venerdì, Novembre 15

Volkswagen spezza il mito dell'infallibilità tedesca Al di là di come la vicenda potrebbe modificare le priorità di Berlino, il danno d'immagine è innegabile

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È ancora presto per circoscrivere le esatte proporzioni dello scandalo Volkswagen (o Dieselgate, come già ribattezzato dalla stampa italiana). Lungi dal diminuire, la questione tende invece ad allargarsi, con accuse che arrivano a toccare persino i vertici del Governo tedesco. La Cancelliera Angela Merkel si è difesa e ha prontamente smentito le voci che denunciavano un coinvolgimento del suo esecutivo, ma il clima rimane teso. Al di là dei risvolti economici e commerciali, il caso è diventato un tema politico, non soltanto tedesco ma continentale.
Federico Fubini, editorialista de ‘Il Corriere della Sera‘, ha definito la casa automobilistica tedesca come ‘la Lehmann Brothers europea’, e in effetti le analogie col crac finanziario del 2008 non mancano. Anche stavolta siamo di fronte ad un tracollo inaspettato, figlio di pratiche scorrette elevate a sistema, di commistioni tra politica ed economia e proprio per questo potenzialmente in grado di far collassare tutto attorno a sé.

Il crollo in borsa del titolo Volkswagen solleva, infatti, molti altri dubbi: cosa accadrà ai 600 mila dipendenti totali del colosso automobilistico? Ci saranno interventi del Governo? E come conciliarli con la normativa europea sugli aiuti di Stato? Al di là di come la vicenda potrebbe modificare le priorità di Berlino (pensiamo anche alle politiche d’accoglienza annunciate in favore dei profughi siriani), il danno d’immagine è innegabile. Il mito dell’infallibilità tedesca subisce un durissimo colpo proprio nei giorni in cui la sua principale artefice, Angela Merkel, festeggia il decennale della vittoria elettorale (il 18 settembre 2005) che le ha fatto conquistare la carica di Cancelliere.

Come nota David Marsh, cofondatore del Forum delle istituzioni finanziarie e monetarie (Omfif), la vicenda Volkswagen rischia di avere ripercussioni sull’unione monetaria: che si parli di diesel o di moneta, fondamentale è la fiducia che il mercato ripone nel soggetto in questione. Se questa viene erosa per un qualsiasi motivo, afferma lo studioso, gli effetti possono essere molto più dannosi di quei meri sforamenti di bilancio che la Germania tanto biasima. Marsh ricorda quanto avvenuto nel 1999, quando Berlino finì nell’occhio del ciclone dopo l’annuncio dell’allora Ministro delle Finanze tedesco, Theo Waigel, che il suo Paese non avrebbe rispettato quel vincolo di disavanzo entro il 3% che lui stesso aveva contribuito a formulare, o ancora nel 2003, quando il suo successore Hans Eichel dichiarò che la Germania avrebbe mancato gli obiettivi del Patto di stabilità. In entrambi i casi, il danno simbolico superò di gran lunga quello effettivo.

Il dato saliente è che la Germania ha perso all’improvviso quell’autorità morale che aveva finora consentito ad Angela Merkel e al suo Governo di porsi alla guida dell’Europa”, afferma Luca Ciarrocca, fondatore del sito d’informazione finanziaria ‘Wall Street Italia‘ e autore di ‘Rimetti a noi i nostri debiti’, da poco uscito in libreria. Ciarrocca non crede che l’affare Volkswagen sottenda un tentativo di Washington di colpire gli interessi europei: “Non credo si tratti di una ‘punizione’ americana nei confronti dei tedeschi, visto che l’infrazione da parte di Volkswagen c’è stata. Negli Stati Uniti le leggi contro l’inquinamento sono severissime”. Per l’autore, i dossier economici presenti sui grandi tavoli internazionali sono altri, come le trattative in corso per il TTIP, il rallentamento dellla Cina e le politiche d’austerità in corso in Europa.

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