martedì, Settembre 22

'Voci di resistenza': la Treccani punta al web field_506ffb1d3dbe2

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«Cara moglie, anche per me come per la mamma stai forte, credevo di farti felice invece ti ho tormentata e ti ho procurato dispiaceri, coraggio! Ti raccomando le bambine che siano educate bene e che imparino ad amare l’Italia e che diano se occorre anche il sangue, tanti saluti e un addio. Tuo marito.»

Così scriveva Guido Galimberti, operaio bergamasco, antifascista tra i fondatori della cinquantatreesima Brigata Garibaldi e fucilato nel 1944.

La sua storia, insieme alle vite di tanti altri partigiani la troviamo nel testo edito dell’Einaudi ‘Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana’ (collana Gli Struzzi).

Proprio la Resistenza Italiana è, ed è stata, al centro di tantissimi film (come non citare ‘Roma città aperta’ o  ‘L’Agnese va a morire’) e tante fiction (come ad esempio ‘Il Peccato e la vergogna’ che ripercorre la Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza fino alla Liberazione e alla ricostruzione italiana). Tutti lavori che hanno cercato di riportare a galla un passato storico non troppo lontano da noi, il passato dei nostri nonni, dei nostri genitori, una storia tutta nostra che molti giovani non conoscono e così ci ha pensato la Treccani con la web serie ‘Voci di resistenza‘. Un progetto mediatico composto da quattro episodi che racconta la guerra, storie conosciute e non, regala volti e voci ai nostri morti e, grazie al web, ha intenzione di raggiungere un target giovanile.

Ideatore e curatore del progetto Giuseppe Muroni che spiega le ragioni che lo hanno portato a realizzare una serie di tale portata storica.

Giuseppe da dove nasce l’esigenza di questo progetto?

Il progetto web nasce dall’esigenza di combattere quella che Eric Hobsbawm ne ‘Il secolo breve’ intravedeva come patologia della generazione vissuta nel torpore di quel ‘presente permanente’ di fine ‘900: la carenza di memoria, «la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti», in una parola: l’amnesia. Lo vedo soprattutto nei miei studenti: non parlano più coi propri nonni, non si lasciano affascinare dai racconti rapsodici del passato; probabilmente si è spezzata, per contingenze storico-culturali, quella narrazione intergenerazionale che ha tenuto unite le tante anime dell’Italia, i suoi localismi, il centro e la periferia di un Paese. ‘Voci di Resistenza’ è una sorta di antidoto, un modo per dare contemporaneità ad un passato che è più che mai presente.

Perché hai ideato questa web serie?

Volevo vedere cosa fosse rimasto nella memoria degli italiani a 70 anni dalla Liberazione. Ho voluto fare un viaggio nei meandri della Penisola: ho ascoltato tante voci, ho visto tanti volti e occhi lucidi. Mai potrò dimenticare le anziane di Castro dei Volsci, le donne di Fertilia sedute sulla panchina, chi per Fossoli ci è passato, chi ha vissuto il terrore dei bombardamenti o chi, come Wojciech Narębski, soldato del II Corpo d’Armata polacco, ha combattuto ‘per la nostra e la vostra libertà’. L’Italia è questo crogiolo di storie individuali e collettive, di narrazioni pubbliche e private, di tante memorie contese e poche condivise. Di ‘voci’ per l’appunto. Il viaggio storico-emotivo, suddiviso in quattro tappe distinte, non è altro che un viaggio nella memoria. Il lavoro deve tanto, però, alla ricerca storica e allo studio delle fonti, il vero punto di partenza.

Come cambia il modo di raccontare la Resistenza italiana dal film alla web serie?

Il cinema italiano che si è occupato della Seconda Guerra Mondiale è ben presente, il mio interesse per il cinema nasce proprio grazie alla visione di Novecento di Bernardo Bertolucci, una sorta di epifania; non possono che essere di riferimento anche pellicole come ‘Il Conformista’, ‘La notte di San Lorenzo’ dei Taviani, ‘Gli sbandati’ di Maselli, ‘Achtung! Banditi!’ di Lizzani o ‘Una giornata particolare’ di Scola. Il modo di raccontare cambia molto, in ‘Voci di Resistenza’ non si troverà il linguaggio cinematografico, piuttosto una contaminazione di generi e stili in cui la storia orale si interseca con la letteratura e il teatro di narrazione incontra l’immagine.

Ho cercato di creare immagini forti, evocative, vere, senza il filtro della finzione letteraria. Penso alle parole crude del monologo di Stella Egitto in cui viene raccontato in ‘presa diretta’ lo stupro di una ragazza: abbiamo di fronte ai nostri occhi la violenza dell’umanità. In una realtà in cui tutto è finzione, artefatto, credo che si debba recuperare il potere della parola; spesso le narrazioni storiche peccano in questo, utilizzano un linguaggio mitigato, spersonalizzante, concentrandosi più sui numeri, sulla quantità.

Questo è un modo per far conoscere la nostra storia anche ad un pubblico più giovane?

E’ pensato soprattutto per le nuove generazioni, per i nativi digitali, fruitori e consumatori di contenuti on-line. La generazione 2.0 ha cambiato modo di informarsi, di studiare, di vedere il mondo attuale e passato ed è esposta ad una sovrabbondanza di informazioni che si disperdono nella simultaneità quotidiana. Spero di intercettare la loro attenzione.

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