domenica, Giugno 16

Voto degli italiani all’estero tra passato e futuro Le molte riserve sulla capacità della Legge Tremaglia di rappresentare fedelmente la diaspora italiana in Parlamento

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La Legge 27 dicembre 2001, n. 459 (‘Legge Tremaglia’) ha regolato il voto dei cittadini italiani residenti all’estero con l’istituzione della così detta ‘Circoscrizione Estero’, dotata di suoi rappresentanti alla Camera e al Senato. Suddivisa in quattro ripartizioni territoriali (Europa; America meridionale; America settentrionale e centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide), la Circoscrizione Estero esprime dodici deputati e sei senatori, detratti dal numero complessivo di membri delle due Camere. La divisione dei seggi fra le quattro ripartizioni è proporzionale alla rispettiva presenza di cittadini italiani così come risulta dall’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), a sua volta istituita con la Legge 27 ottobre 1988, n. 470. Ai sensi della legge 459/2001, tuttavia, ciascuna ripartizione ha comunque diritto ad rappresentata da almeno un deputato e un senatore. La complessa procedura di voto (apparentemente attestata anche dall’alto numero di schede non valide espresso dalla Circoscrizione Estero) è stata al centro di critiche nel corso degli anni,  così come al centro di critiche è stato l’impianto stesso della legge, sia per l’impianto logico, sia per i rischi di irregolarità che comporterebbe.

Secondo i dati AIRE, il numero di elettori compresi nella Circoscrizione Estero sarebbe di poco inferiore ai 4,3 milioni; di questi, ben più della metà sarebbe concentrata nei primi cinque Paesi dell’elenco: Argentina, Germania, Svizzera, Francia e Brasile. A questi si devono poi aggiungere quelli che, pur non iscritti all’AIRE, beneficiano delle procedure della Legge Tremaglia perché ‘cittadini italiani temporaneamente residenti all’estero’ ai sensi della Legge 6 maggio 2015, n. 52. E’ difficile dare dati precisi sulle dimensioni di questo bacino, poiché legata all’iniziativa individuale del singolo elettore, che per potere votare all’estero deve trasmettere richiesta per tempo al proprio comune di residenza. Una simile incertezza riguarda i numeri dell’AIRE, in quanto l’iscrizione all’anagrafe avviene anch’essa su iniziativa del cittadino, che deve presentare apposita richiesta alla sede consolare di residenza. Esclusi dai meccanismi previsti dalla Legge Tremaglia sono, infine, gli elettori che si trovino all’estero per un periodo inferiore a tre mesi, che possono esprime il loro voto solo presentandosi personalmente al seggio del comune di residenza in Italia.

Gli effetti distorsivi di questi meccanismi sono stati ampiamente rilevati. In termini di numero di seggi distribuiti, è stato notato come i diciotto spettanti alla Circoscrizione Estero sottorappresentino il numero degli elettori rispetto a quanto accade nel caso delle circoscrizioni nazionali. Di contro, è stato notato come la trasmissione della cittadinanza in base al principio dello ius sanguinis attribuisca il diritto di voto anche a discendenti di emigranti da tempo insediati nel Paese di accoglienza e ormai privi di relazioni e interessi in Italia. La procedurasu richiestadi adesione sia all’AIRE, sia alle liste dei residenti temporaneamente all’estero è stata vista come un altro elemento problematico, condizionando di fatto l’esercizio del voto all’espletamento tempestivo delle procedure necessarie e favorendo leminoranze attive’, capaci non solo di mobilitare il consenso sul territorio, ma anche di agevolare l’espletamento di queste procedure. E’ stato infine notato come, in termini di ripartizione geografica della rappresentanza, il principio dello ius sanguinis favorisca le aree di più antica immigrazione (come l’America meridionale) a scapito di quelle d’immigrazione più recente.

Vi sono, quindi, diverse riserve sulla capacità della Legge Tremaglia di rappresentare fedelmente ladiaspora italiana’ in Parlamento, e non stupisce che la questione riaffiori a ogni appuntamento elettorale importante, come è stato, ad esempio, per il referendum istituzionale del 2016. Tuttavia, più che i problemi ‘tecnici’ legati alla farraginosità della procedura e alla vulnerabilità del voto postale, il vero punto riguarda la capacità della norma di dare visibilità alle istanze dei cittadini non residenti; ciò a maggior ragione in una fase in cui la presenza italiana all’estero è in aumento (e, con ogni probabilità, continuerà ad esserlo) e il ventaglio delle destinazioni è sostanzialmente mutato rispetto a quello della ‘vecchia’ emigrazione. Si tratta di un problema ‘latu senso’ politico: la capacità di una legge, che pure ha avuto il merito di affrontare una questione per molto tempo inevasa, di riflettere l’evoluzione della società e del Paese. Un aspetto, questo, che, tuttavia, già il testo originario sembra sottovalutare di fronte all’intento bipartisan di ‘ricompensare’ in qualche modo una comunità e un bacino elettorale visti sino allora come ingiustamente trascurati.

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