martedì, Luglio 7

Violenza in Nicaragua: da dove arriva e dove può portare Con l’approvazione della legge anti-terrorismo si rafforza il braccio di ferro del Presidente Ortega, che adesso ha un’arma in più contro i dissidenti

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Dalla metà di aprile il Nicaragua si trova ad affrontare una grave situazione sociopolitica che sta mettendo in crisi, tramite manifestazioni e ingenti proteste, il Governo del Presidente Daniel Ortega, il quale, oltre ad abusare della violenza delle Forze Armate per sedare i rivoltosi, sta prendendo misure per arginare questi fenomeni antiestablishment sempre crescenti.

Lo scorso 16 luglio, l’Assemblea Nazionale della Repubblica del Nicaragua, ha emanato la legge n.° 977, denominata Ley Contra el Lavado de Activos, el Financiamento al Terrosismo y el Financiamiento a la Proliferacion de Armas de Destruccion Masiva. Tale legge, però, ha fatto scaturire, da parte delle organizzazioni internazionali – l’ONU in testa – e dai media, una serie di critiche. La critica principale è rivolta, soprattutto, all’articolo 44 che tende a riformare gli articoli 394 e 395 del Codice Penale nicaraguense, che, adesso, etichettano come terrorista chiunque «da solo o insieme alle organizzazioni terroristiche compia qualsiasi atto diretto a causare la morte o gravi lesioni a persone, distrugga o danneggi la proprietà, servizi pubblici o privati, con lo scopo di intimidire una popolazione, alterando l’ordine costituzionale, o costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere un atto o ad astenersi dal farlo». Secondo tale legge, dunque, chiunque può essere considerato un terrorista.

La preoccupazione maggiore delle organizzazioni internazionali e dei partiti di opposizione, è che tale norma venga utilizzata per scopi politici dal Presidente Ortega, mascherando sotto il principio dell’anti-terrorismo gli abusi e le violenze degli ultimi mesi da parte delle Forza Armate nei confronti dei dissidenti, cercando così di arginare la crisi sociopolitica che si sta venendo a creare nel Paese.

Già il 17 luglio, il giorno seguente l’approvazione, a sollevare i dubbi e le polemiche intorno a tale atto ci ha pensato Rupert Colville, portavoce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), il quale ha dichiarato, in una nota stampa, che la legge 977  «ha una definizione molto ampia di terrorismo, che suscita preoccupazioni sul fatto che potrebbe essere utilizzata contro le persone che prendono parte alle proteste». La risposta del Governo nicaraguense non si è fatta attendere ed è arrivata tramite il Ministro degli Affari Esteri, Denis Moncada Colindres, che ha replicato così a Colville «respingiamo fortemente questa grossolana manipolazione da parte dell’Alto Commissario del diritto sovrano, è obbligo dello Stato del Nicaragua  legiferare in conformità con le convenzioni e i trattati internazionali al fine di evitare il riciclaggio di denaro sporco e finanziamento del terrorismo», rincarando la dose contro il portavoce e la stessa organizzazione «questo tipo di dichiarazione li rende complici delle azioni compiute dai gruppi terroristici, uccidendo i nicaraguensi e distruggendo il nostro Paese con l’obiettivo di rovesciare un governo costituzionale, eletto democraticamente dal nostro popolo».

Di fatto, il Governo aveva presentato questa proposta di legge ad inizio aprile, qualche giorno prima dello scoppio dei disordini e delle violenze che hanno travolto il Paese centroamericano, ma è indubbio che tale norma sia funzionale alla stretta impressa da Ortega, proprio in questa fase di crisi. C’è anche da considerare un fatto, ovvero che le violenze sono sì esplose in maniera massiccia a metà aprile, ma si protraevano già da qualche tempo.

Quali le cause scatenanti di queste proteste?

Le prime manifestazioni antigovernative sono cominciate tra il 12 ed il 13 aprile quando ambientalisti, studenti e popolazione contadina sono scesi in piazza per protestare contro la lenta ed insufficiente azione del Governo per sedare gli incendi boschivi che hanno colpito la Riserva Biologica Indio Maiz, una delle più importanti riserve naturali del Paese situata  nel sud-est del Nicaragua, al confine con il Costa Rica. L’incendio, scoppiato il 3 aprile, ha divorato oltre 5.000 ettari di foresta e ci sono voluti 10 giorni per spegnere totalmente le fiamme, anche perché le istituzioni hanno rifiutato l’aiuto proposto da parte del Costa Rica, offertosi per velocizzare i soccorsi.

Le proteste si sono quindi allargate in tutto il Paese qualche giorno dopo, il 18 aprile, quando migliaia di persone si sono ritrovate per protestare con la decisione del Governo di riformare l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale e il conseguente taglio alle pensioni. Le proteste hanno portato alla creazione di blocchi stradali e barricate. Il Governo ha allora riposto prima con la rimozione forzata di tali blocchi tramite autorità ed elementi armati filo-governativi – compresi quelli noti come le fuerzas de coque (forze d’urto) o i Turbas (folle) – e, successivamente, ha adottato pratiche di criminalizzazione e persecuzione nei confronti dei manifestanti, percepiti come dissidenti e oppositori delle istituzioni.

Dal canto suo, quando le proteste sono scemate, Ortega ha dichiarato che il golpe era stato sconfitto e che erano stati gli statunitensi, con i loro interessi, a finanziare tali rappresaglie per sovvertire l’ordine nazionale.

L’OHCHR, sul finire dell’agosto scorso,  ha stilato un report, ‘Human rights violations and abuses in the contest of protests in Nicaragua’, che già dal titolo non lascia spazio a dubbi, e che si apre con la dichiarazione dell’Alto Commissario ONU Zeid Ra’ad Al Hussein: «la violenza e la repressione viste in Nicaragua nelle manifestazioni iniziate nel mese di aprile sono prodotti dell’erosione sistematica dei diritti umani nel corso degli anni, e mettono in evidenza la fragilità complessiva delle istituzioni e dello stato di diritto». Nel rapporto sono riportati nero su bianco i numeri scaturiti nel periodo di violenze che va dal 18 aprile al 18 agosto 2018. Secondo l’ONU, le autorità continuano a ricorrere a campagne diffamatorie, minacce di azioni penali, licenziamenti arbitrari dei dipendenti pubblici e ad altre forme di molestie o intimidazione contro gli individui percepiti come critici dal Governo. I leader del Movimiento Campesino, un movimento contadino, e dei movimenti studenteschi sono stati particolarmente presi di mira. Il livello di persecuzione è tale che molti di coloro che hanno partecipato alle proteste, che hanno difeso i diritti dei manifestanti, o semplicemente hanno espresso opinione dissenziente, sono stati costretti a nascondersi, hanno lasciato il Nicaragua o, comunque, stanno tentando di partire. Si contano, solo nel periodo preso in esame dal report, circa 300 morti e 2.000 feriti. L’ONG nicaraguense ANPDH (Asociacion Nicaraguense Pro-Derechos Humanos), invece, parla di 448 morti, tra il 18 aprile ed il 25 luglio, tra cui 21 bambini.

Tutto ciò ha creato un clima di paura e sfiducia tra la popolazione e, secondo l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, sarebbero 23.000 le persone che starebbero chiedendo asilo politico in Costa Rica.

Seppur siano dati impressionanti, concentrarsi esclusivamente su questi potrebbe essere fuorviante al fine di una comprensione esaustiva del quadro socio-politico complessivo nicaraguense.

Come riporta, poi, Freedom House, autorevole centro di ricerca americano, l’elezione di Ortega nel 2006 ha portato un periodo di deterioramento democratico in Nicaragua che continua ancora oggi. Il Presidente ha consolidato tutti i rami del Governo sotto il controllo del suo Partito – il FSNL (Frente Sandinista de Liberacion Nacional) – ha limitato le libertà fondamentali e ha permesso alla corruzione incontrollata di pervadere le istituzioni. Inoltre, nel 2014, l’Assemblea Nazionale ha approvato emendamenti costituzionali volti a favorire un terzo mandato del leader sandinista.

Le violenze e gli scontri sono sì esacerbate in aprile, ma sono emerse, sebbene in maniera minore, anche durante le elezioni presidenziali del 2016 e le municipali del 2017.

Le elezioni del 2016 non sono apparse propriamente democratiche: sono state precedute, infatti, dalla decisione della Corte Suprema di espellere il principale candidato dell’opposizione, Eduardo Montealegre, dal suo partito, il PLI (Partito di Liberazione Indipendente). Dopo le elezioni municipali del novembre 2017 – dove il FSLN ha vinto 135 su 153 municipi – sette persone, per lo più indigeni e campesini, sono stati assassinate.

Come racconta La Prensa, quotidiano nicaraguense,  la violenza sarebbe gradualmente aumentata dalle elezioni del 2006, quando Ortega ha ripreso il potere. Oltre alla diminuzione della percentuale di affluenti al voto, sotto il 50%, dopo ogni turno elettorale, generale o municipale che sia, si sono sempre verificati scontri e conseguenti forti repressioni.

La rabbia della popolazione, dunque, è esplosa adesso, ma è il risultato di anni in cui diritti vengono lentamente negati e il potere accentrato.

Non è da sottovalutare poi la situazione della crisi delle organizzazioni internazionali sudamericane, che influisce non poco sugli interessi e le politiche dei Paesi membri. Non bisogna dimenticare, infatti, che il Nicaragua aderisce ad ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), promossa dall’allora Presidente del Venezuela Hugo Chavez. Queste organizzazioni, come anche UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane), sono nate quando le sinistre avevano egemonia totale ed indiscussa in Sud America e si basano – basavano – essenzialmente sui petroldollari venezuelani. Ora che il Venezuela di Nicolas Maduro è precipitato in una crisi economico-finanziaria senza fine, costringendo il suo popolo a scappare e rifugiarsi nei Paesi limitrofi, anche queste organizzazioni sono irrimediabilmente, e sostanzialmente, fallite. Fallimento che influisce anche sul programma Petrolcaribe, dai quali sussidi dipendono i finanziamenti del Nicaragua, che li usa per la copertura della spesa pubblica e, probabilmente, a limitare una crisi che, date le premesse, sembra inevitabile.

Dove può portar, dunque, questa crisi nicaraguense? Dipende da come reagirà la popolazione nei prossimi mesi e, soprattutto, dalla controreazione del Governo che, in questo periodo, ha perso molta credibilità. Non solo, dipenderà anche dalle politiche e dalla vita politica di attori terzi fondamentali come il Venezuela, protagonista indiscusso delle vicende caraibiche: un suo crollo potrebbe portare ad una crisi sistematica di molti Paesi centro-sudamericani.

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