sabato, Agosto 24

Violenza e razzismo, dopo il Poetto nessuno più è innocente

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La violenza, in quelle che sono oramai le sue forme più quotidiane e fantasiose, è diventata il vero surrogato delle guerre, con il contributo dalle intemperanze di chi dovrebbe testimoniare, per dovere di ruolo, saggezza e spirito di prudenza.

Una versione omeopatica dei massacri su vasta scala, quelli dei campi di battaglia, ma il punto è che non le sostituisce affatto, piuttosto le affianca dando loro continuità, facendone memoria nei periodi di quiescenza dei grandi conflitti, così da tenere desta l’attenzione collettiva sulla nostra vera natura, che è quella di ‘una specie-bandito‘ la «più aggressiva ed elusiva dell’intero regno animale», come ci ricordava una quindicina di anni fa l’economista Paul Seabright. Una descrizione precisa della nostra indole, che non ci abbandona da milioni di anni e ci mette perennemente a rischio di regressione, sebbene alla fine, quasi prodigiosamente, sia il progresso a prevalere, come accadde in prossimità del Big Bang, quando la materia ebbe di un niente la meglio sull’antimateria. Così si è risolto finora il duello tra prepotenti e pacifici, non è detto però che andrà sempre allo stesso modo, i processi non governati degenerano, la violenza prima di tutto.

Una specie, la nostra, che continua ad auto-ingannarsi attraverso omissioni seriali, in particolare nell’Occidente che infligge e subisce violenza da tempo immemore ma si concentra solo sulla fase passiva, lamentandosene eppure continuando a fare ciò che faceva il giorno prima, come se nulla stesse accadendo.

Le domande non sono più ammesse, molto meglio gli slogan, che servono a serrare le fila, a galvanizzare le masse e a contrastare la paura, tuttavia i riti collettivi servono giusto a consolarci ma non chiariscono alcunché. Ci ripetiamo che difenderemo il nostro diritto a vivere come vorremmo, senza lasciarci condizionare, ma difficilmente verremo a capo di qualcosa se continueremo a correre a rotta di collo verso le risposte, saltando sfacciatamente le domande.

L’estate in corso deve considerarsi un vero e proprio museo degli orrori a tale riguardo, nessuna fermata, tante dichiarazioni, tante esecrazioni, tante rivendicazioni, pochi tentativi di andare oltre per capire che le guerre senza schieramenti non finiscono mai, fino a quando le differenze di potenziale non si attenueranno e con esse anche l’odio, quello peggiore, che si nasconde presso il vicino di casa che ti sorride ma che in realtà ti vuole morto perché ti invidia.

L’eccidio di Barcellona, sulla Rambla, così come i fatti di Turku, in Finlandia, esattamente come quelli di Nizza, di Parigi e di tanti altri luoghi ancora, sono figli di questa rimozione delle domande.

Una fuga collettiva a cui nessuno si sottrare, neppure negli strati più minuti della collettività. Dall’albergatore che non assume la cameriera perché di colore, sebbene italianissima, e difende la sua scelta goffamente, attribuendo alla clientela, forse non del tutto a torto, la matrice di quella disgustosa discriminazione. Si passa poi all’altro albergatore, colui che scrive senza timore alcuno di non volere affittare ai gay, nemmeno se sposati grazie alla legge sulle unioni civili. Si prosegue fino a incontrare il gruppo di napoletani che, al pari di una banda di camorristi, sulla spiaggia del Poetto tentava aggredire il senegalese ambulante impugnando i sostegni degli ombrelloni come mazze da baseball. Ma qui è scattato l’antidoto. Il possibile linciaggio non si è consumato soltanto perché una trentina di bagnanti locali, iscritti all’altra parte di umanità, quella che è riuscita non perdere la testa, liberandosi dalla coda e delle zanne, si sono frapposti tra carnefici e vittima evitando il peggio. Simbolo incoraggiante di una parte, ancora maggioritaria ma troppo spesso silente, dunque complice, che vorrebbe opporsi ai violenti e ai primitivi ma che potrebbe non farcela, perché non sempre riesce a magnificare la più grande risorsa a disposizione dei giusti, ossia la coralità, l’azione collettiva. Eppure a Cagliari è accaduto, in un assolato pomeriggio d’agosto, su una spiaggia bianca popolata di famiglie del luogo, un piccolo-grande miracolo, la ragione dei pacifici si è armata di dignità e di coraggio, mettendo in fuga i nostalgici di un passato remoto da cui non riescono a separarsi.

A Lloret del Mar, in Costa Brava invece non è accaduto, qui è prevalsa la parte oscura, e Niccolò Ciatti, ragazzino di Scadicci, ventidue anni appena, è stato massacrato da tre bravacci davanti a una discoteca, in presenza di un pubblico numeroso e compiacente, forse anche divertito. Ma sarebbe potuto accadere, anzi è accaduto, in qualsiasi altra parte del mondo, oramai un set a cielo aperto dove ognuno sogna di essere una piccola divinità sulla pelle del suo prossimo.

La violenza della neutralità, quella degli spettatori di Lloret del Mar, così simile all’indifferenza che sta conquistando il Pianeta, è la peggiore, perché non aggredibile dal giudizio, ci sono mille appigli intorno a cui organizzare la propria assoluzione. Un’assoluzione che sarà comunque illusoria, perché niente potrà salvare dalla propria coscienza quegli spettatori imbelli e sorridenti che, senza saperlo, renderanno invivibile non soltanto il mondo dei genitori del povero Niccolò, ma anche il loro, turbato per sempre da una responsabilità evidente quanto imperdonabile. Se avessimo scambiato la platea, trasferendo al Poetto la caciara anaffettiva della Costa Brava e viceversa, l’ambulante senegalese sarebbe stato massacrato e Niccolò adesso sarebbe coi suoi amici in Toscana a fare i conti con le piccole sfide della tarda adolescenza. Le disgrazie non sempre sono frutto del caso.

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