domenica, Agosto 25

Vivere a Chernobyl, tra la vita e soprattutto la morte field_506ffbaa4a8d4

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Conosco Valerij per caso, a Kiev, nel 1991, per le elezioni che portano all’indipendenza dell’Ucraina. Fa l’operatore per la tv locale. Parliamo di Chernobyl: “Sta a cento chilometri da qui, se vuoi ti ci porto”. Sono passati appena cinque anni dall’apocalisse, nessun giornalista occidentale c’è mai stato. Sono poi andato altre due volte, per il decennale e per il ventennale, ma erano visite guidate, insieme a orde di macabri turisti che hanno addirittura pagato per sentire i brividi, niente a che vedere con l’impatto ‘nature’ dell’esordio, faccia a faccia con quello che è stato definito il monumento funebre alla prima era nucleare.

 

 

Il primo viaggio (1991)

Chernobyl in ucraino significa ‘le piante che crescono nella palude’. Una volta la zona serviva per nascondersi da mongoli e tartari. Il territorio è stato diviso in quattro zone che corrispondono ai vari livelli di contaminazione. Un visitatore normale, superando molti controlli, può arrivare al massimo fino al fiume Zdvizh, cioè al livello numero due. Al di là, dove il tasso di radiazione è superiore di cinquanta volte a quello normale, è assolutamente proibito entrare. Grazie a Valerij ci fanno passare. Ma bisogna lasciare l’auto, salire su un pullmino della stazione e rispettare certe regole. Soprattutto non superare il limite di permanenza, fissato in cinque ore. “Sarebbe molto pericoloso andare oltre“, ci spiegano “perchè la polvere radioattiva avrebbe il tempo di fermarsi“.

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La ruota di Pripyat

Entriamo, dunque, nellazapretnaya‘, la zona proibita. Attraversiamo diversi villaggi fino a raggiungere Pripyat, la città fantasma. ‘Il partito di Lenin è la forza del popolo che porta al trionfo del comunismo‘, c’è ancora scritto all’ingresso. La città è proprio a ridosso della centrale. Qui abitavano sessantamila persone: tutti i dipendenti della stazione con le loro famiglie. E’ stata abbandonata in fretta quella notte, adesso è una città morta, popolata solo dai fantasmi del disastro.

 

L’atmosfera è allucinante. Tutto è come il 26 aprile dell’86. In un asilo il segno del tempo che si è fermato: i pannelli dell’ex Unione Sovietica, i quaderni, le merendine lasciate sui banchi. Ci permettono di filmare. Entriamo in una casa, lentamente cercando di non sollevare polvere. Giriamo per le stanze di un appartamento al secondo piano, pieno di erbacce, quando sentiamo le note di un pianoforte. E’ Valerij che suona, tra le lacrime: “Questa era la mia casa. Eravamo una famiglia numerosa, allegra. Ogni tanto torno nella mia stanza a suonare ma adesso è una musica di dolore“.
Valerij è arrivato fra i primi quella notte. Alla tv di Kiev sapevano che abitava lì e gli chiesero di andare a vedere quello che sembrava un normale incidente. E’ salito sull’elicottero dei vigili del fuoco e ha girato quelle immagini ormai storiche del reattore n.4 esploso. Sono tutti morti: lui no, anche se è andato tre volte in coma. [Fino all’ultima volta in cui sono andato, dieci anni fa, era ancora vivo anche se molto debole. Adesso non so].

Andiamo avanti. Ed ecco il sarcofago di Chernobyl, una bara gigantesca. Dentro, nascosto da lastroni di piombo e cemento che sono costati la vita agli elicotteristi che li hanno gettati, c’è il reattore n.4, quello dell’apocalisse. Tecnicamente è stato spento, ma di fatto il cuore atomico è ancora attivo.
Arriviamo a meno di duecento metri dall’incubo del mondo. Il contatore geiger impazzisce. Qualcuno, a suo tempo, è addirittura entrato nel sarcofago. Tecnici della stazione, per cercare il corpo del vicedirettore sparito al momento dell’esplosione. Dentro non sopravvivono neppure i batteri. Dalle immagini sul monitor si intuiscono blocchi di lava composti da uranio, plutonio, scorie di tutti i tipi, piombo, cemento che neppure un bazooka riuscirebbe a scalfire. “E’ come entrare nel corpo del diavolo e vedere il suo cuore“, ci dicono.
Il sarcofago si sta sgretolando. Colpa dell’enorme calore. Gli esperti hanno trovato numerose crepe in cui si sta infiltrando pericolosamente acqua. Si sta cercando in qualche maniera di intervenire, ma c’è un altro grande rischio: che la struttura crolli sotto il proprio peso. Sarebbe necessario un ulteriore isolamento che costerebbe una cifra incredibile, quattromila miliardi di dollari. Un investimento che il Governo di Kiev non può permettersi e che chiede all’Occidente.

Entriamo eccezionalmente nella centrale. Il cuore del diavolo sta in fondo: ci divide solo un tramezzo. Siamo nella grande sala delle turbine, sotto giacciono ancora mille tonnellate di uranio e plutonio. Quella notte è esplosa proprio una turbina. In fondo a un lungo corridoio, c’è la sala controllo. Sul monitor compare il reattore n. 3, l’unico insieme al numero uno che ancora funziona.
Ma che è successo quella notte? La testimonianza è di Serghei Sharshun, capoturno di allora: “Nessuno si aspettava il disastro. Anche perché non doveva succedere. Ci sono stati almeno tre errori, sono arrivati ordini sbagliati. Noi superstiti non ci sentiamo fortunati. Ho sensi di colpa che nessuno potrà mai cancellare. Mio figlio sta male, mia moglie sta morendo. Non doveva succedere. Ho la nausea di questo lavoro ma starò qui fino alla fine perchè è il mio destino. Odio soltanto chi non ci ha mai avvertito dei rischi che correvamo“.
L’incidente avvenne all’una e 23 di notte. Nel corso di un test definito di sicurezza, il personale interruppe l’energia violando numerose norme, anche di buonsenso, portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore n. 4, di tipo RBMK-1000, a canali, usato per produrre elettricità per uso civile e plutonio per quello militare. Si determinò così la scissione dell’acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni. Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l’aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione, che provocò lo scoperchiamento del reattore che a sua volta innescò un vasto incendio. Una nuvola di materiale radioattivo fuoriuscì dal reattore e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente. Nubi radioattive raggiunsero anche l’Europa orientale. Associazioni antinucleariste internazionali presentano una stima di sei milioni di decessi presunti su scala mondiale.

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