mercoledì, Agosto 21

Villa Triste e la memoria ritrovata Firenze: una nuova lapide sul luogo delle torture e dei crimini fascisti della ‘Banda Carità’ e un monito a non sottovalutare la deriva psicologica antisociale in atto

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A Firenze c’è un luogo-simbolo che i più ignorano, i giovani non lo conoscono, alcuni lo hanno rimosso, per altri è un segno di grande sofferenza:  è Villa Triste, sulla via Bolognese al numero civico 67, ma luoghi del genere così chiamati per le torture e i crimini che i nazifascisti vi commettevano, ve ne sono altri in Italia: a Trieste, Roma, Brescia, Biella, Milano, Genova.  Particolare rilevanza per l’efferatezza delle violenze compiute dai militi della RSI (Repubblica Sociale Italiana)  ebbero quelli di Roma, Milano e Firenze, Padova. Nel tempo, la memoria di ciò che accadde allora si è  affievolita, fino a scomparire dal ricordo e dalla vista, come è accaduto a Firenze per la lapide che subito dopo la Liberazione Piero Calamandrei aveva dettato. Coperta, nascosta da un oleandro che si trova nel giardinetto davanti al portone d’ingresso del palazzo, abitato da privati cittadini, impossibile da leggersi agli occhi dei passanti. “Addirittura, nel ’74, a qualcuno erano venuto in mente di toglierla quella lapide” – mi dice il figlio di un partigiano che ebbe la malasorte di frequentare come vittima quel luogo di tortura-  “per  cancellare la memoria, nascondere   ciò che di atroce in quel palazzo era accaduto nel periodo settembre 1943- agosto 1944”.

Allora la città di Firenze, medaglia d’oro alla Resistenza, in primis il Consiglio comunale, rintuzzarono quel tentativo: un episodio isolato di rimozione? Forse,  ma che si inseriva in un clima sinistro caratterizzato dallo stragismo nero iniziato con l’attentato di piazza Fontana a Milano (12 dicembre ’69, 13 vittime), seguito da  quello in piazza della Loggia a Brescia (28 maggio ’74, 9 vittime), dall’attentato al treno Italicus ( 4 agosto ’74, 12 vittime), fino alla strage alla stazione di Bologna ( 2 agosto ’80, 85 vittime), allora lo stragismo  nero non passò tra la gente. Ma non tutti i responsabili furono puniti. Ad esso seguì il terrorismo rosso culminato nel rapimento e nell’assassinio di Aldo Moro  e della sua scorta, esattamente 40 anni. E  anche su questa strage restano zone oscure da chiarire. Ma anche allora la risposta popolare  portò alla riscoperta dei valori della democrazia, e a quel sussulto democratico che si espresse nell’elezione alla Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini,  il quale pose subito l’accento sui  valori fondanti e antifascisti della Carta Costituzionale,  già richiamati da Piero Calamandrei nel suo celebre discorso di  26 gennaio del 1955 a Milano: “Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza…”

E’ proprio per non dimenticare quei valori fondativi, per non rimuovere un passato che deve essere fatto conoscere ai più, che per  iniziativa del Consiglio Comunale della città, delle associazioni partigiane e delle istituzioni Comune, Regione, Città Metropolitana è stata apposta nel muro di fronte a Villa Triste, di proprietà del Ministero di Grazia e Giustizia,  una nuova lapide, con le stesse parole dettate allora da Piero Calamandrei:  

“Non più Villa Triste” – vi è scritto – “se in queste mura spiriti innocenti e fraterni/  armati sol di coscienza / in faccia a spie torturatori e carnefici / vollero / per riscattare vergogna/per restituir dignità/per non rivelare il compagno/languire soffrire morire/non tradire”.

Cosa accadde in questo luogo-simbolo della ferocia repubblichina? In quel palazzo di via Bolognese, ebbero sede una sezione della polizia tedesca e un reparto della milizia repubblichina, la 92° legione della Milizia Volontaria per la sicurezza nazionale, conosciuta come ‘Banda Carità’. I tedeschi avevano concesso ai fascisti l’uso dei piani inferiori e degli scantinati del caseggiato, dove il famigerato Mario Carità aveva organizzato il Reparto Servizi Speciali, costituiti da criminali di tutti i tipi in cambio di una sorta di amnistia e personaggi dalla mente fortemente disturbata. Il loro ‘lavoro’ era organizzato in squadre:  ‘la squadra degli assassini’, la ‘squadra della labbrata’ e i ‘quattro santi’, forse i più feroci che agivano  negli scantinati: quale fosse la loro specialità fu presto sperimentato da centinaia di cittadini, sospettati di antifascismo in base a delazioni spontanee o estorte. Là  venivano condotti gli interrogatori fatti di stupri, bastonate, furiosi pestaggi anche sui genitali, estirpazione delle unghie, evirazioni e occhi cavati, sigarette spente sui capezzoli delle ragazze. Uomini e donne erano trattati con la stessa inaudita violenza.

Lo stesso Carità conduceva gli interrogatori e le torture. E per non far udire le grida di sofferenza dei torturati il monaco benedettino Idelfonso ( al secolo Epaminonda Trya) suonava al piano brani di Schubert e altri classici. Per comprendere la ferocia inumana del Carità  basti pensare– ricorda il Presidente del Consiglio Regionale Toscano Eugenio Giani – “che in occasione della fucilazione  davanti allo Stadio di Firenze di cinque ragazzi  contadini di Vicchio del Mugello, renitenti alla leva, visto che il plotone di esecuzione composto da giovani militi  non aveva colpito a morte le vittime, fu lui stesso a voler dare con spietata freddezza il colpo di grazia alla testa, uno ad uno dei cinque ragazzi condannati a morte. Era il 22 marzo”.  Torture tremende  le subì in quell’inferno di Villa Triste l’operaio comunista Bruno Fanciullacci, organizzatore dei Gap, pugnalato durante un primo interrogatorio,  raccolto dai Militi della Misericordia, la più antica al mondo istituzione di  soccorso, ripreso e di nuovo torturato: e lui, per non rivelare i piani e i nomi dei compagni partigiani, si gettò dal 4 piano della finestra  di Villa Triste. Era il 15 luglio del ’44, neanche un mese prima della Liberazione di Firenze. E’ una delle Medaglie d’Oro al Valor Militare. Prima del suo sacrificio, il 12 giugno,  dopo inaudite torture da parte della stessa Banda Carità, erano stati fucilati a Cercina gli organizzatori di Radio Cora (Commissione Radio), la rete informativa clandestina del Partito d’Azione che comunicava informazioni strategiche alle forze militari alleate: informazioni preziose circa  il posizionamento e i movimenti  delle truppe tedesche e i luoghi dove poter effettuare i lanci aerei di  armi e aiuti ai partigiani.

La professoressa Alessandra Povìa Valdimiro ha realizzato un  prezioso film documentario su ‘Radio Corta-gruppo Bocci’,  che raccoglie la testimonianza di  una donna giovane e coraggiosa come Gilda La Rocca, segretaria dell’avvocato Enrico Bocci, ideatore e organizzatore insieme al capitano e docente  dell’Aeronautica Italo Piccagli di “questa radiotrasmittente che” – ci dice – “veniva smontata continuamente, e trasportata da La Rocca nascosta  in una borsa della spesa nei luoghi e nelle abitazioni dove potevano avvenire i collegamenti. Ben 16 furono gli spostamenti. L’ultimo in piazza d’Azeglio fu fatale. Forse per una soffiata, fascisti e tedeschi fecero irruzione nell’appartamento, il primo a cadere fu il giovane radiotelegrafista, studente d’ingegneria Luigi Morandi, poi gli altri furono condotti a Villa Triste.  Nessuno di loro parlò nonostante le inaudite torture cui erano stati sottoposti”.  

La prima a cadere fu Anna Maria Enriques Agnoletti, appartenente al movimento cristiano sociale,  giovane donna mite religiosa e coraggiosa, l’ultimo il Piccagli. Di Bocci non è mai stato trovato il corpo. A loro tre è stata conferita la Medagli d’Oro al Valor Militare. Gilda La Rocca e Maria Luigia Guaita riuscirono a scappare dal treno diretto in Germania. A loro si deve la conoscenza di ciò che è stata Radio Cora.  “Con la loro intelligenza  e senza armi” – sottolinea l’autrice del bel film documentario avevano tenuto in scacco il nemico fornendo quelle informazioni che consentirono l’annientamento di parte della divisione Goering”.  Le durezze di Villa Triste le provò anche un grande campione del ciclismo e di umanità come Gino Bartali, riconosciuto Giusto tra le Nazioni da parte del Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, lo Yad Vashem,  e a cui si deve il salvataggio di oltre 800 ebrei  (e non solo, anche di 49 soldati inglesi); il grande – già allora – campione,  subì gli interrogatori del maggiore Carità, che lo accusava di aver fornito armi al Vaticano.  Gino sostenne che si trattava di viveri. Fu rilasciato con la minaccia che lo avrebbero ripreso. “E’ stato quello uno dei momenti più terribili della mia vita”, raccontò  il campione, alle cui imprese sportive ed umanitarie ‘La Compagnia delle Seggiole’ di Fabio Baronti, ha dedicato  uno spettacolo teatrale, rappresentato in prima assoluta proprio in questi giorni in piazza Bartali, a Firenze, nell’ambito delle manifestazioni dell’Estate fiorentina. “Dobbiamo conoscere chi ha operato per il Bene, sacrificando la propria vita, e chi  per il Male, dobbiamo saper distinguere tra vittime e carnefici”: è il monito che il Presidente delle Associazioni Partigiane  Renato Romei  ha indirizzato alla popolazione presente dall’arengario di piazza della Signoria a chiusura della celebrazione dell’Anniversario della Liberazione di Firenze, avvenuta per mano propria, l’11 agosto del ’44.  

Conoscere  le tragedie del passato, le violenze e i crimini  contro l’umanità di cui si sono macchiati i nazifascisti, è importante, necessario, doveroso: per questo il Sindaco Dario Nardella, si dichiara orgoglioso di aver indetto il Giorno della Memoria ( dedicato quest’anno a Nelson Mandela, cui fu conferita nell’86 la cittadinanza  onoraria di Firenze), iniziativa che vede ogni anno centinaia di studenti recarsi, accompagnati dai loro insegnanti, in pellegrinaggio nei campi di sterminio nazisti; e orgoglioso di aver contribuito, nel solco del pensiero  e dell’azione di Giorgio La Pira  ( che sarà prossimamente Beato) alla istituzione di un ‘Forum interreligioso’ cui partecipano la Chiesa fiorentina, la Comunità ebraica e quella islamica. Ma ciò ancora non basta:  ecco allora che è stata lanciata da Firenze una ‘Campagna di educazione civile’ da introdursi nella scuola, per far conoscere  i valori indicati dalla nostra Costituzione, molte le adesioni raccolte, l’obiettivo è 50mila firme da presentare al Parlamento perché si trasformi in legge. Gli incontri che spesso avvengono con i Partigiani sono incoraggianti. Conoscere il passato  aiuta a saper leggere meglio anche il presente, a capire a quali atrocità possano condurre l’odio verso gli altri, l’intolleranza, la sistematica apologia del fascismo ( che è un reato perseguibile e spesso impunito), che si sposa col razzismo: fenomeni oggi presenti nel nostro vivere quotidiano che non devono essere sottovalutati né tantomeno minimizzati, guai a restare indifferenti   o ridurre a bravate o atti di goliardia episodi di violenza di stampo fascista e razzista.

“Anche se il fascismo come fatto storico non si ripeterà mai più” – è il pensiero del Sindaco Dario Nardella –  “è vero altresì che le cause che portarono al fascismo, come la violenza, l’intolleranza, e l’azzeramento delle libertà, possono ripetersi in ogni momento. Perciò cerimonie come quella dell’11 agosto aiutano a capire che la libertà non si conquista una volta per sempre ma la si protegge giorno per giorno”.

La sollecitazione ad una più attenta lettura del presente momento, la possiamo trovare secondo Nardella – anche nell’analisi che nel ’21 Antonio Gramsci, faceva ( su Ordine Nuovo) dell’allora appena insorto fenomeno fascista:  «Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano».

E’ una certa  deriva psicologica antisociale che le forze democratiche sono chiamate a fronteggiare anche oggi.  Unite, perché – ce lo dice l’ex Presidente della Repubblica del Sud Africa Kgalema Motlanthe, citando un detto popolare  –  “un gruppo di alberi può fermare il vento, ma uno da solo  che svetti sopra tutti si spezza”.

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