giovedì, Dicembre 12

“Wahat al-Salam – Neve Shalom”, oasi di pace e speranza Il villaggio che rappresenta un modello concreto di convivenza tra israeliani e palestinesi

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Tanti osservatori ritengono che il fulcro delle tensioni che destabilizzano il Medio Oriente sia il conflitto tra israeliani e palestinesi. “L’accordo del secolo” al quale stanno lavorando gli Stati Uniti e alcuni regimi arabi non piace ai palestinesi perché non assicurerebbe la loro indipendenza.

La strada per arrivare a una soluzione appare ancora lunga ma una speranza arriva da “Wahat al-Salam – Neve Shalom” (Oasi della Pace in arabo e in lingua ebraica), comunità di ebrei e arabi palestinesi (musulmani e cristiani), dedicata alla costruzione della pace e dell’uguaglianza in Israele e nella regione. Il Villaggio, che si trova in posizione equidistante da Gerusalemme e Tel Aviv, è stato fondato nel 1970 dal padre domenicano Bruno Hussar su un terreno del monastero di Latrun.  La comunità rappresenta una sorta di utopia. Si tratta di un modello di uguaglianza, rispetto reciproco e cooperazione che sfida i modelli di razzismo, discriminazione e il conflitto permanente. Al suo interno sono state create istituzioni educative basate su ideali di pace e vengono proposte attività rivolte al cambiamento sociale e alla riconciliazione, alle quali lavorano molti membri della comunità. Il villaggio è abitato da 70 famiglie e crescerà fino a ospitare 150 famiglie.

Chiunque in Israele e Palestina può entrare a far parte della comunità? “Ci sono molte più richieste di quelle che il villaggio può accettare – risponde Samah Salaime, attivista per la pace e responsabile delle relazioni con i media – per questo abbiamo deciso di avviare un processo di selezione. Per abitare qui è necessario essere in possesso della cittadinanza israeliana. La comunità è aperta a israeliani e palestinesi cittadini di Israele”.

I due popoli possono convivere in pace? “Nel villaggio “Wahat al-Salam – Neve Shalom” ciò accade da 40 anni, pertanto non vedo perché non si possa raggiungere un accordo di pace” spiega Salaime.

Il villaggio rappresenta un esempio concreto della possibilità che palestinesi e israeliani possano vivere e lavorare insieme dando vita a un governo condiviso che assicuri pari diritti per tutti. Attraverso la scuola il villaggio effettua un’attività educativa finalizzata a formare nuove generazioni che sappiano riconoscere e rispettare le differenti identità delle persone. “Grazie al lavoro rivolto alla comunità – osserva Salaime – formiamo leader capaci di produrre cambiamenti sociali. In questo modo il villaggio e le sue istituzioni scolastiche tentano di creare condizioni favorevoli per una soluzione politica del conflitto”.

Nei primi anni è nata l’idea di istituire un quadro formativo che esprimesse gli ideali di convivenza e di uguaglianza che identificano la comunità. Di conseguenza nel 1980 “Wahat al-Salam – Neve Shalom” ha aperto l’asilo e, nel 1984, la prima scuola elementare bilingue e binazionale del Paese. Dalla fine degli anni Ottanta, la scuola ha iniziato ad accogliere anche i bambini delle comunità vicine. Oggi al sistema scolastico, che arriva fino al 6° grado, è iscritto un numero uguale di alunni israeliani e palestinesi. Circa il 90% di questi proviene da comunità circostanti, arabe ed ebree.

Quali sono le attività quotidiane che si svolgono nel villaggio? “La maggior parte dei residenti lavorano fuori dal villaggio e hanno lavori normali – afferma Salaime – le persone che lavorano nel villaggio sono impiegate nelle istituzioni scolastiche, nella municipalità e nell’hotel. Alcuni lavoratori abitano fuori e fanno i pendolari. Oltre alle occupazioni tradizionali molti partecipano, su base volontaria, a comitati, incontri e attività che comportano certe responsabilità. Di frequente vengono promossi eventi e celebrazioni. Più in generale, le persone si occupano delle faccende quotidiane come in ogni altra comunità o città”.

La Scuola per la Pace è stata fondata nel 1979 come prima istituzione educativa israeliana-palestinese per promuovere un cambiamento su larga scala verso relazioni pacifiche, umane, egualitarie e giuste tra i due popoli. La Scuola per la Pace lavora con gruppi di giovani e adulti ebrei e palestinesi, tra cui studenti, professionisti, membri di Ong, gruppi di donne e altri. Attraverso workshop, programmi di formazione e progetti speciali che sottolineano l’importanza di un dialogo veramente tra pari, la Scuola sviluppa nei partecipanti la consapevolezza del conflitto e del loro ruolo in esso, consentendo ai giovani di assumersi la responsabilità di migliorare le relazioni tra israeliani e palestinesi.

Chiunque visiti Israele e i Territori Palestinesi non può non notare la forte presenza di soldati (spesso molto giovani) che presidiano le strade. La domanda sorge spontanea. Perché lo Stato di Israele dà così tanta importanza all’esercito e obbliga i giovani a usare le armi invece di insegnare loro i valori della pace? “Perché gli israeliani – risponde Salaime – ritengono di essere l’unico popolo che può vantare diritti su questa terra e ignorano i diritti degli indigeni (i palestinesi, ndr) che vivevano qui prima del 1948. Per mantenere viva questa ideologia gli israeliani alimentano lo spirito di guerra e di potere invece di educare la società ai valori della pace. È per questo che il nostro villaggio è stato attaccato due volte da ebrei estremisti: siamo consapevoli di essere contro il sistema”.

Qual è l’atteggiamento dell’esecutivo di Tel Aviv nei confronti del villaggio? “L’attuale governo – sottolinea Salaime – non crede nel modello che proponiamo perché le istituzioni pubbliche israeliane puntano principalmente a educare gli studenti ad avere paura degli altri e a essere pronti a combattere. Così i ragazzi prestano servizio militare e si preparano alla guerra. È molto triste constatare il lavaggio del cervello al quale sono sottoposti i teenager. Il futuro del Paese dipende dagli insegnamenti che si danno ai giovani”.

Il villaggio educa i ragazzi a essere responsabili del proprio futuro. Il Nadi, circolo dei giovani, prepara i giovani della comunità a diventare futuri leader. Le sue attività mirano a promuovere le connessioni interpersonali, far crescere i valori di accettazione e rispetto reciproco, aumentare la consapevolezza sui temi delle relazioni ebraico-palestinesi e della giustizia sociale. Il circolo incoraggia la responsabilità individuale e sociale verso i coetanei, la comunità e la società. Il Nadi viene gestito da un giovane leader aiutato dai genitori e da giovani e adulti.

Nel villaggio sorge il Centro Spirituale Pluralistico, spazio per la riflessione personale e di gruppo, luogo di studio e incontro. Le sue attività si ispirano a fonti spirituali locali e universali, e non sono vincolate a un approccio tradizionale. Il Centro invita i partecipanti a individuare ed esplorare strumenti spirituali, artistici e creativi per favorire la comunicazione e la “guarigione”. Le sue strutture forniscono uno spazio per molti tipi di attività, con due sale, un cortile, spazi verdi e la Casa del Silenzio (Beit Ha-Doumia / Bayt as-Sakinah), a forma di cupola.

Chiediamo a Samah se crede ancora nel processo di pace e nella soluzione dei due Stati: “Credo che il popolo palestinese abbia il diritto di vivere in uno Stato indipendente. Saranno i palestinesi a decidere quale azioni intraprendere in futuro. Lo Stato ebraico è stato fondato sulle spalle dei palestinesi che hanno pagato il prezzo più alto per l’Olocausto. Il desiderio dei palestinesi è essere riconosciuti come tutti gli altri popoli”. Secondo Salaime in Europa, in America o altrove non esiste uno Stato che abbia un solo popolo e una sola lingua: “In Israele e Palestina ci sono due nazioni e più di due lingue (arabo, ebraico, russo, inglese ecc.). In realtà esiste già uno Stato binazionale e non vedo perché questo non possa essere un Paese giusto per tutti coloro che vivono al suo interno”.

Uno dei nodi da risolvere nel processo di pace riguarda Gaza, enclave palestinese sotto assedio da oltre dieci anni. Il governo israeliano sta preparando un’altra operazione militare nella Striscia come nel 2014? “La domanda dovrebbe essere rivolta al Ministro della Difesa israeliano – risponde Salaime – penso che l’approccio aggressivo dell’IDF (le Forze di Difesa Israeliane, ndr) trasformerà le proteste pacifiche in atto a Gaza in altra violenza. Dall’inizio degli scontri Israele ha ucciso oltre 150 palestinesi che stavano manifestando pacificamente. I cecchini israeliani hanno ferito migliaia di persone”. L’impressione è che il governo di Netanyahu abbia bisogno di una nuova guerra per sopravvivere politicamente e per sviare l’attenzione dai problemi del Primo Ministro: “L’altro motivo che mi induce a pensare che Israele porterà un nuovo attacco nella Striscia è legato al fatto che i servizi militari israeliani negli ultimi tempi non hanno avuto una guerra per “addestrare” le proprie unità, e tutti hanno visto in passato che le campagne militari sono servire a testare le nuove armi contro i palestinesi. L’industria militare israeliana non interrompe mai la produzione e gli arsenali raccolti nel corso del tempo devono essere utilizzati o spediti oltremare in altre zone di guerra”.

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