giovedì, Aprile 25

Voto in Israele: quel Netanyahu spregiudicato pronto al 5° mandato Ecco chi è Benjamin Netanyahu, l’uomo che vince a destra senza essere disdegnato dalla maggioranza degli elettori di Israele

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Domani in Israele si vota per le elezioni parlamentari. Si scelgono i 120 membri del Parlamento (Knesset), dal quale verrà fuori il nuovo Governo e dunque la leadership che guiderà il Paese nei prossimi anni.
I sondaggi prevedono un testa a testa tra i due principali sfidanti, il 69enne premier uscente Benjamin Netanyahu (già 4 volte alla guida del Paese), con il Likud, e in faticosa corsa per il quinto mandato, e il leader del nuovo partito, il partito Blu e Bianco di Benny Gantz. Elezioni che Bibi (come viene chiamato il premier), ha trasformato in una sorte di referendum sulla sua persona e il suo operato. L’ultima mossa è di queste ore: quando ha promesso che se sarà rieletto estenderà la sovranità sugli insediamenti in Cisgiordania, assicurandosi così l’appoggio dei coloni.

Promessa alla quale sembra aver risposto questa mattina il Presidente Reuven Rivlin, esprimendo preoccupazione per una campagna elettorale che ha alimentato troppa «paura». Rivlin ha parlato chiaramente di «troppe parole e notizie ci hanno riempiti di paura. Paura gli uni degli altri, paura del futuro», e poi ha parlato al cervello e al senso istituzionale degli israeliani, sferrando un brutto colpo a Bibi e alla sua ‘voglia’ di annessione: «Vorrei dire qualche parola sulla differenza fra sovranità e la comprensione del fatto che la sovranità non è sufficiente. Quando esiste in un contesto di isolamento, siamo molto occupati a identificare i nemici per provare la nostra sovranità a noi stessi, anche quando non è necessario. Spero e credo che il giorno dopo le elezioni, il nuovo governo, qualsiasi sia la sua composizione, lavorerà per un senso di sovranità, di responsabilità civica per il nostro unico Stato ebreo e democratico».

Nato a Tel Aviv nel 1949, Netanyahu ha trascorso parte della giovinezza negli Stati Uniti, dove suo padre Benzion ha ricoperto incarichi accademici. All’età di 18 anni, il giovane Bibi è tornato in Israele per servire nell’Esercito, e dopo cinque anni da militare ha completato gli studi al Mit di Boston.
Nel 1976, suo fratello maggiore Jonathan morì durante il raid per gli liberare gli ostaggi israeliani all’aeroporto di Entebbe, in una vicenda che segnò profondamente il futuro Primo Ministro.  Nel 1982 Netanyahu diventò numero due dell’Ambasciata israeliana a Washington e poi rappresentante presso l’Onu nel 1984.
Ritornò in Israele nel 1988, e scelse di entrare in politica. Vice Ministro degli Esteri accanto al suo mentore Moshe Arens, fu eletto leader del Likud nel 1992. Diventò poi Primo Ministro nel 1996, sconfiggendo il laburista Shimon Peres dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin. Critico degli accordi di Oslo, firmò tuttavia l’intesa per la cessione ai palestinesi dell’80% di Hebron.
Il suo Governo durò solo 17 mesi. Sconfitto alle elezioni dal laburista Ehud Barak, Netanyahu si dimise dalla guida del Likud.
Ministro degli Esteri e delle Finanze nel Governo di Ariel Sharon, Netanyahu si dimise nel 2005 per protesta contro la decisione del ritiro unilaterale da Gaza. Tornato alla guida del Likud quando Sharon fondò il partito centrista Kadima, Bibi diventò Primo Ministro nel
2009 e da allora ha mantenuto l’incarico, vincendo di nuovo le elezioni nel 2013 e nel 2015

Politico abile e spregiudicato -l’ultima mossa di queste ore lo dimostra-, Netanyahu si presenta al voto con l’handicap di tre inchieste di corruzione per il quale potrebbe essere incriminato, come ha raccomandato il procuratore generale Avichai Mandelblit. Sono vicende di favori politici in cambio di articoli favorevoli sui media (in due casi) o di forniture di casse di champagne e sigari, sulle quali Netanyahu si dice completamente innocente, vittima di una caccia alle streghe ordita dalla sinistra. Sono anche storie che coinvolgono la moglie del premier, Sarah (destinataria dello champagne), descrivendo un opaco sistema di potere e privilegi ben lontano dall’austerità della semplice Israele dei pionieri. 

Tema forte della sua propaganda è la minaccia che l’Iran rappresenterebbe per Israele. Considerato che gli israeliani, in questa fase in particolare sono preoccupati per la presenza di forze di Teheran in Siria, Bibi non ha risparmiato di mettere in campo la forza militare del Paese garantendo raid spettacolari.

Sullo scenario internazionale si è presentato come il diplomatico che ha stretti rapporti sia con Donald Trump che Vladimir Putin. Il Presidente americano gli ha fatto due ‘regali’ importanti: lo spostamento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme e il riconoscimento della sovranità israeliana sul Golan. Putin gli ha consegnato giovedì i resti di un soldato israeliano sepolto in Siria, disperso dalla guerra del Libano del 1982. «Aspettavamo questo giorno da 37 anni. Riportare a casa i nostri figli tocca la nostra più profonda identità d’israeliani ed ebrei», ha detto poi Netanyahu, durante il funerale nel cimitero militare sul monte Herzl. Altro colpo di propaganda per niente male.

Secondo gli ultimi sondaggi, il Likud è indietro di 4 seggi, ma Netanyahu potrebbe comunque riuscire lo stesso ad ottenere un quinto mandato, può trovare alleati sia fra i partiti alla sua destra che con gli ultraortodossi.

Secondo gli ultimi sondaggi, il 52-58% degli israeliani, al di là delle proprie preferenze politiche, si dice certo che alla fine Bibi tornerà a guidare il Governo, malgrado, e appare quasi certo, che il Parlamento che uscirà dal voto sarà  molto frammentato.

Molti gli elettori indecisi che potrebbero cambiare idea all’ultimo momento cambiando gli equilibri. La soglia di sbarramento è del 3,25% e basteranno piccoli spostamenti di voti per tenere fuori dalla Knesset alcune formazioni minori. Un altro fattore importante è l’affluenza degli arabi israeliani, che rappresentano il 17% delle elettorato, pari ad un potenziale di 20 deputati. Molti potrebbero scegliere di rimanere a casa, anche fra i drusi, tradizionalmente leali a Israele ma delusi e arrabbiati per la legge sullo Stato Nazione voluta dal Governo Netanyahu.

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