giovedì, Dicembre 12

Woodstock, il ’68 e Greta Una Mostra di Amalie R. Rothschild, a Firenze, ricorda quello storico evento musicale, segno di pace, rock amore e cambiamento sociale. A colloquio con la regista e fotografa americana, che raffronta il ’68 con il movimento di Greta per il “diritto al futuro dei giovani”

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“Che sensazione provo a riandare con la memoria a quegli anni  che ebbero in Woodstock  uno dei momenti più alti e grandiosi ?  Che furono gli Anni d’oro, gli anni più importanti della mia vita, non solo perché erano quelli della mia gioventù ma per il fatto  che allora riuscimmo a liberare tutte le forze creative ch’erano in noi, e che trovarono nella musica un collante eccezionale, unico, capace di raccogliere e rappresentare le aspirazioni di pace, di umana solidarietà, di cambiamento della società che mosse le nostre generazioni”.

Già, la generazione che ha fatto il ’68, ed ha vissuto la grande esperienza di Woodstock, è quella  cui appartiene anche lei, Amalie R. Rothschild, regista, documentarista, fotografa  americana di fama internazionale. Che di quell’evento   è stata testimone e protagonista. E della quale possiamo ammirare a Firenze nel nuovo uno Spazio Espositivo del Consiglio Regionale Toscano intitolato a Carlo Azeglio Ciampi, la Mostra Woodstock e gli altri, Cinquanta foto di pace amore e musica‘. Oltre 50 fotografie di grande formato e in buona parte inedite in Italia, fanno rivivere alcuni dei principali appuntamenti musicali rock del 1969, un anno considerato “irripetibile”. L’evento, ormai storico del Festival di Woodstock, che si svolse dal 15 al 18 agosto 1969 a Bethel, nello Stato di  New York, alla presenza di oltre mezzo milione di persone, sopratutto giovani, è al centro di questa Rassegna fotografica, che ci presenta le immagini scattate dal backstage, del mega concerto in molte delle  le sue fasi: dall’arrivo dei giovani con ogni mezzo  e da tutte le parti d’America nei campi circostanti, alle tendopoli lungo la West Shore Road, dal montaggio del palcoscenico ( torri sonore, padiglione degli artisti) alle  tendopoli per gli spettatori, da quello dello schermo per la ‘Lihght show’, ai giovani dello staff organizzativo con le loro magliette, fino alle troupes cinematografiche, comprendenti oltre ai tecnici ed al regista Michael Wadleigh anche un  giovane assistente alla regia di nome Martin Scorsese. E  poi, vediamo gli spettatori appoggiati alla staccionata e nello spiazzo  antistante al palco, l’ esibizione di alcuni artisti, lo smontaggio del palcoscenico ( 24 agosto) e l’incenerimento dei sacchi a pelo. Foto particolari e significative che oltre ai film e ai documentari prodotti  su questo storico evento, danno l’idea di ciò che è stato Woodstock. Ma di non minore importanza sono anche gli altri eventi musicali documentati da Amalie, che li ha seguiti da vicino, e che ci restituiscono immagini straordinarie come il giovane e già noto Bob Dylan ( nell ‘Isola di Wight, 31 agosto di quello stesso anno), Jimi Hendrix Mick Jagger, Janis e Tina Turner, i Rollin Stones (concerto al Madison Square Garden, novembre ‘69) Santana, Chuck Berry, James Brown, Miles Davis e   B.B.King al Newport Festival (luglio dello stesso anno), i The Who’s nella prima opera americana della loro opera rock Tommy.   

Com’è che la giovane Amalie si trovava lì nel bakcstage  del grande palco di Woodstock? 

“Quasi tutti i collaboratori del Filmore East ( il teatro creato da Bill Graham a New York) sono stati coinvolti, io facevo parte dello staff del Joshua Light Show in tournée nell’estate del ’69 con quattro tonnellate di equipaggiamento: prima  tappa al Newport Festival di Rhode Island a luglio, poi a Tanglewood in Massachusettes il 12 agosto, e il giorno dopo a Woodstock che era a Bethel, New York, ignari di cosa sarebbe accaduto”. 

Amalie produceva per il Joshua fotografie, diapositive, grafiche e filmati, utilizzando già allora tecniche speciali ( si era   laureata nel ’67 in graphic Design e aveva acquisito esperienze presso l’Istituto Film e Tv della N.Y.University). Così ricorda quei giorni frenetici: “vi era un grande  ritardo nella costruzione del palco:  un disastro, ma come accade spesso, la dedizione di tutti consentì di risolvere i problemi. Purtroppo, non prevedendo cosa sarebbe successo, avevo portato con me solo 9 rullini di pellicola Kodak Tri-X che ho dovuto utilizzare con molta parsimonia”.

In effetti, quella straordinaria partecipazione di giovani andò oltre ogni possibile immaginazione, non si trattò  solo di un mega concerto, ma di un evento storico unico, irripetibile. 

“Anche se ho vissuto dal vivo quell’esperienza, allora non compresi perché Woodstock fu considerato così importante  ed ebbe una così imponente copertura mediatica. Come spesso accade, mentre stai vivendo un momento storico è difficile avere un distacco per poter comprendere le prospettive future. Ricordo  la pioggia, il caldo, il disagio ma anche e sopratutto lo spirito di fraternità di condivisione col prossimo di tutto, cibo compreso. E la sensazione che la musica poteva cambiare il mondo. Ecco, eravamo la generazione che voleva dimostrare il meglio della natura umana. Ho creduto negli ideali della mia gioventù e nella musica che l’ha incarnata, non pensavo che ci fosse qualcosa di speciale in  così tante persone che condividevano l’esperienza in modo collettivamente pacifico, in circostanze stressanti e scomode. In soli tre giorni a Woostock tante forze hanno reso possibile un sogno, un fantastico momento di idealismo e di voglia di cambiamento sociale!”. 

Le parole di Amalie ci riportano alla mente  quel finale alle 9 del mattino del 18, davanti ai 40 mila rimasti, in cui Jimi Hendriz, con la sua band Gipsy Sun and Rainbow, dopo 2 ore e mezzo di esibizione,  faceva ruggire la sua Fender Stratocaster  stravolgendo l’inno statunitense con l’inserimento di rumori che ricordano esplosioni e boati, come quelli delle bombe che stavano sconvolgendo il Vietnam, dove tanti ragazzi americani  persero la vita. Il suo non è stato solo – dirà lui stesso – un messaggio pacifista, ma soprattutto la fotografia perfetta dell’anima degli States alla fine degli anni Sessanta.

C’era in America  una “disperazione generazionale’  – ricorda Amelie – “dovuta ad una  concomitanza di circostanze: il divario generazionale, l’emergere del rock, il movimento contro la guerra, gli omicidi  politici, le dimostrazioni studentesche, il femminismo, Stonewall, le rivolte della convenzione democratica, il controllo delle armi, la droga e il progetto militare che stava iniziando a colpire i ragazzi bianchi della middle classs…c’era una palese disperazione generazionale e la musica rappresentò un inconsueto  collante sociale. Ma eravamo animati da un’idea che ha creato forti aspirazioni e miti che ancora oggi persistono”. 

Da allora Amelie R.Rothschild  ne ha fatta di strada: regista qualificata e premiata, co-fondatrice del New Day Film, dal 1969  produce e cura la regia di documentari biografici di artisti, prestando particolare attenzione agli aspetti sociali dell’arte, presentati e premiati nei vari Festival internazionali e  trasmessi nelle reti pubbliche televisive di molti paesi e importanti musei del mondo, tra cui il Museum of Modern Art di N.Y.e lo Smithhsonian Institution di Washington. Il suo archivio, che va dal ’68 al ’74, dedicato  alla musica rock, contiene 20 mila foto. Amalie ama l’Italia, dove vive e lavora dal 1983, e dal 2002, dopo 19 anni passati a Roma, ha scelto Firenze come dimora. E’ sposata con l’editore Angelo Pontecorboli. Amalie tiene conferenze e proietta i suoi film in musei, biblioteche, università. Le sue foto della musica rock sono pubblicate su copertine delle maggiori riviste e importanti case discografiche. Questa mostra, ideata da Marco Ferri e curata  dallo stesso e da Amelie R.Rothschild, con il coordinamento di Jacopo Celona, con il Patrocinio della Biennale Internazionale d’arte con temporanea,  del Consolato Usa di Firenze, dall’Associazione di Amicizia Italia-Israele, sponsorizzata dall’editore Pontecorboli,  ci ha dato l’occasione non solo di ammirare il reportage  di quest’evento unico, entrato nel mito, ma di raccogliere la testimonianza di chi l’ha vissuto in prima persona. Alla quale,  prima di congedarci, chiedo: 

Amalie, lei che ha vissuto in prima persona quella grande esperienza di Woodstock vede una qualche analogia o somiglianza  tra il  movimento del ‘68  e quello  della generazione di Greta, che sta mobilitando milioni di ragazzi nel mondo per salvare il pianeta?

“Direi di sì.  La nostra generazione, nel ’68 si battè per la pace, i diritti, il rispetto reciproco, ideali di uguaglianza, di pace, libertà e amore. Passi in avanti furono fatti.  Ma anche indietro, molte cose sono andate storte. Oggi questi ragazzi rivendicano il futuro, e si trovano a lottare contro l’avarizia totale, lo stato inconcepibile in cui  si trova il pianeta, e in presenza di potenti sistemi di condizionamento del cervello. Sarà una lotta lunga e dura. Lo stato delle cose è tale che non induce all’ottimismo. La speranza  è che loro ce la facciano a raggiungere quegli orizzonti per i quali si stanno impegnando in nome del loro diritto al futuro”. 

La mostra fotografica ‘Woodstock e gli altri, Cinquanta foto di pace amore e musica’, di  Amalie R.Rothschild resterà aperta presso, lo Spazio Espositivo Carlo Azeglio Ciampi, via dei Pucci 16, a Firenze, fino al 29 ottobre 2019.     

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