venerdì, Luglio 10

‘Whatever it takes’? Europa sia! ora o, davvero, mai più Si deve decidere se vogliamo che l’Europa sia una risorsa per tutti o solo un ammasso di burocrati ben pagati, solo tesi a difendere gli interessi di chi ha di più e oggi non vuole rischiare di perdere ciò che ha acquisito, e si domanda se può accaparrarsi un po’ di ciò che abbiamo noi

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Al di là dei ‘fuori onda’ tra il burbero amante del MES e il delicato Paolo Gentiloni (pronto di riflessi, però, visto che risponde ‘siamo in onda’!), credo sia venuto il momento di chiedere e chiedersi di avere una strategia vera per il dopo coronavirus. Per i non addetti ai lavori, mi riferisco alla proposta soffiata nell’orecchio di Gentiloni l’altro giorno da Klaus Regling (responsabile del MES) circa la necessità di fare intervenire il fondo salva-Stati, cui Gentiloni sfugge rilevando che è in onda.

Il Governo italiano ha giocato una carta molto pesante, che, però, assomiglia moltissimo ad un bluff. La carta pesante è stata quella di mettere sulpiattol’intera somma decisa dal Parlamento per di più lasciando intendere che non è tutto.

Francamente, credo che abbia fatto bene, come dice Pier Paolo Baretta. Ha fatto bene se non altro perché ha dimostrato al Paese intero che il Governo vuole fare tutto ciò che è possibile per recuperare la situazione, una volta finita la epidemia. Una forma più casareccia, se vogliamo, delwhatever it takes’ di Mario Draghi. Certo, ed è bene che lo si sottolinei, una misura più prudente, più progressiva o altro, sarebbe stata logicamente desiderabile, anzi, sarebbe stata adeguata per tenere sotto controllo oltre ai conti, la realizzazione di misure molto costose, la cui destinazione potrebbe, causa la fretta, essere non proprio la migliore.
Ma, ripeto, giustamente, il Governo ha messo sul piatto tutto quello che ha.

Il messaggio, se mi si consente un tentativo, forse pedestre, di interpretazione ha due destinatari.

Il primo siamo noi, noi cittadini italiani, tutti e ciascuno di noi. Perché quella mossa vuol dire che il Governo si affida al buon senso e all’onestà degli italiani, ora nell’incassare le misure, domani nel gestirle al meglio. Perché ogni italiano sa -o dovrebbe sapere e se non lo sa bisogna iniziare a martellarglielo bene in testa anche più di quanto oggi ci martellano in testa con il ‘non uscite di casa’- che si è messo sul piatto tutto quello che si poteva e forse si metterà altro ancora, ma, purtroppo -e, lo so sono noioso, va ripetuto ad ogni momento- tutti quei soldi noi italiani, lo Stato italiano non li abbiamo. Perciò ho detto è un bluff. È come al tavolo di poker, quando hai finito i soldi sul tavolo, giochi il bluff puntando la tua casa: e lo fai perché conti di vincere, altrimenti non lo faresti.

Per una volta, e chi abbia letto qualche mio articolo sa bene che di questo Governo ho la massima disistima, il Governo fa la cosa giusta al momento giusto. E non a caso gli avversari non vanno oltre qualche pigolio, tipo quello di chi sbertuccia il Governo per avere adottato il provvedimento il giorno in cui scadevano degli adempimenti fiscali, per alludere (senza dirlo, naturalmente, mai dire ma sempre alludere) al fatto che così chi poteva rinviarli grazie al decreto ormai ha pagato. Questo è tutto.
Ma, ripeto, resta il fatto che sul piatto abbiamo messo dei soldi che non abbiamo e che, quindi, dobbiamo restituire a chi ce li presterà. È così, rigorosamente e semplicemente così, e per di più, per averli in prestito ora, anche grazie alle cortesi attenzioni della signora Lagarde, li pagheremo di più.
Ma tant’è.

Il gesto, l’enorme stanziamento, è un messaggio rivolto all’Europa. È un modo fermo e chiaro per dire che si deve decidere se vogliamo che l’Europa sia una risorsa per tutti, cioè per l’Europa, o solo un ammasso di burocrati ben pagati, solo tesi a difendere gli interessi di chi ha di più, anche perché ha saputo spendere meglio, investire meglio, fare meglio e oggi vuole stare al sicuro, non vuole rischiare di perdere ciò che ha acquisito, principalmente grazie alle proprie capacità economiche e politiche. E che, inoltre, si domanda se può accaparrarsi un po’ di ciò che abbiamo noi, ora che la nostra debolezza è così evidente.

Diciamocelo chiaramente. Se l’Europa non ha funzionato molto bene per noi (cosa, poi, vera solo a metà, ma sorvoliamo) forse non è interamente colpa nostra come singoli e come imprenditori, ma è certamente merito di altri, che invece hanno saputo crescere meglio e più di noi. Hanno saputo farlo sia perché politicamente più abili (e se altri sono più bravi, non è una colpa ma un merito), sia perché economicamente più bravi.
L’Europa è stata ed è una organizzazione complessa, dove le capacità dei singoli si misurano sulla base delle situazioni date innanzitutto dalla politica. Senza polemiche ma per metterci una pietra sopra: la nostra politica in Europa è stata fallimentare e la colpa è dei nostri politici, ma anche dei nostri imprenditori, dei nostri partiti, dei nostri sindacati, di tutti, insomma.

Diciamocelo una volta tanto francamente, guardandoci negli occhi. Le carte, fin dall’inizio, erano tutte sul tavolo e tutte scoperte. Ma c’è chi ha saputo giocare meglio: non c’entra né il destino cinico e baro, né la prevaricazione altrui, specie quest’ultima, perché se altri ci hanno imposto scelte contrarie ai nostri interessi è perché noi non siamo stati capaci di impedirle, o di imporne a nostra volta a loro.
Tant’è. Ripeto, ora mettiamoci una pietra sopra. Ma per andare avanti.

Andare avanti significa una sola chiarissima cosa: lottare a muso duro, ma con chiarezza e serenità perché l’Europa diventi ciò che era quando fu inventata, una entità federale da costruire insieme. Facendo quell’investimento enorme, che forse sarà aumentato, noi (per favore capiamolo bene, facciamolo anche capire bene) non abbiamo, piagnucolando, chiesto ‘aiuto’ all’Europa perché ci ‘concedesse’ qualcosa generosamente o pietosamente. Abbiamo solo e avremo solo esercitato i nostri diritti di soci a pieno titolo e a parità di titolo. Finiamola col lamento: nessuno ci ‘consente’ nulla. Abbiamo il diritto di pretenderlo e, se del caso di prendercelo.

Il gioco, cioè, diventa tutto e solo politico. E quando dico politico intendo sia il gioco dei politici nelle trattative e dei tecnici nelle soluzioni e dei ‘visionari’ nelle idee, sia il comportamento reale, concreto, di noi tutti, di noi Stato.

Nella sventura, questa epidemia ha mostrato due cose molto diverse, che non so quantificare: una parte di Italia, di italiani caparbi, coraggiosi, orgogliosi, industriosi, capaci di inventare, e una parte di Italia, di italiani truffaldini, approfittatori, furbastri, arroganti, spocchiosi. Questi ultimi sono quelli che, tra l’altro, detengono quei centotrenta miliardi all’anno di tasse non pagate, di appalti truffaldini, ecc. I primi sono quelli che devono battere i secondi: perché se non si mostra di volerlo fare e di saperlo fare, politicamente (sarà inevitabile) prevarranno quelli che sussurrano fuori onda perché vedranno che noi oltre le lamentele non andiamo, che diciamo, per difenderci, ‘siamo in onda’, ma poi…
Per dire che ora siamo tutti in onda: ora o, davvero, mai più.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.