domenica, Giugno 7

Virus della cultura, politica della mediocrità Cosa spinge a considerare perifericamente il mondo della cultura? Forse che un popolo abituato a fruire del sapere con coscienza e curiosità, può costituire un pericolo di costante destituzione per una classe politica depauperata di ogni afflato costruttivo?

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Il recente discorso del Presidente del Consiglio riguardo a questa ripartenza sociale ed economica, con specifico riferimento al settore culturale, ha reso chiaro ancora una volta ciò che la classe dirigente contemporanea pensa rispetto a tutto ciò che esula dall’apparente pragmatismo del resto della produzione nazionale. Alle parole di Giuseppe Conte «La cultura, non dimentichiamo questo settore, abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare», sono seguiti numerosi e irosi dibattiti riguardanti soprattutto la concezione superflua che sembra che Conte abbia affibbiato all’artista.

Il concetto svilente non riguarda tanto la parola divertire’, che, intesa ovviamente nel suo senso più ampio, è lo scopo nobilissimo dell’arte, quanto piuttosto questo includere in una parantesi, tutto sommato non necessaria, questo aspetto della società italiana.
Ironia del presente, in questi ultimi mesi le letture, le visioni, gli ascolti, sono stati i punti di origine di molte consolazioni per milioni di persone. Sì, perché il ruolo dell’arte, come spesso accade, si evidenzia quando l’essere umano si ritrova a doversi confrontare con se stesso, quando il pragma, l’azione autoconclusiva, non porta il nostro corpo altrove, ma lo costringe a autoriflettersi, a esplorare le proprie incrinature più profonde, e a vedere il proprio vissuto apparentemente appiattito dalla stasi.

Il fatto, però, che anche un periodo così inevitabilmente portatore di opportunità di ribaltare il nostro punto di vista, non riesca a generare un cambiamento di rotta nella forma mentis delle cariche più alte di una Nazione, che negli ultimi anni ha speso cifre irrisorie in arte e spettacolo (l’Italia è il fanalino di coda in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura), ci dice molto sulla tenuta reazionaria della classe dirigente contemporanea.
Un cambiamento di rotta che dovrebbe arrivare, per altro, proprio nel momento in cui il settore più lo richiede, soprattutto all’interno dell’industria cinematografica, in cui le varie produzioni e distribuzioni sono ferme e faticano a concepirsi in un futuro diverso da quello in cui già procedevano a fatica.
Un piano studiato e strategico per ristrutturare il tessuto di questo settore e i suoi livelli di approvigionamento e fruizione, dovrebbe dirigersi ben più in profondità rispetto ai cinquanta milioni di euro messi a disposizione per l’intero comparto culturale italiano (se pensiamo che a regime normale il solo Giffoni Film Festival ne riceve nove ogni anno), ora che più che mai abbiamo bisogno delle estensioni ontologiche della realtà per osservare con sguardi diversi rispetto all’autoreferenzialità dei nostri.

Cosa spinge a considerare così perifericamente il mondo del cinema, e, tout court, della cultura? Cosa spaventa così tanto da non permettere di far nascere un’amministrazione seria e lungimirante in una Nazione con una tradizione artistica che non ha pari in tutta la storia dell’Occidente (e forse dell’umanità)? La risposta a questa domanda si perde nei decenni addietro, per esempio nelle leggi di stampo democristiano degli anni ‘80 (epoca, non a caso, del disimpegno) che non permettevano più collaborazioni con produzioni cinematografiche estere, oppure nella chiusura dei cinema e dei teatri con l’arrivo dell’home video (il caso del Teatro Smeraldo di Milano che divenne per anni un locale di spogliarelli ne è forse l’esempio più squallido e lampante), o ancora nelle dichiarazioni dell’ex Ministro Giulio Tremonti che sosteneva che con la cultura non si potesse comprare il pane (ormai passata alla storia in questo lungo e sterile dibattito); ma forse un segnale definitivo può essere rintracciato nel dato di fatto che un popolo abituato a fruire dell’immagine e del sapere in generale con coscienza e curiosità, senza ghettizzarsi in torri d’avorio, può costituire un pericolo di costante destituzione per una classe politica depauperata di ogni afflato costruttivo.
Un biopotere quindi, più che una bio-politica, che per autoperpetuarsi, quasi al di là dei suoi incapaci detentori, ridicolizza la figura dell’intellettuale, lo impoverisce, rende amatoriale e a-meritocratica la struttura industriale che sostiene il cinema, unica via per mantenere l’immagine divisa dallo spettacolo (nel senso più tragicamente ‘debordiano’ del termine), e quasi avvalla questa esistenza completamente proiettata all’interno di decine di social network diversi, avamposti osceni di una società liquida che ammazza ogni spinta sovversiva all’interno di un’apparenza che annichilisce e muta ogni pensiero rivoluzionario in una forma ludica, quella sì veramente intesa nel senso più basso del vocabolo ‘divertire’.

La risposta a queste delusioni, a questi anonimati imposti a speranze mal riposte, va cercata, purtroppo, nella definizione di una videochiamata con una connessione instabile.

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