domenica, Aprile 5

World Future Day: l’urgenza irrinviabile di parlare di futuro, anzi, no, futuri Obiettivo: trovare soluzioni che richiedono azioni congiunte. Proprio in questi giorni di emergenza e sbandamento si sente la necessità di futures studies, serve creare spazi per il futures thinking, il pensiero sui futuri

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Il 1° marzo scorso, si è tenuto il World Future Day, con esperti di futures studies e pubblico hanno condotto una conversazione di 24 ore sul futuro del mondo, o meglio, come preferiscono gli studiosi, sui futuri dei mondi. Il mondo e il futuro declinati al plurale.

L’evento è stato organizzato da il Millennium Project(MP), un think tank globale partecipativo di previsione sociale, ha ospitato l’evento 2020 in collaborazione con l’Association of Professional Futurists (APF), Humanity+, il Global Futures Literacy Network dell’UNESCO, la World Academy of Art and Science (WASS) e la World Futures Studies Federation (WFSF). Come dire: i futurologi al capezzale del nostro futuro, si, ma insieme alla gente comune, almeno quella pronta a dare una sbirciata al domani. A mezzogiorno di qualsiasi fuso orario, voci diverse si sono aggregate per riflettere sui futuri che ci attendono.

Con Mara Di Berardo, di Millennium Project Italian, coordinatrice delle conversazioni italiane, e Roberto Paura, Presidente dell’Italian Institute for the Future, che ha supportato il nodo italiano del Millennium Project nella disseminazione dell’iniziativa.

 

In primo luogo raccontateci questo 1° marzo di colloqui, considerato anche che è stata iniziativa particolare, a partire dal format.

Mara Di Berardo Il World Future Day è il primo marzo di ogni anno e per il settimo anno consecutivo il Millennium Project ha organizzato una conversazione aperta di 24 ore on-line attorno al mondo. Hanno partecipano esperti di studi di futuri, i cosiddetti futures studies, e pubblico generale, condividendo le proprie idee per costruire un futuro migliore in una conversazione rilassata, aperta e senza agenda che esplora le possibilità del nostro futuro comune.

Per l’Italia, l’evento è stato supportato e disseminato dal nodo italiano del Millennium Project, di cui sono co-chair, e dall’Italian Institute for the Future, provando a creare interesse per il futures thinking, il pensiero sui futuri.

La conversazione è iniziata il primo marzo 2020 a mezzogiorno in Nuova Zelanda e si è mossa verso ovest ogni ora, ma è sempre possibile connettersi in qualsiasi momento, fino ad arrivare all’orario dell’Europea Centrale (UTC +1) e quindi in Italia. Ho partecipato ad altri World Future Day del MP in passato e ho ricevuto molti stimoli interessanti. Si discute alla pari e con interesse e si stimola nuovo ragionamento. Quest’anno ho deciso di supportare l’evento in maniera più diretta e mi sono offerta di facilitare la sessione dell’Europa Centrale assieme a Jerome Glenn, CEO del MP, Jejel Ezzine, chair del nodo MP Tunisia, e Heiner Benking, consulente per Youth4Planet e altre non-profit. A breve sarà disponibile un report sui contenuti delle 24h di World Future Day.

Ci può dire quanto emerso relativamente al Mezzogiorno italiano?

Mara Di Berardo La conversazione è globale, così come le sfide di fronte a cui si trova l’umanità, e ci si sofferma su singoli Paesi o aree territoriali solo per questioni specifiche. A chiusura dell’orario UTC +1 e a seguire nell’UTC +2, si è parlato ad esempio anche di eventuali differenze tra nord e sud del mondo rispetto ad internet e tecnologia. Secondo alcuni partecipanti, queste differenze sono ancora molto forti e c’è bisogno di collaborazione per attivare il sud. Non è sufficiente portare tecnologia, norme e standardizzazione o sviluppare capacità senza avere la possibilità di vivere l’esperienza in termini di soluzioni e strategie. Bisogna colmare i divari con un ponte che indirizzi le sfide globali, con metafore, narrative e una dimensione di apprendimento, rendendo il sud parte del processo di costruzione. In realtà, altri partecipanti hanno ridimensionato la differenza nord/sud di oggi rispetto al passato: ci sono meno disuguaglianze, le sfide sono globali e si dovrebbe in realtà capire quali sono le aree in cui si converge.

Quanto è considerato pericoloso per il futuro italiano l’impoverimento del Mezzogiorno e non solo di intelligenze e competenze che decidono di andare all’estero?

Roberto Paura La ripresa dei flussi emigratori dal Sud Italia, in anni recenti, sta iniziando ad assumere i contorni di un vero e proprio esodo di massa. Secondo le stime ISTAT, da qui al 2065 perderemo ben cinque milioni di abitanti al Sud a causa del declino della natalità, del basso apporto di flussi in ingresso (la maggior parte degli immigrati si trasferisce a latitudini più alte) ma soprattutto della fuga dei giovani verso il Nord Italia e il resto d’Europa. Già oggi interi piccoli centri sono svuotati, fenomeno che interessa buona parte dei Paesi europei caratterizzati dallo spopolamento delle aree interne. La retorica del turismo lento e dell’agricoltura biologica, che dovrebbe risollevare queste aree, non ha prodotto controtendenze concrete. Ma in generale non si può pensare di concentrare al Nord tutte le energie intellettuali e le forze produttive delle giovani generazioni. Resta ancora molto da fare in termini di innovazione infrastrutturale, ma c’è bisogno di politiche concrete che convincano le aziende competitive europee e del Nord Italia a delocalizzare al Sud. Proprio in questi giorni di epidemia diffusa nella ‘locomotiva’ italiana scontiamo il prezzo di una concentrazione eccessiva di produzione in sole tre regioni del nostro Paese.

Il futuro dell’Italia come è stato visto e considerato? Che sarà dell’Italia tra 10 o 20 anni o ancor di più nel 2050?

Mara Di Berardo La conversazione del World Future Day alle dodici italiane ha avuto come ospite Vint Cerf, pioniere americano di Internet conosciuto come uno dei padri di Internet insieme a Bob Kahn per l’invenzione del protocollo TCP/IP e l’architettura di Internet. Insieme per un’ora, abbiamo parlato di disinformazione e di information warfare, di pensiero critico, sostenibilità di internet e persino della nostra identità digitale dopo la morte. L’Italia, come gli altri Paesi, si trova di fronte a tutte le principali sfide dell’umanità, in parte contenute degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Credo che si cominci ad avvertire anche da noi l’urgenza di parlare di futuri per trovare soluzioni che richiedono azioni congiunte. Nella discussione del primo marzo, ragionavamo sull’utilità di attività di consapevolezza, come la conversazione di 24h del World Future Day, ma devono essere definite anche attività più strutturate e azioni concrete, pianificando a lungo termine con una vision comune. Dove sarà l’Italia tra 20 e 30 anni dipenderà dalle decisioni che prenderemo oggi per muoverci nel mondo complesso in cui ci troviamo, e i futures studies potrebbero aiutarci, ad esempio con attività di futures literacy (alfabetizzazione di futuri), indici dello stato del futuro nazionali, costruzione di scenari, definizione e valutazione di azioni anticipanti. Nel 2017, ad esempio, abbiamo svolto un esercizio di futures studies con il chapter milanese di Singularity University per trovare alcune soluzioni per il futuro di lavoro e tecnologia al 2050 per l’Italia: si è cercato di indirizzare la convivenza intergenerazionale e l’active aging, di coniugare l’evoluzione di un’educazione che è sempre meno formale, di trovare flussi di cassa per il reddito universale di base e di definire le tecnologie impiegabili nella biotecnologia, nel settore alimentare, nelle energie rinnovabili e nei trasporti di un territorio particolare come quello italiano, cercando anche di agire sull’approccio familistico al lavoro per rendere l’individuo il centro dei progetti professionali.

La disinformazione abbiamo visto, e stiamo vedendo, di che cosa è capace. Cosa avete immaginato su questo tema per il futuro che ci attende?

Di Berardo Durante la chiacchierata con Vint Cerf si è parlato molto di disinformazione. Gli algoritmi non sono perfetti e abbiamo bisogno di metriche per capire come bilanciare la perdita di informazione, la frammentazione di conoscenza e il bisogno di cancellare informazioni dannose per la sicurezza pubblica. Dove non arrivano gli algoritmi, dovremmo farci aiutare dal pensiero critico: porci domande, avere prove di conferma, analizzare con razionalità, come nel processo scientifico, che è la migliore approssimazione della realtà che abbiamo. Purtroppo, non tutti sono a proprio agio in una società bene informata: rigettiamo spesso informazioni che non corrispondono alla nostra visione del mondo e crediamo alla disinformazione che vi corrisponde. I sistemi educativi dovrebbero formare le persone al pensiero critico per imparare a riconoscere disinformazione e percorsi fraudolenti di informazione.

Pensiero critico, questo tema è strettamente connesso con quanto abbiamo affrontato prima. Le chiedo dunque: quanto è emerso dalla vostra discussione?

Di Berardo Dovremmo formare le persone a valutare ciò che vedono grazie al pensiero critico e dovremmo anche imparare a capire che è possibile cambiare opinione con l’esperienza e la valutazione. È difficile identificare l’origine delle informazioni. Si può fare molto per indirizzare il problema, ma sono necessari accordi internazionali per definire norme che guidino i comportamenti su internet e sanzioni per chi causa danni attraverso la disinformazione. Il settore privato può condurre analisi predittive su enormi banche dati di disinformazione, elencare potenziali azioni da fronteggiare prima che accadano, e abbinare i profili delle persone con i requisiti per contrastare le azioni. Si potrebbero definire sistemi di certificazione, ma potrebbero essere compromesse nel sistema e in chi le produce. Quindi, abbiamo di nuovo bisogno di pensiero critico da parte del pubblico. Mi è sembrato di vedere un collegamento con le attività previste dalla scienza dei cittadini: cittadini e pubblico generale partecipano al processo scientifico in varie fasi e con vari gradi di coinvolgimento, apprendendo i contenuti oggetto di ricerca e anche il funzionamento del processo scientifico.

Sostenibilità di internet, parliamone

Di Berardo Vint Cerf ci conferma che Internet è tecnicamente sostenibile anche con un aumento di nuova domanda di ampiezza banda. Il miglioramento della tecnologia potrebbero però aumentare i costi da sostenere per connetterci. Mentre si prova ad estendere internet a velocità sempre maggiori e in ogni luogo nel mondo, alcuni governi provano a chiudere la rete, cercando di controllarne e filtrarne i contenti. Così rischiamo la frammentazione del network. Sarà comunque difficile sfuggire ad Internet, considerando l’avvento del 5G, ma non si sfugge nemmeno all’inquinamento informativo che comporta. Gli utenti possono mettere in atto meccanismi di filtraggio, e ciò rischia di frammentare anche la conoscenza della rete unica. Abbiamo bisogno di politiche adeguate per contrastare l’information warfare, per rendere Internet più sicuro, e abbiamo bisogno di accordarci sull’etica, soprattutto rispetto alle evoluzioni dell’Intelligenza Artificiale, altrimenti rischiamo di ritrovarci in uno dei tre alternativi al definiti da centinaia di partecipanti allo studio del Millennium Project sul ‘Work/Tech 2050. Scenarios and Actions’, muovendoci verso un nuovo ordine mondiale deteriorato in una combinazione di Stati-Nazioni, mega-aziende, milizie locali, gruppi terroristici e crimine organizzato. Le sfide di fronte a cui si trova l’umanità sono transnazionali ed interconnesse, come ci dice lo studio ‘Lo Stato del futuro 19.1’ Lo Stato del futuro 19.1del Millennium Project, e necessitano di soluzioni trans-istituzionali.

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