mercoledì, Luglio 24

Wall Street: calo degli utili all’orizzonte Le aziende quotate a New York rivedono al ribasso le proprie stime

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Grande nervosismo serpeggia a Wall Street. Lo rivela l’ondata di revisioni al ribasso rispetto alle previsioni riguardanti gli utili aziendali effettuate da alcune delle società più robuste riunite nell’indice d’élite Standard & Poor’s 500. L’aspettativa generale, formulata sulla base di considerazioni in merito alle crescenti tensioni sul commercio internazionale, al ‘ripiegamento’ su se stessa dell’economia cinese e all’alto livello di indebitamento sia pubblico che privato (soprattutto negli Stati Uniti, dove anche il deficit è in continuo aumento), è quella di un considerevole calo dei risultati. Nello specifico, si attende che al termine dei primi novanta giorni del 2019 si registrerà un ridimensionamento degli utili pari all’1,9% rispetto allo stesso periodo del 2018, a fronte di previsioni che indicavano una crescita media del 7% circa.

Benché si tratti della più drastica correzione al ribasso delle previsioni da ben tre anni a questa parte, è più che probabile che la maggior parte degli operatori finanziari – quantomeno la categoria che riunisce i più scafati – non se ne lasci condizionare in misura eccessiva. Quella di sottostimare deliberatamente le attese è infatti una prassi aziendale piuttosto consolidata, perché permette alle imprese di porre maggiore enfasi sulle performance future e delineare di sé un’immagine più favorevole rispetto alla realtà.

Sta di fatto, tuttavia, che su Wall Street grava ormai da mesi un clima di pessimismo generalizzato – imputabile a vari fattori tra i quali spiccano il processo di ‘normalizzazione monetaria’ inaugurato dalla Federal Reserve sotto la guida di Jerome Powell e lo scontro commerciale ingaggiato con la Cina dall’amministrazione Trump. I ridimensionamenti delle stime spopolano infatti in tutti gli undici segmenti di cui si compone lo Standard & Poor’s 500 (a partire dall’hi-tech e dall’energia), sette dei quali prevedono di macinare profitti addirittura declinanti.

Da un sondaggio condotto da Merrill Lynch qualche settimana fa è inoltre emerso che. benché una sparuta minoranza (14% del totale) dei gestori di fondi d’investimento interpellati intravedesse una recessione all’orizzonte, il 60% di loro percepiva come imminente un rallentamento dell’economia e una contrazione degli utili societari, in un contesto generale caratterizzato da un consolidamento del clima deflazionistico. A ciò si aggiunge il forte incremento dell’interesse degli investitori verso una peculiare classe di investimento come quella della liquidità.

Stando ai dati pubblicati da Lipper e da Goldman Sachs, parte piuttosto rilevante dei miliardi di dollari ritirati dai mercati azionari nell’ultimo trimestre del 2018 – anche in conseguenza dei proclami di Jerome Powell circa un graduale aumento dei tassi di interesse – è stato stornato verso fondi specializzati in questo segmento di mercato; si parla di qualcosa come 190 miliardi di dollari (cifra record da oltre un decennio) riversatisi nei forzieri degli operatori money-market, arrivati a gestire circa 3.070 miliardi di dollari. Di conseguenza, l’esposizione nel comparto cash è in aumento per la prima volta dal 2011, mentre quella nel settore azionario è declinata del 4% rispetto a ottobre.

I campanelli d’allarme vanno insomma moltiplicandosi e alimentando l’apprensione generale nei confronti delle aspettative future, su cui già gravavano i deludenti risultati ottenuti dai tre principali indici del New York Stock Exchange nel 2018; lo Standard & Poor’s 500 ha chiuso con una flessione del 6,2% rispetto al 2017, il Dow Jones del 5,6% e il Nasdaq del 3,9%, nonostante i considerevoli benefici apportati alle imprese quotate in Borsa dal forte taglio delle tasse previsto dalla riforma fiscale elaborata dall’amministrazione Trump.

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