mercoledì, Settembre 30

Vita da rifugiati field_506ffb1d3dbe2

0

  706x410q70Simon-snowden-subbedM

Vivono ai margini della società, in condizioni di povertà e senza un lavoro. Sono i rifugiati di Hong Kong, cittadini perlopiù fuggiti da altri Paesi asiatici lacerati dalla guerra o stremati dalla carestia. Spesso vittime di torture, hanno raggiunto il Porto Profumato nella speranza di rifarsi una vita in uno dei paradisi economici d’Asia; il riparo amorevolmente dei perseguitati politici post-Tian’anmen. Ad accoglierli, invece, hanno trovato una doccia gelata.

Dopo la Seconda guerra mondiale i rifugiati costituivano un terzo della popolazione dell’ex colonia britannica. L’isola fu più tardi scelta come riparo da centinaia di migliaia di reduci della guerra del Vietnam; un’invasione di massa ricordata tutt’ora con rancore dagli hongkonghesi per le ripercussioni che ha avuto a livello sociale. Secondo le stime di UNHCR (L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), nel 2006 a Hong Kong vi erano ancora 1473 richiedenti asilo in attesa di un responso, di cui 24,7% donne e il 23,9% bambini. Il 90% proviene dall’Asia meridionale (India, Pakistan, Sri Lanka, Indonesia, Filippine e Nepal), il 9% dall’Africa (Congo, Liberia..) e l’1% da altre parti del mondo. 

Nonostante la Cina sia tra i Paesi firmatari della Convenzione di Ginevra del 1951, l’ex colonia britannica, in virtù della sua Basic Law, è rimasta svincolata dall’accordo anche dopo il ritorno alla madrepatria nel 1997. Il che di fatto la libera dall’obbligo legale di dover concedere asilo ai profughi. Il più delle volte il governo locale passa la patata bollente a l’UNHCR, affinché sia questo a occuparsi di trovar loro una sistemazione altrove. Il processo di reinsediamento può durare anche oltre un decennio. Stando a quanto riportato da RSD Watch, nel 2004, dei 798 casi passati in esame dal braccio locale dell’agenzia delle Nazioni Unite, soltanto il 18% è terminato con successo. E sebbene sia talvolta possibile presentare reclamo, la lunga fila d’attesa fa sì che a volte siano necessari parecchi anni perché un caso venga riesaminato.

Lo scorso luglio le autorità hanno dichiarato di voler cominciare ad affrontare personalmente il problema. 440 milioni di dollari di Hong Kong è il budget 2013-2014 stanziato per creare un sistema di gestione unificato, con l’intento di velocizzare i tempi d’attesa. Il denaro verrà utilizzato anche per i servizi e l’assistenza legale ai rifugiati. L’iniziativa, lodata dalla comunità internazionale, non è invece andata giù ai residenti, che, come emerge da un sondaggio realizzato dall”Oriental Daily’, si sarebbero detti per la maggior parte contrari (uno schiacciante 76%). A pesare sarebbero ancora i ricordi vividi dell’esodo vietnamita, sostengono gli esperti.

In realtà, già nel 2004, costretto da una disposizione del tribunale, il governo locale aveva acconsentito a gestire direttamente i casi in cui i richiedenti avessero subito torture nel Paese di provenienza, sebbene nella realtà dei fatti ciò sia avvenuto solo raramente. Nel 1992 Hong Kong ha sottoscritto la Convenzione contro la tortura ma, come mostrano i dati ufficiali, nel 2009 sono stati approvati soltanto nove casi del genere sui 3504 esaminati, ovvero lo 0,3%.

Intanto, mentre le autorità tentennano sul da farsi, i fuggiaschi continuano a vivere nella miseria, stipati nelle baracche alla periferia della città. Senza uno status giuridico, sopravvivono grazie ai sussidi il governo, che provvede alla distribuzione periodica di alimenti e a un indennizzo per l’affitto da 1500 dollari di Hong Kong (140,7 euro); una cifra irrisoria se si considerano i prezzi proibitivi dell’immobiliare locale. Ma ciò che è più allarmante, gli esuli sono privati del diritto al lavoro. Tecnicamente, l’amministrazione locale permette ai rifugiati di ottenere un impiego, previa approvazione del Dipartimento dell’Immigrazione. Ma ancora una volta i fatti smentiscono le buone intenzioni, con un’unica pratica accolta negli ultimi anni.

Proprio un paio di settimane fa, l’alta Corte di Hong Kong ha respinto all’unanimità un ricorso per il diritto al lavoro presentato da quattro fuggiaschi, andando a confermare la sentenza emessa nel 2012 da un tribunale di grado inferiore. Secondo quanto reso noto da Daly & Associates, lo studio legale incaricato di assisterli, tre dei quattro richiedenti soffrono di depressione o schizofrenia a causa dei traumi subiti in passato e per via dello stato indefinito in cui si trovano a vivere nella regione amministrativa speciale. Nel caso in cui venissero pizzicati a intraprendere un qualsiasi lavoro senza permesso, verrebbero sbattuti dietro le sbarre.

«Il fatto che rifugiati riconosciuti dieci anni fa siano ancora senza un’occupazione è a dir poco oltraggioso», ha dichiarato al ‘Wall Street Journal’ Cosmo Beatson di Vision First, organizzazione che si batte per i diritti dei rifugiati. Tra l’altro, assicurano gli avvocati, l’impatto a livello sociale sarebbe minimo, essendoci in città soltanto un centinaio di richiedenti riconosciuti. E’ molto più rischioso per la sicurezza pubblica tenere un esercito di disperati, con il rischio che scelgano di legarsi a bande criminali pur di racimolare qualche soldo. «Ritengo sia un giudizio deludente, una battuta d’arresto per la reputazione di Hong Kong come luogo noto per il rispetto dei diritti umani» è il commento alla sentenza di Mark Daly, uno dei legali. 

Nel quadrante asiatico, il Porto Profumato non è certo il luogo meno ospitale: la maglia nera spetta a Singapore, che, per questione di spazi e risorse limitati, non accetta richieste di asilo. Allo stesso tempo, però, tra le Nazioni sviluppate, c’è anche chi ha sistemi d’accoglienza migliori, compresa la Corea del Sud che permette ai fuggiaschi di accedere al mercato del lavoro. «Hong Kong può e deve fare meglio», chiosa Beatson. 

Nel mezzo delle polemiche, a gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato il ‘South China Morning Post’, che con una recente inchiesta ha scoperchiato alcune presunte irregolarità nella distribuzione dei sussidi alimentari destinati ai rifugiati. Sulla scia dei malumori dei sindacati, il giornale del Porto Profumato, ha visitato diversi negozi dell’isola, lista della spesa alla mano. Risultato: acquistando i prodotti nell’elenco, il costo totale risulta tra il 13% e il 30% inferiore a 1060 dollari di Hong Kong, cifra che ISS-HK (l’International Social Service) era stato incaricato dal governo locale di utilizzare mensilmente per ogni singolo rifugiato, e che questo mese è stata portata a 1200 dollari di HK.

Il ramo di Hong Kong dell’Ong svizzera ha assunto l’impegno di prendersi cura dei richiedenti asilo nel 2006, e oggi si dice assista circa 5000 persone, fornendo cibo, articoli da toeletta, indennità d’alloggio, nonché coprendo le spese per i trasporti. Tuttavia, negli ultimi anni, numerose lamentele per la mancanza di servizi igienici e di acqua potabile per gli esuli hanno offuscato l’immagine dell’organizzazione. Alcuni giorni fa un gruppo di richiedenti asilo, in sciopero della fame, si è riunito davanti gli uffici di ISS per protestare. Aleta Miller, direttore esecutivo dell’Hong Kong Refugee Advice Centre, ha invitato ad una maggiore trasparenza sui prezzi degli alimenti, aggiungendo che capita talvolta che i fuggiaschi siano costretti a mangiare persino cibo in via di decomposizione.

La condizione dei rifugiati solleva il velo che copre le distorsioni di cui soffre l’ex colonia inglese. E’ la Hong Kong degli eccessi. Una delle città più opulente al mondo, in cui sfrecciano Jaguar e BMW sullo sfondo di grattacieli extralusso e vetrine delle note case d’alta moda. Ma anche una di quelle in cui la forbice tra ricchi e poveri è tra le più ampie, dove -secondo statistiche governative- quasi il 20% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore