pericoli.

Che significato ha l’inserimento del pensiero di Xi nella costituzione del Partito e che conseguenze avrà sul piano politico?

Credo si tratti di un mezzo per consolidare la leadership nei prossimi cinque, se non addirittura dieci anni di una politica che tanto sul piano interno quanto sul piano internazionale propone una linea di crescita e di maggiore esposizione della Cina nei confronti del mondo. L’inserimento del pensiero di Xi nella costituzione del partito, pertanto, ha sicuramente un elevato valore simbolico, ma al contempo rappresenta anche un forte messaggio di leadership di cui il mondo dovrà tenere conto. La speranza del Partito è che questa rinnovata leadership possa riuscire a far fronte anche ai malcontenti della popolazione.

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