venerdì, Settembre 18

Chi è Warren Buffett? L’uomo che potrebbe dare una spallata a Trump La riforma delle tasse proposta da Donald gli ha fatto piovere addosso critiche da ogni parte politica

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«I don’t need a tax cut». Una frase che a questa latitudine suona strana, specialmente in questo periodo, specialmente sapendo che viene dalle labbra del terzo uomo più ricco del mondo.

Eppure Warren Buffett – magnate americano della finanza – non è nuovo a questo genere di esternazioni. Uno che, tanto per dire, nel 2011, ha dichiarato senza troppi giri di parole:«La lotta di classe esiste da vent’anni e la mia classe l’ha vinta. Noi siamo quelli che abbiamo ricevuto riduzioni fiscali in modo drammatico». Un miliardario atipico, uno squalo negli affari, fenomenale filantropo, ma soprattutto un uomo capace di notare, e di far notare, con lucidità, obiettività e puntuale spirito critico, le contraddizioni e le disuguaglianze della società americana.

Luca Marfé, giornalista professionista a New York, contributor tra gli altri per ‘Vanity Fair’ e ‘Mattino di Napoli’ ed esperto di politica americana, lo presenta così: “Buffett è una sorta di mito per gli americani. Lo chiamano ˊl’ investitore leggendarioˋ, ha 87 anni, un patrimonio personale che Forbes stima in 74 miliardi di dollari, un impero di cui è amministratore delegato (la holding Berkshire Hathaway) il cui valore si aggira attorno ai 410 miliardi di dollari. È stato testimone di 15 presidenze USA su 45. Ha promesso di donare il 99% del suo patrimonio in beneficenza. Insomma”, chiude Marfé, “un pezzo di storia, non soltanto del capitalismo, ma di questo paese“.

 Un pezzo di storia che non disdegna di far sentire la propria voce e bacchettare la politica e la classe dirigente. Soprattutto con il Presidente Trump il magnete Buffett non è mai stato indulgente. Come ricorda Marfé: “I rapporti con Trump sono freddi e distaccati. Buffett stesso non ci ha mai girato troppo intorno dichiarando qualche tempo fa alla rete televisiva ˊCNBCˋ: «Ho lavorato per Hillary. Ho raccolto fondi per Hillary. Ho votato per Hillary. Sono rimasto scottato dalla sua sconfitta». “A differenza di altri tuttavia“, prosegue Marfé, “non si è mai prodotto in isterismi. Le critiche che ha mosso a danno del tycoon sono sempre apparse come il frutto di un ragionamento pacato e ben strutturato e, proprio per questa ragione, si sono puntualmente rivelate ancor più efficaci”.

Proprio a Trump è rivolta la frase di apertura di questa storia. Nello specifico, pronunciata nel corso di un’intervista rilasciata martedì alla ˊCNBCˋ nel corso della quale Buffett critica pesantemente il corposo taglio delle tasse, cavallo di battaglia dai tempi della campagna elettorale, annunciato da Trump con il piano di riforma fiscale di fine anno. Il tycoon, nei giorni scorsi, ha infatti proposto un abbassamento dell’aliquota dal 35 al 20% per le imprese. Una misura pensata, secondo le dichiarazioni del Presidente, per aiutare la middle class americana a migliorare il proprio tenore di vita. Secondo quanto dichiarato da Buffett nell’intervista invece, la riforma favorirebbe esclusivamente i grandi capitali che verserebbero meno tasse alle casse dello stato, mentre alla lunga, visto il necessario accrescimento del debito pubblico per la manovra, sarà proprio la classe media quella più colpita dalle conseguenze della riforma. Una dichiarazione a cui fanno eco le reticenze mostrate da una parte dell’establishment repubblicano.

La riforma fiscale proposta da Trump ha suscitato un ampio dibattito pubblico e numerose critiche“, spiega Stefano Graziosi, giornalista di ‘Affarinternazionali’ e studioso di politica americana, “Critiche che provengono dagli ambienti politici più disparati. A sinistra, i democratici sostengono che il piano favorisca esclusivamente le classi abbienti, un’accusa mossa soprattutto dalla corrente di Bernie Sanders, che preme invece per un aumento delle tasse. Ma anche a destra ci sono parecchi malumori. I cosiddetti conservatori fiscali affermano che una simile defiscalizzazione aggraverebbe il già cospicuo debito pubblico statunitense. Poi ci sono i libertari che, guidati dal senatore repubblicano Rand Paul, affermano che questa riforma finirebbe addirittura con l’aumentare le tasse nei prossimi dieci anni”.

Che fra Trump ed il suo partito ci siano forti attriti non è storia nuova. Negli ultimi tempi però vanno assumendo caratteri sempre più definiti e bellicosi. Da una parte Trump rimprovera ai suoi
il fallimento della revoca dell’Obamacare, altro grosso tema su cui il tycoon ha speso molte promesse in campagna elettorale, naufragrato definitivamente in Senato poche settimane fa. Dall’altra invece, una parte consistente dei repubblicani non ha visto di buon occhio la scelta di Trump di appoggiare le richieste dei democratici di innalzare il tetto del debito pubblico americano per i soccorsi ai territori colpiti dall’uragano Harvey. Discussione nella quale, di fatto, il presidente ha esautorato i leader repubblicani di Camera e Senato, Mitch McConnell e Paul Ryan, negoziando direttamente con i rispettivi omologhi democratici Nancy Pelosi e Chuck Schumer. A queste tensioni si aggiunge la sconfitta in Alabama del candidato governatore Luther Strange, uomo del Presidente, in favore dell’ex giudice Roy Moore, appoggiato da Steve Bannon, anima dell’estrema destra repubblicana ed ex consigliere proprio di Trump.

“È nel partito Repubblicano che si nascondono le insidie dell’unica ʽopposizioneʼ in grado di arginare il fenomeno Trump”, Sostiene Luca Marfé  “Il punto però è che, pur non trovandosi d’accordo con un presidente che sono stati costretti ad accettare più che a sostenere, anche i volti più determinati del partito sanno bene che l’alternativa al tycoon è un ritorno dei democratici.”

Trump, dal canto suo, non ha fatto molto sino ad oggi per rendersi simpatico al Partito Repubblicano. Per quanto vada comunque ricordato che l’elefantino è una compagine storicamente molto litigiosa e divisa in una miriade di correnti battagliere. E di questo clima il presidente (che non è certo un esperto di mediazione politica) sta facendo le spese” aggiunge Graziosi.

Uno scenario dal quale è difficile dunque trarre delle previsioni finali. Soprattutto alla luce degli importanti appuntamenti segnati sull’agenda politica del governo americano. Primo fra tutti la nomina del presidente del FED, la Federal Reserve, banca centrale degli Stati Uniti. 

La sensazione è che Trump voglia chiunque, ma non Yellen. Un altro pezzo dell’eredità di Obama da smantellare e in fretta” sostiene Marfé.

Janet Yellen, presidente uscente della FED, è effettivamente indietro nella corsa alla rinomina ed è data quasi certamente come perdente dai sondaggi. Al suo posto i bookmakers scommettono sulla nomina di Kevin Warsh, vicino all’establishment repubblicano e considerato un accettabile compromesso anche da Trump. Secondo Stefano Graziosi però sulla vicenda non è ancora detta l’ultima parola “Effettivamente Trump potrebbe alla fine scegliere lui per evitare strappi con l’establishment repubblicano. Anche se in passato il presidente non ha espresso troppa vicinanza alle idee di politica monetaria avanzate da Warsh (che, sul tema, è un notorio falco). Bisognerà quindi vedere se il presidente accetterà un compromesso o agirà di testa sua”.

 Ancora più importante però è l’appuntamento con le Midterm Elections, le elezioni di metà mandato del 2018, in cui si voterà per il Congresso. “Storicamente, i presidenti in carica tendono a perdere le elezioni di medio termine” ricorda Graziosi. Sotto quest’ottica risulterebbe quindi comprensibile la strategia di apertura ai democratici mostrata da Trump negli ultimi mesi. Qualora i repubblicani dovessero perdere una camera nel 2018, Trump potrebbe decidere di aprire all’opposizione democratica.”, spiega Graziosi, “Non si tratterebbe d’altronde di una novità, visto che alcune intese sono già state di recente raggiunte su tetto del debito e immigrazione. Del resto, Trump è un presidente senza una vera affiliazione partitica: quello che in America potrebbe essere definito un indipendente”.

Non è della stessa opinione Luca Marfé: “Non mi farei troppe illusioni  sulla base degli indici di gradimento e delle prime proiezioni che vorrebbero raccontarci di un Donald Trump in piena crisi di consensi. Questi numeri e queste statistiche hanno già dimostrato tutta la loro inaffidabilità durante le ultime battute della corsa elettorale, culminata poi nella storica vittoria dell’8 novembre scorso. Trump cercherà, anche attraverso la riforma fiscale, di tendere una mano agli elettori del centro. Tuttavia, è difficile che tutti coloro che hanno votato il Grand Old Party, cambino di colpo casacca e votino a sinistra. È un’America sulla quale soffia forte un certo vento di destra”.

Insomma, il copione è ancora tutto da scrivere, e forse, visto com’è andata finora, Trump farebbe bene a seppellire i rancori passati e ad ascoltare i consigli di quella vecchia volpe di Warren Buffett, quantomeno per evitare che gli si ritorcano contro.

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