giovedì, Giugno 20

Voto presidenziale e ‘aiuti esterni’: la nuova sfida di Donald Trump Le parole del Presidente evidenziano come le tensioni che hanno accompagnato il voto del 2016 siano ancora lungi dall’esaurirsi

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Le recenti affermazioni di Donald Trump, che si è detto pronto ad accettare aiuti esterni per le prossime elezioni presidenziali senza segnalare il fatto al FBI hanno avuto ampia eco nei media statunitensi. In un’intervista al canale televisivo ABC, il Presidente ha dichiarato, infatti, di non trovare nulla di sbagliato nell’accettare informazioni su un candidato rivale da una fonte straniera e che, non essendo questa un’interferenza indebita nella campagna elettorale, non si sentirebbe tenuto a comunicare la cosa alle autorità. Sullo sfondo della vicenda si colloca il ritorno d’interesse registrato negli ultimi giorni per l’incontro che il figlio del Presidente, Donald Jr, avrebbe avuto nel giugno 2016 con agenti russi, che gli avrebbero fornito informazioni con cui indebolire la posizione dell’allora candidato democratico alla Presidenza, Hillary Clinton. Sullo stesso sfondo si collocano le dichiarazioni del direttore del FBI, Christopher Wray, secondo cui sarebbe dovere di un candidato rendere conto alle autorità di questo genere di informazioni e quelle uguali e contrarie del genero di Trump, Jared Kushner, che, come il Presidente, avrebbe affermato che, in una situazione simile, probabilmente non informerebbe l’FBI.

Come prevedibile, le parole di Trump hanno sollevato vivaci reazioni, soprattutto da parte dei ‘congressmen’ democratici. Le critiche più accese sono state forse quelle di Elizabeth Warren, senatore del Massachusetts e candidato alle primarie del partito, che già nei giorni della pubblicazione del rapporto Mueller era stata fra i più attivi nel chiedere la messa del Presidente in stato d’accusa. Altri candidati alla nomination democratica (come l’ex Vicepresidente Joe Biden, il rappresentante della California Eric Swalwell e i senatori Amy Klobuchar del Minnesota, Cory Booker del New Jersey e Kamala Harris della California) hanno preso posizione contro le dichiarazioni del Presidente. Critiche a queste, tuttavia, sono giunte anche da diversi esponenti repubblicani, alcuni dei quali (come il senatore del South Carolina Lindsey Graham) considerati comunque vicini a Trump. Le affermazioni di Trump secondo cui il ricorso ad appoggi esterni sarebbe prassi diffusa hanno portato a una levata di scudi. Egualmente, riserve sono state sollevate sul tempismo delle sue parole, che hanno riportato al centro dell’attenzione una questione che, dopo la pubblicazione del rapporto Mueller, sembrava essere passata sottotraccia.

Al di là delle ripercussioni immediate, le parole del Presidente evidenziano, quindi, come le tensioni che hanno accompagnato il voto del 2016 siano ancora lungi dall’esaurirsi e come, anzi, esse continuino a rappresentare un nervo scoperto della vita pubblica americana. Sul piano politico-giudiziario, la vicenda non si è ancora chiusa, come dimostrano la recente audizione di Donald Jr e l’attesa che circonda l’attesa sentenza a carico di Michel Flynn, ex Consigliere per la sicurezza nazionale, anch’egli accusato di avere intrattenuto relazioni improprie con rappresentanti del governo russo. Tuttavia, più ancora che per gli effetti sull’attuale amministrazione, il tema delle possibili ingerenze straniere (russe ma anche cinesi) acquista importanza in vista delle prossime elezioni. Alcune voci all’interno del Partito democratico hanno già qualificato le ultime parole del Presidente come un invito aperto ai governi interessati a offrire il loro supporto alla rielezione di Trump. Tutto ciò mentre alla Commissione giustizia della Camera dei rappresentanti sembra tornato in voga il tema dell’impeachment, impeachment che sarebbe, invece, poco gradito allo speaker della Camera stessa, la democratica Nancy Pelosi.

E’ una situazione comprensibilmente delicata. Lo spettro della delegittimazione è stato più volte invocato, negli scorsi anni, per cercare di colpire il Presidente. Parallelamente, questo stato di cose ha contribuito a radicalizzare la vita pubblica e il dibattito politico statunitense. Da un certo punto di vista, le dichiarazioni di Trump e le reazioni che le hanno seguite sono un prodotto di questa radicalizzazione. D’altro canto, una ‘corsa agli estremi’ rischia, in questo momento, di favorire più il Presidente dei suoi oppositori. Se è vero, infatti, che, da una parte, esiste un consenso sostanzialmente bipartisan intorno al rifiuto delle ingerenze straniere nel voto, è vero anche che, dall’altra, uno scontro troppo acceso in una fase ancora di approccio alle primarie potrebbe avere ricadute controproducenti per il Partito democratico, sia alimentando la competizione fra i candidati interni, sia favorendo il consolidarsi del consenso repubblicano intorno alla figura di Trump. E’ forse anche per questo che Nancy Pelosi cerca di tenere fuori dal gioco la delicata issue dell’impeachment. A ulteriore dimostrazione di come la corsa per le presidenziali del 2020 sia cominciata da tempo e di come in chiave elettorale sarà necessario leggere molto di quanto accadrà negli Stati Uniti fino al novembre del prossimo anno.

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