giovedì, Ottobre 22

Web tax europea: speranze e illusioni Intervista a Marco Greggi, docente ordinario di Diritto sulla tassazione internazionale presso l’Università di Ferrara

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Secondo quanto recentemente affermato in sede europea e ripreso dalle agenzie di stampa nel vertice di Tallinn, «ora sulla web tax europea di chiaro c’è soltanto l’obiettivo: far pagare ai colossi dell’economia digitale il ‘fair share’, o giusta porzione, di tasse. Perché oggi, nonostante il loro giro d’affari cresca esponenzialmente in tutti i Paesi Ue, sfuggono ad una tassazione proporzionata ai loro guadagni. Ed è tutto perfettamente legale». Così si afferma in un comunicato ANSA: «Il problema è che il quadro normativo è datato, spiega l’Ecofin. Perché si basa sul principio di ‘residenza fisica’: le imprese pagano le tasse nel luogo dove hanno la loro sede. Un principio che con l’economia digitale è superato, visto che Google, Facebook, Booking.com, Airbnb, forniscono servizi in tutta Europa, realizzando ricavi elevati in molti Paesi, ma vengono tassati soltanto in quello di residenza».

Cosa si può fare e come per una maggiore equità fiscale? Ne parliamo con il prof. Marco Greggi, docente ordinario di Diritto sulla tassazione internazionale presso l’Università di Ferrara. Si ringrazia per il supporto alla realizzazione di questo lavoro la dott.ssa Federica Giandinoto, laureata in Giurisprudenza.

La tassazione delle multinazionali in Europa pone delle criticità…

Le multinazionali seguono una logica divide et impera, perché gli Stati, soprattutto per quanto riguarda la fiscalità diretta, non hanno ancora raggiunto dei buoni livelli di armonizzazione. Quindi, l’Europa, vista da fuori, dal punto di vista fiscale è ancora un mercato molto frammentario. Questi colossi lo sanno e giocano su questa diversità di approccio.

Cosa comporta ciò?

Alcuni Paesi, come l’Irlanda, il Lussemburgo, ma anche l’Olanda e molti altri, fanno della leva fiscale un fattore di competitività rispetto agli altri e le grandi multinazionali investono in quei Paesi. Per modificare le regole fiscali nell’Ue è inoltre necessaria l’unanimità tra i diversi Stati e ciò genera una situazione di stallo.

Un contesto di iniquità e di ripartizione degli investimenti a volte sbilanciata. Multinazionali che hanno sede in uno Stato fanno investimenti minimi in un altro…

Proprio così. In merito, c’è da chiarire un punto fondamentale: le regole della fiscalità internazionale fanno riferimento al concetto di ‘stabile organizzazione’ e vanno proprio in questa direzione. Si tratta di una regola per certi aspetti banale: una società – multinazionale o media impresa – che opera in un altro Stato rispetto a quello di origine, traendo quindi profitti, paga imposte in questo Paese solo se, per l’appunto, ha al suo interno una stabile organizzazione, cioè una sede fissa di affari. Questo meccanismo ha funzionato fin dagli anni ’20 nella sua semplicità e nella sua efficacia, non solo in Europa. È andata un po’ in crisi negli ultimi anni perché i modelli di business di queste multinazionali riescono o a fare a meno del tutto della filiale in uno Stato e a fare lo stesso profitti, oppure ad avere ugualmente una piccola filiale negli altri Paesi dove fanno affari, restando però ‘sotto soglia’, cioè senza soddisfare dal punto di vista giuridico tutti quei requisiti che legittimano l’altro Paese a tassare quei profitti. Questa è la principale difficoltà odierna con cui ci si sta confrontando a Tallinn e si continuerà a discutere nei prossimi mesi.

Sulla base del principio di progressività, sancito anche dalla Costituzione italiana, ciascuno deve pagare in proporzione al reddito percepito e alla sua capacità contributiva. Nel caso di questi grandi imprese, però, di fatto il principio viene disapplicato, e tutto ciò accade in una cornice legale, coesistendo con esso quello della sede fisica della persona giuridica. Come si può giuridicamente introdurre la web tax europea?

Prima di risponderle, una precisazione: è vero che siamo molto legati alla progressitivà – anch’io sono favorevole a ciò – ma bisogna anche ricordare che la nostra Carta costituzionale afferma che il sistema tributario dev’essere informato a principi di progressività; su questo la giurisprudenza è molto chiara. Questo non vuol dire infatti che ogni imposta debba essere progressiva. Anche oggi, in Italia, l’imposizione dei profitti delle società, indipendentemente dalle loro dimensioni, è sempre proporzionale, tanto che si tratti di società piccole, quanto che si tratti di multinazionali. Oggi l’Italia ha un’aliquota di tassazione per le società che è sempre del 24%.

Troppo alta?

Naturalmente una multinazionale investe dove paga di meno. Il 24% è troppo per loro, se ci sono Paesi che applicano il 10, il 4, il 2%. Da questo punto di vista, l’Europa nei suoi trattati non ha esplicitato affatto i principi fiscali della progressività e della solidarietà economica. Il diritto europeo infatti interviene in materia fiscale solo quando la tassazione – qualsiasi essa sia – crea distorsioni al mercato comune. L’attacco che oggi l’Europa cerca di portare alle multinazionali, per esempio con la web tax, non è fatto in nome della progressività o della solidarietà sociale: la finalità è la stessa, ma il motivo per cui si fa pagare di più è diverso e ciò incide sicuramente sui metodi che si adotteranno.

Quindi siamo lontani dall’idea di una finanza regolamentata da un’autorità europea in vista di una fiscalità comune.

Secondo un qualunque commissario europeo, le multinazionali possono anche non pagare alcuna somma, purché ciò sia condiviso dalla Ue: ragionamento cinico, ma basato su un obiettivo. L’idea di Europa che ci si aspetterebbe dovrebbe essere improntato al valore della solidarietà economica, ma non ci siamo ancora arrivati, anzi, secondo alcuni Stati tassare chi ha di più è un’idea pessima! Ad ogni modo, la tutela delle imprese è molto importante. Volendo fare un esempio concreto, si pensi alla raccolta pubblicitaria: oggi è basato su un sistema che evita tutte le complicazioni di natura fiscale su network come Google rispetto ai canali tradizionali come, per esempio Publitalia nel nostro Paese, dove la tassazione è molto più onerosa. Questo è un esempio di tutela, cui si ricorre per cercare di ricreare un mercato comune.

In conclusione, qual è lo stato dell’arte rispetto alla web tax?

L’attuale idea di web tax rischia di entrare in un ‘cul de sac’: se è giusta l’idea di tassare le multinazionali, come pensa l’uomo della strada, a mio avviso il nemico è rappresentato da quegli stessi Stati che lasciano la porta aperta,  quando invece si dovrebbe restringere il potere degli Stati invece di creare nuove fattispecie impositive. Per esempio, tutti pagano le imposte sui redditi, tutti o quasi pagano l’IVA, ma basterebbe lavorare sulle imposte dirette e sull’IVA per tassare le multinazionali. Molto spesso si discute senza arrivare a nulla. Si potrebbe intervenire con una semplice direttiva europea che sancisse che le multinazionali che esercitano l’attività economica in un Paese paghino le imposte in quel Paese, anziché, per esempio, tutto in Irlanda o in Olanda. Ma questa è una strada che alcuni Stati membri della Ue non vogliono percorrere: il nemico è in casa.

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