mercoledì, Agosto 21

Washington blocca il procedimento contro la Cina al Wto Le ragioni della marcia indietro innestata dall'amministrazione Trump

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La guerra commerciale ingaggiata dagli Stati Uniti contro la Cina sembra registrare una battuta d’arresto. Pochi giorni fa, infatti, l’amministrazione Trump ha richiesto e ottenuto dalla World Trade Organization (Wto) il congelamento per una durata di sei mesi (fino al 31 dicembre 2019) della causa che aveva intentato nel marzo 2018 contro la Cina per presunte violazioni dei diritti di proprietà intellettuale, dopo le reiterate accuse che Washington aveva rivolto contro Pechino relativamente a furto di segreti industriali e trasferimento forzoso di tecnologie statunitensi attraverso il meccanismo che obbliga qualsiasi impresa straniera intenzionata ad operare in Cina ad legarsi in joint-venture con un’azienda locale e trasferirle il proprio know-how.

Il procedimento si aprì con una serie di consultazioni a cui presero parte anche Giappone e Unione Europea, che pochi mesi dopo ha aperto un procedimento molto simile a quello statunitense. Il fallimento delle consultazioni determinò la formazione di una commissione giudicante, ufficializzata nello scorso gennaio. Dinnanzi alla quale i rappresentanti statunitensi hanno accusato la Cina di infrangere le regole della Wto attraverso una serie di provvedimenti che permettono alle imprese cinesi di continuare ad avvalersi delle tecnologie statunitensi ottenute nell’ambito delle joint-venture anche una volta scaduto il contratto di licenza, e che impediscono a detentori stranieri di brevetti di proteggere i propri diritti di proprietà intellettuale.

Mentre sullo sfondo si assisteva all’imposizione di dazi e contro-dazi da parte di Washington e Pechino, la Cina cercava tuttavia di allentare la pressione statunitense mediante un sostanzioso programma di riforme – destinato ad entrare in vigore nel prossimo novembre – che sono andate ad inasprire i criteri in materia di registrazione dei marchi e di versamento degli indennizzi a carico di soggetti che infrangono le norme, passibili di confisca dei beni e delle attrezzature utilizzate per commettere tali violazioni. Parallelamente, Pechino gettava le basi per l’introduzione di provvedimenti similari concernenti temi alquanto sensibili come il trasferimento di tecnologie, lo spionaggio industriale e tutela degli investimenti stranieri.

Ma se da un lato si adoperava per stemperare il clima, d’altro canto la Cina non esitava a inviare a Washington una serie di avvertimenti molti precisi. La prima mossa in tal senso, supplementare all’imposizione di contro-dazi su una vasta gamma di merci statunitensi, è stata quella di limitare progressivamente gli acquisti di Treasury Bond (T-Bond) – tra l’aprile 2018 e l’aprile 2019, il valore di titoli di Stato Usa nel portafoglio cinese è passato da 1.181 a 1.113 miliardi di dollari –, per poi disertare diverse aste per la vendita di titoli Usa, scaricando al contempo T-Bond per un ammontare superiore ai 10 miliardi di dollari. Non riuscendo a trovare acquirenti sostitutivi in grado di colmare la voragine aperta dai cinesi, il Dipartimento del Tesoro si è visto costretto a innalzare il rendimento sui titoli, cosa destinata non solo a caricare sulle spalle dello Stato oneri finanziari supplementari, ma anche a minare la realizzabilità della politica di deficit spending portata avanti dall’amministrazione Trump, sotto la quale  il rapporto tra disavanzo di bilancio e Pil ha raggiunto la soglia critica del 4,5%. Per gli Stati Uniti, contenere gli oneri sul finanziamento del debito è determinante, e per conseguire tale obiettivo occorre tassativamente costruire un rapporto di collaborazione con i governi stranieri. A partire da quello cinese.

Per il momento, nessun membro del governo statunitense ha ritenuto doveroso rendere pubblicamente note le ragioni che stanno alla base della richiesta di congelamento del provvedimento intentato alla Wto contro Pechino, ed è pertanto impossibile stabilire con certezza se e in che misura i promemoriacinesi abbiano influito. Resta però il fatto che tra pochi giorni, a Osaka, si terrà il vertice del G-20, in occasione del quale Donald Trump potrebbe incontrarsi con Xi Jinping per riaprire le trattative.

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