giovedì, Ottobre 1

‘Volt’: per un’Europa a una sola velocità Una riforma radicale delle istituzioni europee che rifiuta il personalismo e le logiche sovrane, a partire dalla ricostruzione ‘dal basso’ della comunità politica. Intervista a Mario Ferretti, Studente universitario in Economia, Membro del Consiglio direttivo di Volt Italia e Responsabile per l’area del Nord-Italia

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Nelle politiche del mondo contemporaneo, assistiamo a un energico risveglio delle logiche ‘di confine’, che assumono, in maniera crescente, la consistenza di un discorso capace di fondare nuove leadership. Non si tratta di una realtà specificamente europea. Tuttavia, è lecito chiedersi che cosa sia in grado di fondare il cambiamento in seno a una coalizione di governo, nuova o meno nuova, nell’assenza di una realtà sovranazionale capace di trovare i tempi e le sedi che, a livello istituzionale, diano corso a una politica comune. Questa assenza ci riporta alle realtà periferiche, alle ‘maggioranze’ silenziose o deluse di tutti quei cittadini che, nei diversi Paesi – e l’Italia non fa eccezione – non si sentono più rappresentati. Se esistono forze controcorrente, queste si infrangono, talvolta, nella perdita precoce di una prossimità tra rappresentanti e rappresentati.

Se, però, essere controcorrente significa anche accettare di praticare da subito, e con i mezzi a disposizione, un cambio di prospettiva, la lezione arriva da un gruppo aperto e numeroso di giovanissimi. In questo senso, ‘Volt’, movimento paneuropeo, costituisce la vera sorpresa del panorama politico più recente.

Ce ne parla Mario Ferretti, universitario in Economia, che a 20 anni è Membro del Consiglio direttivo nazionale di Volt e Responsabile per l’area del Nord-Italia.

Mario Ferretti, personalmente che cosa l’ha spinta a riconoscersi in Volt?

Sono entrato nel movimento ai suoi albori, nel luglio 2017. Ufficialmente, Volt è nato il 29 marzo dello stesso anno: una data simbolica, in quanto segna l’inizio di Brexit. Al momento della mia adesione, eravamo 150 persone in tutta Europa, mentre oggi siamo circa 15.000. Come la maggior parte di noi, cercavo una nuova strada, non sentendomi rappresentato da nessun partito. Oggi come allora, credo fermamente che la politica, come pensiero, discorso e azione condivisi, deve mutare in modo radicale l’approccio e le strutture su cui è costruita. La grande novità di Volt, che oggi rafforza la mia scelta di farne parte, è che non si tratta dell’ennesimo partito nazionale, ma ha potenzialità molto maggiori. L’idea di cambiare la politica non solo nei suoi temi sostanziali, ma in senso strutturale e organizzativo comporta il passaggio a un livello ‘superiore’: essere, cioè, un partito transnazionale e paneuropeo.

Cosa significa?

Mi riferisco a un livello che permetta di superare gli egoismi nazionali attraverso una visione e un programma comuni, nei quali i potenziali eletti possano riconoscersi, integrandovi l’interesse nazionale: l’errore, infatti, è ritenere antitetici questi due livelli – ai quali si aggiungono le dimensioni regionale e locale, importantissime.

Questo è il passo avanti fondamentale che serve all’Europa e ai suoi Stati membri. Siamo europeisti: difendiamo e crediamo fortemente nell’idea di Europa, nella necessità che l’Italia lavori guardando a un orizzonte europeo. Nondimeno, della stessa Europa e delle sue politiche occorre cambiare molto: stiamo perdendo molti ‘treni’, mentre il mondo intorno a noi cambia rapidamente. Dobbiamo restarci dentro e rispondere attivamente alle opportunità e alle sfide che presenta.

Un approccio evolutivo…

È stata la spinta principale al mio ingresso in Volt. Nel tempo, ne ho trovate altre. Mentre il movimento cresceva, siamo riusciti anche ad attivare profili di rilievo. Stiamo costruendo con queste persone un gruppo di policy che redige i programmi europei, nazionali e locali. Il nostro punto di forza è riuscire a trovare risposte concrete ai problemi del Paese e del Continente, smetterla con gli slogan e tentare di offrire ai cittadini una rappresentanza fondata sulla prossimità.

Come avviene la comunicazione? Principalmente in rete – uno strumento, per molti aspetti, privilegiato non solo dai giovanissimi – anche tramite incontri aperti al pubblico?

Utilizziamo la rete perché, come movimento paneuropeo, molto spesso la comunicazione non può che avvenire online. Però, pur avendo i ‘Volters’ un’età media di 35 anni, cerchiamo di uscire dalle logiche abituali della rete e di parlare con le persone vis-à-vis, con eventi organizzati sul territorio (che si possono ritrovare sulla relativa pagina Facebook, italiana o europea).

Nel tempo, aspiriamo – ma è un processo già in corso – a un radicamento territoriale che la politica tradizionale ha perduto nel tempo e che i partiti populisti non sono riusciti a creare. Dove sono, nel discorso di tutte quelle formazioni, le comunità locali? Per colmare questa assenza, vogliamo dare spazio e voce a una comunità nuova, che si riconosca nei valori della cittadinanza europea. Il mio lavoro è anche questo: creare gruppi locali di Volt in tutto il Norditalia. Gli eventi sul territorio permettono di far conoscere il movimento non solo nei grandi centri urbani, ma anche nei piccoli paesi e nelle periferie.

Per organizzare gli eventi passate attraverso le amministrazioni locali?

Al momento, la procedura è molto semplice: cerchiamo di promuovere il contatto, anche a livello informale. Ci basta la disponibilità di uno spazio, pubblico o privato che sia, senza velleità di grandi assembramenti.

Qual è la dinamica degli incontri?

Dopo la presentazione di Volt, ha inizio il dialogo. I social – tengo a sottolinearlo –  non sono un’ ‘arena’, ma solo un mezzo per diffondere l’evento. Parliamo del programma e cerchiamo di ascoltare le persone, che intervengono spontaneamente. La nostra attività si muove su due tempi complementari: la fase di costruzione delle policy è preceduta da quella di ascolto e dialogo con il ‘corpo sociale’, decentrato e diffuso, che è essenziale alla definizione di qualsiasi policy.

Il nostro team comprende persone molto competenti, tra cui analisti e ricercatori, ma il punto di partenza – e di costante ritorno – è la comprensione delle necessità e delle urgenze delle persone comuni. Gli eventi tematici organizzati sul territorio sono essenziali a questo processo. Parlo di temi ‘caldi’ (quelli più discussi dai media) e di altri temi, comunque importantissimi.

Per esempio?

In Italia non si parla più – o lo si fa in modo molto circoscritto – di cambiamento climatico e di ‘green economy’: fattori e scelte dai quali dipende la vita delle future generazioni. Direi che, quantomeno, manca una visione di lungo termine: si parla sempre, al presente, di episodi isolati, senza un’ombra di lungimiranza.

Oltre al clima e all’ambiente, è in gioco il futuro del mondo del lavoro. Come affrontare nel modo migliore una nuova crisi, o un potenziale processo di meccanizzazione accelerata del lavoro e di crescente ricorso all’intelligenza artificiale?

Tutto questo manca, a livello nazionale: sia nel discorso della maggioranza di governo, sia tra i rappresentanti dell’opposizione. Noi siamo qui per tornare a parlare di questi temi nel modo più concreto ed efficace possibile.

Chi mette a disposizione gli spazi nei quali si organizzano gli incontri?

Chiunque lo voglia: può andare bene anche un bar. Attualmente, stiamo lavorando per disporre di un certo numero di sedi ‘fisiche’ sparse sul territorio (ad esempio, a Milano, dove abbiamo il team più consistente). Chiaramente questo, come altri aspetti, dipende dalle risorse monetarie che si riescono a sbloccare.

Chi finanzia il movimento (fondazioni, enti pubblici, altri soggetti)?

Vogliamo essere molto trasparenti. Come si può anche leggere sul sito web, stiamo andando avanti grazie al crowdfunding, quindi raccogliendo liberamente fondi online, purché le donazioni siano in linea con i nostri scopi e la nostra etica. L’intenzione è partecipare alla campagna elettorale in vista delle elezioni europee del 2019, nel qual caso inizieremo ad ampliare la nostra rete di fonti. Si tratta di un principio che abbiamo sottoscritto e che guida ogni nostra scelta: riteniamo fondamentale che la politica e le pubbliche istituzioni tornino ad essere totalmente trasparenti nei confronti dell’elettorato e dei cittadini in generale.

Anche se ci stiamo muovendo su vari fronti, attualmente non abbiamo un particolare finanziatore. Il fatto di essere un partito paneuropeo rende anche più difficile trovare un singolo referente. Siamo presenti in tutti i 28 Paesi UE, oltre che in Svizzera, Albania e, in tempi brevi, Macedonia. Abbiamo una struttura multi-territoriale (europea, nazionale e locale), con parametri geografici diversi dagli altri partiti.

Volt non ha qualche sostenitore o ‘padre nobile’ di riferimento?

No. Il punto è anche questo: a differenza di molti altri movimenti, non abbiamo l’ ‘uomo forte’ che ci copre le spalle. Di fatto, ci sono persone che hanno creato un movimento e che lo mandano avanti.

Nella nostra prospettiva, la politica centrata sulla figura del leader è, sotto molti aspetti, problematica: tende a porre in luce la persona singola in luogo della funzione assolta, senza creare realmente una comunità sottostante, che è invece ‘fonte’ e protagonista delle istanze raccolte.

Anche al nostro interno, intendiamo costituire una comunità di persone che, pur non rifiutando componenti di leadership, sarà vincolata al riconoscimento e al rispetto di valori comuni, non a un’attribuzione di autorità. L’obiettivo, certo, richiede più tempo, ma ci porta a evitare logiche di potere e a cercare vie di finanziamento e di pubblicità in linea con questi principi: in fin dei conti, sono gli stessi ‘volters’ che aspirano a farsi conoscere.

Pensando alle parlamentari europee del 2019, come si coordinano i vari team nei diversi Paesi?

Chiediamo un’Europa federale e, per primi, cerchiamo di muoverci ‘in federazione’ (come dicevo, su 3 livelli). La sfida, che per ora sta funzionando, è trovare sempre il buon bilanciamento tra attività sul campo e coordinamento europeo. Il 27 e 28 ottobre si terrà ad Amsterdam l’Assemblea Generale europea di Volt, in cui eleggeremo la leadership europea e voteremo il programma per le elezioni del prossimo anno, che sarà unico per tutti. E’ la prima volta che si fa: ci saranno 10 priorità, che comprendono una riforma della governance dell’UE, la difesa dei diritti civili, la gestione dei flussi migratori, la difesa della laicità dello Stato, un’attenzione sulle modalità di assegnazione di fondi europei alle aree depresse, una nuova politica del lavoro. Peraltro, sarà lasciato spazio ai rispettivi team nazionali e locali, data la specificità delle realtà che rappresentano. La corruzione in Italia è altra cosa che in Danimarca: servono risposte specifiche per ogni Paese.

Come si declina, rispetto all’articolazione territoriale di Volt, la Sua qualifica di Responsabile per il Norditalia?

Il mio lavoro consiste nel coordinare i team locali nel Nord del Paese. Sono membro del Consiglio direttivo italiano e opero come referente dei vari gruppi locali nelle Regioni settentrionali. Sto anche cercando di creare nuovi team. Nel momento in cui inizieremo a crescere in centri anche più piccoli, il mio compito fondamentale sarà allora di coordinamento dei i team già attivi, come sto già facendo per alcuni, facendo da tramite tra le istanze locali e il coordinamento nazionale.

La sede nazionale è a Roma?

In questo momento abbiamo 2 centri: a Roma e a Milano. Roma è molto importante a livello politico; tuttavia, in quanto partito che si propone come ‘innovativo’ su diversi fronti, teniamo ad essere presenti anche in una città come Milano.

Passando all’ ‘anima politica’ di Volt in senso sostanziale, l’orientamento federalista sembra essere il principio-guida del movimento.

Sì, sul medio-lungo termine puntiamo a un’Europa federale.

In che cosa si traduce la riorganizzazione istituzionale europea?

Le nostre proposte di riforma dell’UE hanno – come la natura stessa del movimento – un respiro paneuropeo. La priorità è che l’UE cambi in termini strutturali, in diverse direzioni.

 Come?

In primo luogo, dando più potere al Parlamento europeo, organo legislativo di diretta rappresentanza dei cittadini europei: come ogni altro parlamento, deve iniziare ad avere un pieno potere di iniziativa legislativa, a scapito del Consiglio, che è, secondo noi, il simbolo della scarsa efficacia dell’UE: un luogo dove si incontrano in 28 (tra poco 27) capi di Stato e di Governo. Più che un incontro, è uno scontro perché ciascuno fa valere i propri interessi nazionali su ogni tema in agenda.  Questo impedisce troppo spesso di arrivare a soluzioni concrete per il bene di tutti gli Stati membri. Sul lungo termine, puntiamo a un sistema che veda il Parlamento come camera bassa, trasformando il Consiglio dell’UE in camera alta e rendendo contemporaneamente la Commissione europea un vero Governo (ad esempio, dall’introduzione prioritaria di un Ministro delle Finanze, si arriverebbe poi a riformare l’intera istituzione). Questo sarebbe un sistema federale: l’UE non si occuperebbe di ogni cosa – ci mancherebbe! -, ma si avrebbe una ripartizione di competenze (europee/nazionali/locali) propria di quella forma politica.

Parlando di politica economica e finanziaria, quali sarebbero i cambiamenti più significativi da attuare?

A livello di politica monetaria, per noi è fondamentale che la BCE diventi più simile alla Banca Centrale degli Stati Uniti d’America (FED), in termini di mandato. Oggi la BCE ha come unico mandato il mantenimento della stabilità dei prezzi, quindi del tasso di inflazione.  Importante, invece, sarebbe un ampliamento del suo mandato su quel modello per garantire anche un discorso di mantenimento della disoccupazione a livelli accettabili. Ciò offrirebbe, a livello europeo, un segnale di maggiore prossimità delle istituzioni unionali ai cittadini – che è un po’ quello di cui si avverte la mancanza.

Sarebbe interessante sfiorare ancora la questione TAV, politicamente sempre un po’ delicata e trasversale…

Il favore di Volt nei confronti dell’Alta velocità è legato a un discorso di connessione infrastrutturale, che serve all’Italia come parte dell’Europa e che gioverebbe all’economia nazionale. Però, anche su questo specifico aspetto, cerchiamo di non avere mai posizioni aprioristiche, mantenendo un approccio analitico e dinamico. In questo caso abbiamo un forte team a Torino e altri presenti in Piemonte. Il tema è discusso da persone competenti con i diretti interessati e il discorso non cade mai nell’ideologico, nell’aprioristico, ma arriva a conclusioni ragionate, analizzando coti e benefici di ogni singola questione. Questo approccio peraltro ha un orizzonte ampio: oltre che per la TAV, per moltissimi altri temi il nostro programma si costruisce attraverso la condivisione a livello europeo delle migliori pratiche.

Come avviene questa condivisione?

Andiamo a capire ciò che funziona nei vari Paesi e nelle diverse realtà locali; quindi proviamo, attraverso l’analisi (costi/benefici), a riadattare esempi virtuosi al resto dell’Europa, laddove i contesti lo permettano. Per fare un esempio, pensiamo a un Paese come l’Estonia, che ha fatto passi da gigante in materia di efficienza della pubblica amministrazione: quelle buone pratiche potrebbero, nel rispetto delle specificità, essere utili a risanare o ottimizzare – secondo il caso – la burocrazia di altri Stati, Italia compresa. Questo è qualcosa che possiamo fare solo noi, in quanto paneuropei: il nostro obiettivo è progredire insieme, in modo inclusivo e senza lasciare nessuno indietro.

Le buone pratiche sono una via per cercare un consenso diverso su basi solide e comuni. Prendere il meglio da ogni parte del continente e valorizzare ciò che funziona.

Qual è l’approccio di Volt alla questione migratoria?

Questo rappresenta uno dei motivi per cui esistiamo. È un tema che deve essere assolutamente trattato a livello europeo – non con le parole, ma con i fatti. I confini italiani sono confini europei, come tutti i confini del Mediterraneo, e non solo. La politica deve evolversi perché oggi, per quanto ci possa essere un partito nazionale europeista, con un leader europeista, alla fine quel leader dovrà rendere conto soltanto al suo Paese.

Come vedete il macronismo?

Il Presidente francese può ben dirsi europeista, ma rimane un singolo leader nazionale: incarna gli interessi della Francia. L’interesse nazionale, per quanto cambi nel tempo, è l’asse portante delle politiche degli Stati membri. Proprio il limite di essere ancora legati alla politica nazionale porta al fallimento del dialogo: lo stesso Emmanuel Macron, in Consiglio UE, si scontra con Angela Merkel, Giuseppe Conte, Pedro Sanchez su diversi punti cruciali. La politica ‘europeista’ e la politica ‘europea’ sono cose distinte.

Per tutti questi temi, compreso anche il tema migratorio, si finisce in un nulla di fatto: nell’impasse di interessi nazionali che non hanno la minima coesione reciproca o comunanza di intenti. Riuscire ad agire veramente in modo coeso come Unione Europea permetterebbe di creare un sistema efficace di redistribuzione delle quote, con sanzioni effettive per chi non le rispetta. Occorre farlo. A dir poco, le migrazioni sono un fenomeno a lungo termine: dipende da come si evolveranno l’Africa e l’Asia nei prossimi decenni. L’Europa dovrà agire in unità, perché la realtà contemporanea nel mondo va avanti a macro-stati, come la Cina. Di fronte a queste realtà politico-territoriali, non possiamo più arenarci sui dissensi interni a 28 Paesi diversi: dobbiamo essere assolutamente coesi.

Il federalismo non cancella le specificità locali, anzi le valorizza, ma con un orizzonte e un approccio alla politica diverso.

Volt ha proposte in cantiere di tipo legislativo, come la riforma del ‘Sistema Dublino’?

Sarebbe il primo intervento auspicabile, in quanto costituisce motivo di scontro sterile e ricorsivo tra interessi nazionali. Tra le nostre proposte c’è la creazione di canali di ingresso legale e la possibilità, attraverso sistemi di maggior coesione europea, di garantire in ogni Paese un lavoro fin dai primi giorni di ingresso nel territorio UE. Per farlo è necessario tornare ad avere un controllo reale sulla situazione. Una Guardia Costiera europea sarebbe un’ottima cosa… Ma tutte le nostre proposte di riforma possono essere portate avanti solo se si ragiona come unico soggetto politico federale, e non come insieme di Stati che si scontrano.

Siete mai stati ascoltati da un organo istituzionale europeo?

Non ancora, siamo nati da 1 anno e mezzo! Abbiamo Stati in cui siamo più grandi – come il team italiano o quello tedesco, mentre altrove si tratta ancora di piccole realtà. Al momento, la nostra priorità come partito politico è partecipare al voto europeo. Il futuro dipenderà molto da come andranno queste elezioni.

C’è qualche figura di europeista del passato – da Altiero Spinelli a  Jacques Delors – a cui vi rifate espressamente, o la vostra proposta comprende, implicitamente, il loro retaggio?

Direi che ci muoviamo nella seconda ottica. Non ci riferiamo a singoli esempi, ma a un modello federalista. Certo, Spinelli è un pilastro, ma non solo. Come dicevo, tendiamo anche qui a evitare i riferimenti personali.

La realtà contemporanea ha fatto da rivelatore di una struttura europea molto debole, perché legata alle volontà statali, non a una vera e propria federazione. Quindi dobbiamo andare avanti nella direzione di  un modello federalista. Se l’evoluzione dell’Europa si è fermata, si tratta di farla ripartire. Anche – e a maggior ragione – in tempi di crisi.

 

 

 

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