giovedì, Ottobre 17

WeWork: non è tutto oro quel che luccica Grosse perplessità aleggiano sulla solidità del colosso del co-working

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Lo scorso dicembre, WeWork suscitò l’entusiasmo nella comunità degli investitori annunciando di aver depositato presso la Securities and Exchange Commission (Sec) la documentazione necessaria a sbarcare sui listini di Wall Street. È tuttavia proprio da quel momento che sono cominciati i problemi per il colosso del co-working. Dall’ultimo bilancio presentato (una prassi, quella di rendere pubblici i risultati finanziari, a cui WeWork non è ancora costretta a conformarsi ma che è stata comunque adottata con le prime emissioni obbligazionarie), si evince che il gruppo è riuscito a conseguire una crescita del fatturato del 112% (pari a 728 milioni di dollari) rispetto al trimestre precedente, metà del quale realizzato dalle sedi all’estero. Il numero dei membri pagati ha conosciuto un aumento analogo (11%, a quota 466.000 unità), così come la quantità di immobili al mondo in portafoglio (raddoppiata, e giunta a quota 485 unità). Ciò che preoccupa gli analisti sono tuttavia le voci riguardanti le perdite, leggermente diminuite (a 264 milioni) rispetto allo scorso anno grazie soprattutto al notevole guadagno incamerato (367 milioni). Fatto sta che la società ha chiuso il 2018 con un giro d’affari pari a 1,8 miliardi di dollari a fronte di un passivo più che raddoppiato, giunto a toccare quota 1,9 miliardi.

L’amministratore delegato Adam Neumann e gli altri membri del consiglio direttivo si sono immediatamente schierati in difesa dell’azienda, sostenendo che il modello di business seguito da WeWork implica investimenti in attività che già al momento starebbero garantendo utili. Le perdite andrebbero considerate quindi nella loro reale dimensione temporale di breve periodo, perché una volta che gli uffici e le attività appena rilevati saranno riempiti da affittuari e clienti le passività spariranno molto velocemente.

La spiegazione fornita da Neumann non è tuttavia parsa sufficientemente convincente alla comunità degli analisti. Secondo l’autorevole Sanford C. Bernstein, tra il 2019 e il 2020 WeWork potrebbe bruciare fino a 9 miliardi per sostenere le spese che fino ad ora sono cresciute di pari passo con il fatturato e per tappare le falle che, secondo gli analisti, dovrebbero aprirsi per effetto del fallimentare processo di diversificazione avviato dalla società, che di recente ha investito in una scuola privata e un’impresa di piscine. Ma a destare le maggiori perplessità è la totale mancanza di esperienza degli amministratori di WeWork; l’azienda è stata fondata a New York nel 2010, quando la politica monetaria iper-espansiva portata avanti dalla Federal Reserve in accordo con il Dipartimento del Tesoro stava canalizzando verso i mercati finanziari enormi masse di liquidità a costo irrisorio. Fin dalla sua nascita, WeWork si è trovata quindi ad operare in condizioni generali alquanto favorevoli, mentre le incertezze che aleggiano attualmente sul futuro economico e finanziario degli Stati Uniti potrebbero preludere a una pesante fase recessiva, come sempre foriera di fallimenti aziendali a catena destinati a tradursi inesorabilmente in svuotamento degli uffici e in caduta del valore dei relativi immobili ospitanti. E il fatto che dalla chiusura dell’ultimo trimestre WeWork abbia cessato di rendere pubblico il tasso di utilizzo dei suoi locali – il quale era a sua volta sceso all’80% nell’ultimo trimestre del 2018 – non è certamente di buon auspicio, in questo senso.

WeWork, che con i suoi 47 miliardi di dollari di valutazione rappresenta la start-up con la maggiore valutazione, potrebbe quindi incorrere nello stesso destino in cui è incappata Uber, osannata prima di quotarsi e poi relativamente snobbata dagli investitori una volta ultimato lo sbarco a Wall Street. Attualmente, le azioni di Uber vengono scambiate a un prezzo nettamente inferiore a quello fissato dall’Initial Public Offering (Ipo).

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