domenica, Dicembre 8

Vinci per noi L’incredibile partita di Roberta Vinci, che ha battuto la Williams nonostante tutto le fosse sfavorevole

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A distanza di qualche giorno, taciute le grida battagliere, direi che intendersi di sport equivale ad assegnare a Roberta Vinci un primato: la sua impresa sportiva è stata la più grande di tutti i tempi, per l’Italia.

Per un po’ sono tornato indietro con la memoria, cercando gesta simili. Non ne ho trovate, tranne una, forse: la vittoria degli azzurri contro il Brasile ai mondiali spagnoli del 1982. Eppure, quella vittoria della nazionale italiana al Sarrià nel quarto di finale dei mondiali di Spagna 1982 non la eguaglia del tutto; essa fu il frutto di molte circostanze e, come spesso avviene nel calcio, di una componente di buona sorte che mise insieme piccoli casi in una sola partita: Paolo Rossi che si svegliò proprio quel 5 di luglio, dopo varie partite abuliche; la nazionale verde-oro che mostrò dei clamorosi difetti di preparazione, tra cui una difesa censurabile e il peggior centravanti della sua storia, tal Serginho che sembrava essere stato scritturato in un film con Lino Banfi e che invece stava lì, a sbagliare tutti i gol più semplici; infine una parata monumentale di Dino Zoff, che bloccò a terra, a pochi millimetri dalla linea bianca, un colpo di testa imparabile al novantesimo. Ma tutto sommato, benché il calcio rimanga uno sport abbastanza imponderabile, contribuendo ai suoi esiti almeno ventidue destini individuali, quella vittoria avrebbe quasi rappresentato un esempio del ‘piccolo’ che aveva abbattuto il gigante. Quasi, perché l’Italia era comunque una formazione già affermata e le sue chance di vittoria – dopo che aveva sconfitto l’Argentina -non erano date 100 a 1. E, però, quel Brasile era una squadra sostanzialmente imbattibile, perfetta e traboccante di campioni com’era: solo a leggere la sua formazione incuteva timore, più o meno il Barcelona di oggi… Come a dire che un fatto analogo, nelle sue dimensioni, alla semifinale di Flushing Meadows non era ancora avvenuto.

Esso ci ha particolarmente colpito per più ragioni. La prima delle quali un po’ sciocca: che fosse stata una donna a regalarci quella meraviglia. E perché mai?!?! Da almeno un decennio, ad esempio, è il tennis femminile a guidare tutta la baracca: tre ‘Fed Cup’, un Roland Garros e due finali a seguire, per non citare gli altri sport in rosa di squadra: trionfi su trionfi… E se il fatto che Roberta Vinci e Flavia Pennetta fossero finaliste di un torneo del grande slam ci era parso, già di per sé, un evento irripetibile, la vittoria della prima contro Serena Williams resterà in memoria uno dei momenti più epici e indimenticabili dello sport italiano; ho detto che non c’è da fare paragoni e vorrei spiegarlo: il tennis è uno sport che non consente a nessun atleta di vincere grazie alla fortuna; nel tennis essa può manifestarsi con un net al momento giusto, con un’improvvida svista arbitrale, con un ‘infortunio’ dell’avversario, con uno smash all’incrocio delle righe… ma questi fatti non riempiono tre ore di gioco, e in nessun caso potrebbero narrare l’incredibile partita di Roberta Vinci, che ha invece battuto la Williams nonostante tutto le fosse sfavorevole, difficile, anzi no, impossibile! Tanto che ‘Eurosport’, dopo la prima semifinale vinta dall’altra italiana, aveva già prodotto lo spot della finale tra Williams e Pennetta! E no cari, fate la cortesia, rimontate tutto, perché Vinci non ha sbagliato nulla, a parte l’aver avuto dinanzi ottanta chili di muscoli, circa il doppio della sua dotazione…
E allora per vincere bisognava giocare meglio dell’altra sul piano tattico, occorreva difendersi da prime di servizio a centosettanta l’ora, e poi non chiudersi in difesa, non impaurirsi mai, ridere delle urla belluine della numero 1 e non pensare per un istante solo di esser lì, in quel pomeriggio, contro la più forte tennista di ogni tempo, che non era affatto in declino… Macché declino! Ella era all’apice di una carriera incomparabile, dopo tre vittorie consecutive, in Australia, a Parigi, a Wimbledon. Le mancava solo New York per compiere l’en-plein. New York, Arthur Ashe court, dove ventimila persone tifavano per Golia… «E ora applaudite anche me cazzo!!!!» Bellissima!!!! A rammentare ai penultimi venuti il senso di quello sport, il tennis, le cui regole di fair-play essi stavano un po‘ tralasciando…

Insomma abbiamo assistito davvero a qualcosa di incredibile; che fosse stata una sportiva italiana a esserne protagonista, lo rendeva impossibile, più o meno.
Abituati come siamo ad agire per emergenze, con eroismo, all’ultimo attimo e con il cuore in gola, di vincere con metodo e con merito assoluti non se ne parlava nemmeno … Una storica attitudine nazionale, quella di essere capaci di imprese disperate in frangenti disperatissimi, di reagire e di essere solidali dopo aver sbagliato tutto, dopo aver mostrato tutto il nostro egoismo, tutta l’approssimazione e la superficialità di cui siamo maestri e decani. Noi italiani, presenti a noi stessi, combattivi e coraggiosi nei momenti in cui nessuno ci punterebbe un soldo…
E invece Roberta Vinci, che costruisce pezzo per pezzo il suo giorno della vita, con anni di lavoro, con serietà, con umiltà… Fino all’immagine conclusiva di questo straordinario racconto, quando, persa la finale, abbraccia forte l’amica che l’ha appena sconfitta senza togliere nulla ai suoi sogni tra Davide e Ulisse. Loro in piena America, strette l’una all’altra, loro donne di classe, eleganti pure se accaldate, belle e bravissime, sicure del fatto che lo sport sia gesto ma anche armonia e grazia. Ed è stato questo elemento femminile che mi ha colpito più di ogni altro: una raffinatezza che appartiene forse a un animo poco marziale e assai venusiano, da cui capisci che si può fare sport per divertimento e per passione, magari in una comunità non sempre leale, per sorridere grata a un’amica che ti ha fatto tornare umana, dopo un’impresa da dea.

 

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