domenica, Dicembre 15

Vie della Seta: l’Italia dice sì alla Cina, disturba gli USA e spacca l’UE "L’adesione è il supporto politico ad un piano che sta mettendo insieme un nuovo sistema delle relazioni internazionali"

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L’edizione europea del Financial Times di ieri titolava: «Il rimprovero Usa scatena le divisioni a Roma sulle aperture agli investimenti cinesi», riportando la presenza di «divisioni all’interno della coalizione la scorsa notte dopo un duro rimprovero della Casa Bianca che chiedeva un ripensamento a Roma». Era stato, qualche ora prima,  il sottosegretario allo sviluppo economico Michele Geraci ad annunciare allo stesso quotidiano che l’Italia, primo Paese del G7, avrebbe firmato, a fine marzo, in occasione della visita del presidente Xi Jinping (per una visita di tre giorni durante la quale incontrerà anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella e farà una visita ‘privata’ a Palermo), il memorandum of understanding con la Cina per la ‘Belt and Road Initiative‘, le Nuove Vie della Seta, l’imponente progetto infrastrutturale per collegare Asia, Europa e Africa lanciato dal Presidente cinese a fine 2013: «Il negoziato non è ancora completato ma è possibile sia concluso in tempo per la visita», aveva dichiarato il sottosegretario confermando poi che la trattativa «è in fase negoziale» e non «so se» andrà a buon fine oppure no. Inoltre, aveva sottolineato il responsabile italiano al FT, «ci siamo confrontati da tempo con i partner e gli alleati che ci hanno espresso preoccupazione sul fatto che un’eventuale adesione italiana possa incrinare la posizione unitaria UE», ma «li abbiamo rassicurati: l’eventuale firma non sposta l’asse geopolitico e teniamo in considerazione i loro input, sperando di poter arrivare ad una sintesi nel rispetto degli interessi comuni» ossia «favorire le nostre imprese nell’export commerciale».  «E’ una semplice cornice» – aveva tenuto a sottolineare Geraci – «non prevede alcun obbligo, né fondi», ma solo «un’opzione che le aziende italiane possono o meno esercitare»: in altre parole, «noi siamo in linea con le politiche atlantiche. Il nostro obiettivo è solo aiutare le aziende nel processo di internazionalizzazione del loro business verso l’Asia e la Cina. Non vedo alcuna criticità in questo».

Quasi immediata era giunta la reazione da parte degli Stati Uniti che ormai vedono in Pechino, insieme a Mosca, la minaccia principale: «Vediamo la Belt and Road come un ‘made by China’, per l’iniziativa della Cina», aveva risposto Garrett Marquis, portavoce del National Security Council, mettendo in chiaro: «Siamo scettici sul fatto che il sostegno del governo italiano porterà benefici sostanziali agli italiani e potrebbe finire per danneggiare la reputazione globale dell’Italia sul lungo periodo». Lo stesso portavoce Marquis ha oggi esortato «tutti gli alleati e i partner inclusa l’ Italia a fare pressione sulla Cina perché porti i suoi sforzi di investimenti globali in linea con gli standard internazionali riconosciuti, e con le migliori pratiche». Stizzita era sembrata anche la reazione della Commissione europea che attraverso un portavoce aveva sostenuto: «Né la Ue né nessuno Stato membro può ottenere efficacemente i suoi obiettivi con la Cina senza piena unità». Tutti gli Stati – aveva precisato – «hanno la responsabilità di assicurare coerenza con leggi e politiche Ue e di rispettare l’unità dell’Ue nell’attuare tali politiche». Secca, invece, era stata la replica del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lu Kang: «Penso che i giudizi siano davvero assurdi. Come grande Paese e grande economia, l’Italia sa dove si trova il suo interesse e può fare politiche indipendenti».

A livello interno, Guglielmo Picchi, deputato della Lega ha chiesto ulteriore riflessione all’interno del Governo, scrivendo su Twitter chiaramente che «al momento non credo che dovremmo procedere con la firma». Di tutt’altro avviso era stato il Vicepremier oltre che Ministro dello Sviluppo economico e leader del Movimento Cinquennio Stelle, Luigi Di Maio, che durante l’ultima visita al China International Export di Shanghai, disse: «L’idea è di firmare in Sicilia». In quell’occasione, molto probabilmente, pur con le migliori intenzioni, non aveva potuto sottoscrivere il memorandum perché privo di accordo con l’alleato di governo.

Ma se il Ministero dello Sviluppo economico, ora a guida pentastellata, è all’opera per definire i progetti, la Farnesina è sembrata più sensibile alle preoccupazioni di Washington, quindi più prudente. Così come la Lega, desiderosa di fare gli interessi degli italiani, ma anche di accreditarsi positivamente agli occhi dell’amministrazione americana. Certo l’Italia, oggi economicamente indebolita, non è il primo Paese europeo a firmare un accordo con Pechino (si veda il caso di Grecia, Portogallo, Polonia, Ungheria), ma è certamente il più grande, senza dimenticare che è un membro fondatore dell’UE e tra i primi dell’Alleanza Atlantica: negli ultimi due anni, il legame si è andato rafforzando con visite più frequenti e task force che hanno sottoscritto nuovi accordi economici;  sono progressivamente aumentati le esportazioni ed importazioni reciproche (la Cina rappresenta circa il 2,7% delle esportazioni italiane, per un valore di 11,1 miliardi di euro mentre le importazioni dalla Cina valgono 27,3 miliardi di euro, pari all’1,3% del mercato di esportazione cinese), facendo dell’Italia il terzo partner commerciale europeo di Pechino dopo Francia e Germania; sono poi cresciuti, sebbene rimanga una certa sproporzione, gli investimenti nei rispettivi Paesi (ad esempio, in Italia, Shanghai Electric detiene il 40% di Ansaldo Energia, State Grid Corporation possiede il 35% di Cdp, il porto di Qindao e Cosco detengono il 49,9% del porto di Vado Ligure). Tuttavia, l’importanza del Belpaese è anche dovuta al fatto che si trova al centro del Mediterraneo, candidandosi ad essere una porta di ingresso in Europa per le merci provenienti da Oriente, dall’Oceano Indiano, attraverso il canale di Suez e di uscita per le merci che seguiranno il percorso contrario. C’è poi la valenza simbolica, da non sottovalutare: l’Italia è pur sempre la patria di Marco Polo, aspetto ricordato anche dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi: «Storicamente, l’Italia è stata una fermata della Via della seta».

Firmare vorrebbe dire, però, per il Movimento Cinque Stelle, e quindi per l’intero governo, aggiungere un’altra criticità nei rapporti con gli Stati Uniti, dopo le vicende del TAP e del MUOS, entrambi poi sbloccate con un cedimento da parte dei cinque stelle. Alcuni pensano addirittura che si possa arrivare ad un’adesione ‘mini’, più leggera, ma una decisione finale tra i due alleati di governo sarà necessaria e, probabilmente, sarà ottenuta, come avvenuto su altri dossier, dalla mediazione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Nel decidere, si dovrà tener conto anche della cosiddetta ‘trappola dell debito’ verificatasi in quei Paesi che prima hanno aderito e poi hanno deciso di chiamarsene fuori o comunque di ridiscuterla: la costruzione di infrastrutture da parte di aziende cinesi coperta da garanzie degli Stati che ha fortemente indebitato il Pakistan ed ha quasi affossato le Maldive. Malesia, Mynmar, Bangladesh e Sierra Leone hanno ben presto iniziato a ritirarsi. Il nuovo cardine della politica estera cinese noto, dopo l’accorpamento della Silk Road Economic Belt con la 21st Century Maritime Silk Road, come OBOR (One Belt One Road) e, successivamente, come BRI, incluso nello statuto del Partito Comunista Cinese e nella Costituzione, non lascia indifferente l’Europa, che, come dimostra il rapporto sottoscritto da 27 su 28 ambasciatori dei Paesi UE in Cina, si è sempre dimostrata, per diversi motivi tra cui la definizione del progetto di investimento, la realizzazione dell’infrastruttura e la sua gestione, poco entusiasta di questo progetto al punto da presentare una sua proposta di collegamento tra Europa e Asia. Ci sono poi da considerare le differenze riguardanti i modelli economici di Pechino e Bruxelles, considerate dall’Unione Europea estremamente rilevanti soprattutto per quel che riguarda la concorrenza e la presenza dello Stato nelle aziende del Dragone. La recente mancanza di sintonia tra Roma e Bruxelles può essere sfruttata da parte cinese per ottenere l’appoggio di un membro fondatore e non è un caso che proprio quando Xi Jinping sbarcherà in Italia è fissato il Consiglio Europeo, in parte dedicato alla preparazione del vertice UE-Cina che si terrà il 9 aprile. In altre parole, l’Italia contribuirebbe a sfaldare il fronte europeo da sempre scettico al piano infrastrutturale proposto dalla Cina.

Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, la BRI è da sempre considerata una minaccia dagli Stati Uniti che vi vedono un tentativo di bloccare la propria influenza globale e di minare le loro alleanze, la NATO in primis, che, come ben si sa, da ormai un anno hanno intrapreso una guerra commerciale con la Cina, che forse si concluderà a breve. Da diversi mesi, gli USA tengono poi in scacco, con l’accusa di spionaggio per conto di Pechino, l’azienda di telecomunicazioni Huawei, che ieri, mentre inaugurava un nuovo centro per la cybersicurezza a Bruxelles, ha deciso di fare causa a Washington, per aver approvato la norma 889 del National Defense Authorization Act (NDAA) del 2019 che vieta alle agenzie federali di acquistare tecnologia prodotta, appunto, dal colosso cinese. A dicembre, poi, era stata arrestata dalla polizia canadese, su mandato americano, Meng Wanzhou, direttore finanziario ed erede del fondatore, e gli Stati Uniti hanno continuato a fare pressioni sugli alleati affinché bloccassero l’attività di Huawei, in particolare nello sviluppo del 5G.

Sebbene Washington non abbia mai fornito le prove delle sue accuse e un alleato come la Gran Bretagna abbia definito ‘gestibili’ le eventuali minacce informatiche dell’impresa cinese, la linea dell’Italia non è apparsa chiara, nonostante le pressioni: se da un lato il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,  Giancarlo Giorgetti si è detto pronto ad usare la golden share contro la presenza di Huawei nel 5G italiano, dal Ministero dello Sviluppo economico è arrivata la smentita di una possibile messa al bando del gigante tecnologico cinese: Via Veneto, d’altra parte, sotto la guida di Luigi Di Maio, ben conosce e non intende rinunciare all’impegno dell’azienda che a Catania gestisce un centro per l’Internet delle cose e a Pula ha fondato un centro per lo sviluppo delle ‘città intelligenti’. Un centro di ricerca è poi presente a Segrate e presto verrà costruito a Milano. Open Fiber, nello sviluppo della fibra ottica, utilizza i cavi prodotti da Huawei, coinvolta, al momento, anche in diversi progetti a Bari e Milano per l’utilizzo dei droni. Tali aspetti alimentano la riluttanza del governo giallo verde e hanno spinto Roma a chiedere all’alleato d’oltreoceano le prove concrete delle accuse mosse all’azienda cinese.

Sono dunque molteplici le questioni sul tavolo e gli elementi da tenere in considerazione. «L’Italia è un Paese indipendente e confidiamo possiate attenervi alla decisione presa da voi in modo indipendente» ha auspicato il capo della diplomazia cinese Wang Yi. Tuttavia, quale significato attribuire alla decisione dell’Italia riguardo al memorandum sulle Vie della Seta? E perché è opportuno prestarvi attenzione? Ne parliamo con Filippo Fasulo, coordinatore scientifico del Centro Studi per l’ Impresa  della Fondazione Italia-Cina (CeSIF)oltre che ricercatore dell’ Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI),

 

Come è cambiato, se è cambiato, il rapporto tra Roma e Pechino dopo con l’avvento del governo giallo-verde? 
In realtà identificare un cambio specifico tra Roma e Pechino con l’avvento del governo giallo verde non è così semplice. La cosa che si è lamentata per anni che mancava Nelle relazioni tra Italia e Cina era una frequentazione che fosse di tipo continuativo e periodico. Quello che si contestava invece che nel passato le visite reciproche fossero molto ridotte, in particolare le visite gli italiani in Cina fossero brevissime, a volte nemmeno di un giorno intero, E quindi quello che era importante era aumentare il numero della frequenza. Questa è una di dinamica Che non è legata solo ed esclusivamente al governo giallo verde, ma il governo giallo verde da questo punto di vista si è mosso in continuità con quanto fatto dal governo Gentiloni. Ricordiamo che nel 2017 ci fu la visita del presidente Mattarella, una visita di Stato molto importante perché era la prima visita di un capo di Stato italiano dopo quella di Napolitano del 2010. E appena due mesi dopo c’era stata la visita del premier Gentiloni che aveva partecipato al Belt Road forum for International Cooperation. Qualche mese prima c’era stata la visita dell’allora premier Renzi e quindi c’era stata una certa continuità. In questo quadro era stata lodata è ben visto da tutti il fatto che il sottosegretario Scalfarotto Nell’arco di un anno, un anno e mezzo di durata del suo mandato sia regolarmente andate in Cina una volta ogni sei settimane. Per questa ragione poi quando è stato nominato sottosegretario Michele Geraci c’era stata una lettura positiva da molti degli osservatori, immaginando che questa indicazione volesse dire l’attenzione nei confronti della Cina e che la continuità fosse mantenuta. Questo governo così ha fatto, visto che sottosegretario Geraci ha fatto molte visite in Cina, c’è stata poi la visita del ministro Tria a fine agosto. Altri ministri hanno visitato la Cina il ministro di Maio è andato in Cina lo scorso novembre per l’esposizione di Shanghai ed era andato già due mesi prima. Da questo punto di vista, il dato di continuità c’è da 4 o 5 anni: Un’attenzione e la volontà Assolutamente corretta da parte del governo italiano di creare un rapporto con la Cina su base continuativa Con contatti frequenti. L’esempio classico è quello della Merkel che nel corso del suo mandato È andata in Cina ogni anno, forse più di una volta all’anno. Questo è un punto fondamentale.
Negli ultimi mesi, il Vicepremier pentastellato Di Maio, così come altri esponenti del governo, hanno fatto diversi viaggi in Cina. All’interno dell’esecutivo, il M5S sembra più attivo nelle relazioni con Pechino mentre la Lega pare più defilata. E’ così?
Anche questa è una valutazione non facile da fare per molteplici ragioni. Innanzitutto sia il Ministro Tria Che dovrebbe essere in quota lega sia il sottosegretario Geraci non sono parte organica dei cinque stelle. Allo stesso modo a Geraci un profilo particolare: sappiamo bene che pur essendo stato indicato come uomo della Lega, aveva un’ottima consuetudine con il Movimento Cinque Stelle, In particolare si ricordano alcune sue pubblicazioni sul blog di Beppe grillo. Risulta però una certa vicinanza tra i Cinque Stelle e la Cina. È però un’impressione che io ricavo da quello che si legge.
Investimenti cinesi in Italia e investimenti italiani in Cina: possiamo dare qualche numero?
Tenga conto che noi abbiamo oltre 2000 aziende italiane in Cina e sono circa 641 aziende italiane partecipate da investitori cinesi. Ma gli investitori cinesi di Hong Kong sono 300. Il giro d’affari delle aziende cinesi in Italia assicurato dalla partecipazione cinese o di un Hong Kong e di circa 18 miliardi mentre invece il giro d’affari de delle aziende italiane presenti in Cina dovrebbe essere di circa 24 miliardi di euro. C’è una certa equivalenza pur avendo una sproporzione.
In merito alla vicenda Huawei, il governo italiano, sotto pressione statunitense, ha una posizione netta o i due alleati hanno posizioni diverse?
Le due posizioni non sono chiare. Sono cose che stiamo vivendo in diretta ed emergono solo da retroscena. Quello che è chiaro che c’è una forte pressione da parte degli stati uniti per limitare la presenza di Huawei e di altre aziende di telecomunicazioni cinesi in Italia e in altri Paesi occidentali. Effettivamente sembrerebbe che da parte del Movimento cinque stelle ci sia una maggiore apertura nei confronti delle aziende cinesi. Da parte della lega pare ci sia un’attenzione maggiore agli allarmi di sicurezza da parte americana.
Perché il M5S pare più aperto rispetto alla Lega?
Ci sono molti aspetti: se lei considera che la componente del movimento cinque stelle anche al ministero degli affari esteri rappresenti come il multilateralismo sia un carattere fondante della politica estera che si vuole portare avanti, allora in questo senso il multilateralismo fa di contorno ad uno sganciamento rispetto ad un atlantismo pieno e quindi la volontà di proseguire e perseguire eventuali altre piste di relazioni internazionali e quindi per perseguire una relazione che sia favorevole Nei confronti della Cina immaginano che favorire gli investimenti cinesi nel paese In un settore nel quale la Cina all’avanguardia sia utile.
A questo poi si deve aggiungere che Di Maio è il Ministro dello Sviluppo economico e in quanto tale è costretto a fare altre considerazioni, anche, forse, considerando lo stato delle finanze italiane.
Certamente. Questo è un aspetto fondamentale. Diciamo che l’investimento del 5G di Huawei non arriva oggi, ma ha una lunga tradizione quando questo aspetto nella vista in maniera così negativa. In questo senso bisogna avere anche un atteggiamento aperto e quindi dare eventualmente il beneficio del dubbio a chi sostiene che una critica così aperta alla presenza di un’azienda cinese sia legato alla volontà di promuovere aziende proprie, guadagnando un vantaggio industriale. Siamo però nel campo delle ipotesi.
Come potrebbe concludersi questa vicenda?
Un braccio di ferro così esplicito come sta avvenendo in questo momento è probabilmente una sconfitta per il paese: se facciamo un braccio di ferro, l’esito sarà inevitabilmente che uno tra Stati Uniti e Cina verrà scontentato. Quindi un risultato del genere è sicuramente un fattore negativo. La questione probabilmente forse andava gestita in modo tale da non arrivare ad un aut-aut come siamo in questo momento. C’è ancora del tempo prima della visita di sì Jean ping bisognerà riuscire a comporre una situazione per la quale Eventualmente firmi un Mou con la Cina ottenendo di vantaggi diretti sul piano politico sul piano economico in modo che possa rappresentare anche agli alleati il senso della sua scelta oppure si possa arrivare a non firmare un Mou con la Cina mostrando però alla Cina stessa che questa scelta non dipende da una esecuzione di direttive esterne.
Per quanto riguarda le Nuove Vie della Seta, qual’è la posizione di Lega e M5s?
La situazione analoga. Sulla firma di un Mou sull’adesione italiana alle Nuove Vie della seta c’è una continuità rispetto alle politiche del governo precedente. Quello che probabilmente è avvenuto o non è avvenuto nella considerazione generale della via della seta è una considerazione generale di cosa sia il fenomeno. E quindi o interpretarla semplicemente come un investimento infrastrutturale oppure l’ aderire ad un nuovo modello di una nuova proposta di conduzione delle relazioni internazionali. In un contesto in cui la Cina gli Stati uniti si trovano in quella che viene chiamata competizione strategica, potrebbe essere presentata come una scelta di campo. Scelta di campo che avrebbe contattato da uno dei due attori.
Il memorandum in questione però non sarebbe vincolante, qualora fosse firmato?
Non sarebbe vincolante. Il memorandum in questione sarebbe un atto politico che dice “noi sosteniamo questa parte”. E non lo faremmo solo dal nostro punto di vista, Bensì in rappresentanza di quello che noi rappresentiamo ovvero i paesi del G7. Il valore della firma dell’Italia al memorandum cinese non è tanto per quello che l’Italia può fare, ma sarebbe il riconoscimento da parte di una delle prime sette economie del mondo che quello che fa la Cina ha un valore di tipo globale e quindi non deve essere letta come un’azione assolo beneficio cinese ma come un’azione avente un beneficio generale.
L’Europa è sempre rimasta piuttosto fredda e guardinga rispetto a questo progetto, ponendo l’accento sui problemi e che rimangono con la Cina: la mancanza di reciprocità nella partecipazione agli appalti pubblici, la presenza dello Stato nelle imprese e poi la questione del know how.
Fa tutto parte di questa dinamica.
La Cina, quindi, facendo firmare all’ Italia un memorandum sfrutterebbe le divergenze tra Roma e Bruxelles per fare accettare che un membro fondatore dell’UE prima dice sì alle Nuove Vie della seta?
Si esattamente. La firma potrebbe portare a maggiori investimenti e quindi a rompere il fronte di critica occidentale Rispetto alle politiche di investimento cinesi accusati di essere predatorie ed interessate solamente al know how tecnologico. L’Italia non è il primo Paese che film è il memorandum ma è certamente il più importante.
Perché strategica l’Italia nel progetto delle Nuove Vie della seta? 
Innanzitutto per il suo valore simbolico: da un lato l’Italia in quanto rappresentante importante della tradizione storica delle Nuove Vie della Seta; dall’altro, l’Italia è membro del G7.
E poi gode di una posizione centrale nel Mediterraneo. 
Certamente però, secondo me, è più importante il valore simbolico perché perché già hanno il porto del Pireo e potrebbero trovare altri porti nel Mediterraneo. Quindi la parte logistica potrebbero risolvere in altra maniera. Quello che non potrebbero risolvere e a cui al momento non hanno accesso è un paese del G7, rappresentante della tradizione storica della via della seta soprattutto dal lato occidentale di cui Marco Polo è un emblema.
Al momento, la Cina ha già iniziato a muoversi in Italia, ad esempio riguardo ai porti, in vista di questo progetto?
Al momento è in trattativa per acquisire dei porti europei. Ma siamo ancora agli inizi. In Italia, ci sono degli investimenti: c’è ad esempio il porto di Vado Ligure e C’è un investimento a Ravenna.
E come obiettivi di interesse cinese si parla anche dei porti di Trieste, Venezia e Genova. 
Senza dubbio.  Sono anche quelli che l’Italia stessa candiderebbe come punti terminali della Nuova Via della Seta.
Dal punto di vista ferroviario e terrestre, la Cina ha già iniziato a fare qualcosa?
Ci sono stati dei tentativi che per ora però sono andati a vuoto perché i treni partono carichi verso la Cina è una volta tornati non ripartono.
Pensa che effettivamente ci possano essere pericoli per la sicurezza nazionale?
Sul medio o lungo periodo può anche essere ma sull’immediato no. Sull’immediato il punto è politico. E quindi l’adesione è il supporto politico ad un piano che sta mettendo insieme un nuovo sistema delle relazioni internazionali.
Che é poi la maggiore preoccupazione degli Stati Uniti. Detto questo, secondo lei, ritiene la firma di questo memorandum un’opportunità che Che l’Italia non dovrebbe perdere?
Potrebbe essere un’opportunità da non perdere se fatta nella maniera giusta. Penso vada strutturata e pensata in maniera corretta, riuscendo ad ottenere un ritorno di una piena valorizzazione. Il valore del supporto politico ad un progetto del genere non deve essere sottostimato.
In quest’ottica l’Italia potrebbe diventare una sorta di mediatore di ponte tra, da una parte, la Cina e, dall’altra, gli Stati Uniti, l’ Europa e l’Africa?
Questo può essere. C’è solo un problema di fondo: il ruolo di ponte non si può assumere solo se c’è legittimazione da parte di tutti gli altri attori che devono essere coinvolte. In altre parole, devono essere la Cina, gli Stati uniti e l’unione europea a doverci di tenere in grado di assumere questa funzione. Senza questo Riconoscimento, Non possiamo anche dichiararlo, ma non funziona. 
In questo momento è in corso la battaglia sulla TAV. Il movimento cinque stelle, Fin dalla campagna elettorale, si è presentato come è contrario all’opera. Ma potrebbe essere favorevole a sottoscrivere un memorandum per la rete per entrare a far parte del nobile della seta. Come mai, secondo lei, Ci sono due pesi due misure?
La Nuova Via della Seta ha un orizzonte molto più ampio che soltanto la declinazione infrastrutturale Immediata. La parte infrastrutturale è il modo in cui si mettono in rete i principi che si dichiarano di cooperazione tra i due Paesi. Quindi non sono questioni direttamente collegate: L’obiezione che potrebbero fare cinque stelle è che loro sono favorevoli a fare delle infrastrutture Che dal loro punto di vista hanno un effettivo ritorno economico, contestando la TAV. So che è un tema che è stato sollevato da molti ma non vedo una diretta correlazione tra l’essere contrari alla TAV e favorevoli alla Belt and Road così come il contrario.
Quale compromesso riuscirà, dunque, a trovare il premier Conte tra Lega e Cinque Stelle sulla Via della Seta?
Qui non è tanto un compromesso tra Lega e Movimento Cinque Stelle e quindi una questione interna, nazionale. Ma è una questione di portata globale che dovremmo risolvere trovando un compromesso fra le nostre posizioni tradizionali e la volontà e l’esigenza di avere un rapporto più stretto con Pechino. Quindi se noi e se qualcuno vorrà fare un ragionamento per risolvere la questione della firma dell’Mou semplicemente come una discussione interna fra i partiti di maggioranza, il risultato per l’Italia non potrà che essere negativo. Quello che invece va fatto è pensare in maniera strutturata come sistema paese e ragionare come l’Italia si colloca nello scenario internazionale oggi e con un orizzonte pluridecennale.

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