domenica, Novembre 17

VoiceBoxer, a ognuno la sua lingua field_506ffbaa4a8d4

0
1 2


Si stima che esistano oggi tra le 6000 e le 7000 lingue vive e sparse per tutto il pianeta. Certo, la maggioranza è usata da micro comunità e sono più della metà quelle a rischio d’estinzione. Se la lingua Karaim è oggi praticata da una decina di residenti in Ucraina, ci sono circa 1,2 miliardi di persone che comunicano in cinese, ovviamente l’idioma di gran lungo più diffuso al mondo. La generazione di linguaggi è comunque un fenomeno incessante, in continua mutazione, figlia della nostra natura sociale: rispecchia l’esigenza di vivere in comunità e di cooperare secondo patti intelligibili per tutti.

Da qualche tempo però le distanze si stanno accorciando e la necessità sempre più stringente di una comunicazione trasversale che includa persone, aziende, enti e Stati ha generato il cosiddetto “international english”, una lingua semplificata dalle strutture sintattiche standard e un lessico inevitabilmente ridotto. Contemporaneamente i colossi informatici si sono resi conto dell’importanza di sviluppare intelligenze artificiali transnazionali, capaci di superare gli scogli linguistici e facendo dei diversi mercati un unico mercato globale. Basti pensare agli sforzi profusi nel riconoscimento vocale da Apple, con l’evoluzione di Siri, oppure al servizio Google Translate.

Il quadro non sembra però essere ancora completo: a parte forse il proprietario del ristorante cinese nella foto di copertina, ognuno capisce  che quando la lingua deve servire da veicolo di un messaggio complesso e puntuale nè l’inglese globale nè le macchine possono essere esaustivi. Da questa esigenza sono nati in passato i servizi di interpretariato professionale, rispetto ai quali nell’immaginario collettivo la scena madre è rappresentata dalle assemblee plenarie dell’Onu, con decine e decine di delegati, ognuno con cuffia e interprete personale che traduce gli interventi in simultanea. Ma per tutte quelle organizzazioni e aziende che non hanno a disposizione un Palazzo di Vetro in cui radunare i propri membri, la strada dell’inclusione linguistica totale da dove passa?

Il tentativo di dare una risposta definitiva a questa domanda sembra essere alla base della nascita di VoiceBoxer, startup fondata in Danimarca nel gennaio 2014 e che dall’inizio di quest’anno, con l’arrivo dei primi finanziamenti e dei primi clienti, si è affermata come una realtà innovativa nel mondo dell’interpretariato professionale. I fondatori sono un trentenne ragazzo italiano, Andrea Baccenetti, e lo statunitense Sergio Llorian, entrambi residenti in Danimarca; alcune quote sono poi in mano a Sortedam Ventures, una società che aiuta a strutturare le startup, offrendo i primi sviluppi tecnici e canali per la ricerca di finanziamenti in cambio di una quota azionaria.

Il servizio offerto da VoiceBoxer consiste nel mettere a disposizione del cliente una piattaforma in Rete da dove trasmettere webinar, presentazioni, corsi o conferenze; un interprete professionale ascolta connesso da qualche parte nel pianeta e traduce in simultanea per un destinario finale ubicato potenzialmente ovunque una connessione internet sia in grado di raggiungerlo. Sulla piattaforma gli eventi sono quasi tutti di natura privata, e vanno dalla presentazione di un nuovo prodotto a corsi di aggiornamento aziendali, ma ad esempio la ong Iss, Institute for securities studies, tiene su VoiceBoxer dei weekly briefing pubblici dove chiunque può partecipare.

Le potenzialità offerte al mondo delle imprese sembrano essere notevoli, visto e considerato che oggi l’apertura ai mercati internazionali da un lato e l’uniformità delle policy aziendali dall’altro non sono più opzioni, ma gli strumenti base per competere in un’economia globalizzata. Per capire meglio il mondo di VoiceBoxer abbiamo parlato con il milanese Andrea Baccenetti, che due anni fa ha lasciato Saipem per frequentare un Master in business administration a Copenhagen e per buttarsi in questo nuovo progetto.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore