martedì, Novembre 12

Via D’Amelio: la strage dei mille misteri La Procura di Messina iscrive nel registro degli indagati, con l'accusa di calunnia aggravata, alcuni magistrati titolari della prima inchiesta

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Nessuna conclusione che sarebbe affrettata e superficiale; tantomeno giudizi, in un senso o in un altro. Però sconcerto e inquietudine crescono, e si aggiungono ad altri inquietanti, sconcertanti interrogativi. Più che mai ci manca la capacita’ di visione e di intuito razionale e lucido che aveva Leonardo Sciascia

La Procura di Messina iscrive nel registro degli indagati, con l’accusa di calunnia aggravata, alcuni magistrati titolari della prima inchiesta sulla strage di via D’Amelio. Si tratta di un altro filone nell’inchiesta sul depistaggio sulla strage. Sono alcuni pubblici ministeri che hanno indagato sulla strage in cui sono morti Paolo Borsellino ed i cinque agenti della scorta. Una strage, ‘agenda rossa’ scomparsa a parte, zeppa di misteri, zone d’ombra che non si riesce a illuminare.

Lo scorso novembre la Procura di Caltanissetta, che indaga sul depistaggio delle indagini sull’attentato, trasmette una tranche dell’inchiesta ai colleghi messinesi: devono accertare se nella vicenda ci sono responsabilità di magistrati. Dopo indagini durate 7 mesi, la Procura di Messina apre un fascicolo di atti relativi, una sorta di attività pre-investigativa; ora la notizia della possibile calunnia aggravata. In particolare ci si riferisce alla sentenza del processo Borsellino quarter: nelle motivazioni del verdetto i giudici della corte d’assise parlano di depistaggio delle indagini sull’attentato al magistrato. La procura di Caltanissetta ha indagato prima, incriminato poi, tre poliziotti del pool ha indagato sulla strage. Nella sentenza si denunciano anche gravi omissioni nel coordinamento dell’indagine, che – giova ricordarlo – ha comportato la condanna all’ergastolo di otto innocenti.

Negli atti dell’inchiesta della Procura di Messina sono comparse 19 microcassette su alcuni pm che hanno indagato sulla strage di via D’Amelio: supporti magnetici con registrazioni effettuate con vecchie strumentazioni di cui ora i magistrati vogliono conoscere il contenuto. Il prossimo 19 giugno si farà un ‘accertamento tecnico non ripetibile’ al Racis di Roma. In sostanza si vuole verificare se su alcune cassette con delle intercettazioni di Vincenzo Scarantino, ritrovate di recente dalla procura di Caltanissetta, ci siano impronte o altre tracce utili. Una pista per provare a ricostruire la complessa macchina del depistaggio attorno al balordo del quartiere palermitano della Guadagna trasformato in una sorta di Tommaso Buscetta.

Se ne è scritto settimane fa, la questione merita di essere ripresa. Secondo l’associazione ‘Ristretti Orizzonti’, che da anni monitora quello che avviene nelle carceri italiane, dal 1997 ad oggi sono 144 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita (12 suicidi l’anno di media). Tre si sono suicidati dall’inizio del 2019. Il loro numero è minore rispetto a quello dei suicidi dei detenuti: 1.063 solo dal 2000 ad oggi; ma e’ ugualmente fenomeno inquietante, e tuttavia sottaciuto.

I poliziotti penitenziari sono 46.411; secondo gli ultimi dati disponibili (risalgono al 2015), in Italia si suicidano in un anno 6,5 persone ogni 100.000; se ne ricava che fra i poliziotti penitenziari il tasso dei suicidi è quattro volte superiore rispetto alla media della popolazione generale.

Secondo il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e i sindacati di Polizia Penitenziaria, le cause quasi sempre sono da imputare «nell’evidente stress connesso al difficile e peculiare lavoro, al sovraffollamento delle carceri, alla cronica carenza di organico del Corpo».

‘Ristretti Orizzonti’ non nega che questi fattori abbiano una loro incidenza, ma osserva che «il rapporto detenuti/poliziotti in Italia (circa 1,4 attualmente) ci colloca ai livelli più bassi in Europa, dove si oscilla fra l’1,3 della Svezia e il 3,9 dell’Inghilterra/Galles, per salire all’11,2 della Russia. Anche la concordanza fra sovraffollamento delle carceri e suicidi dei poliziotti sembra molto incerta». Altri sono gli elementi individuati alla base di questo disagio che sfocia in esiti drammatici: «Sembrano influenti, intanto, la peculiarità del lavoro dei poliziotti penitenziari, il grado e l’età dei suicidi».

Le carceri, si osserva, «sono diventate sempre più luoghi dove la società ‘civile’ scarica e ‘nasconde’ una porzione assolutamente consistente di soggetti molto fragili, anche se pericolosi: malati di mente, tossicodipendenti, stranieri (di cui talora non si comprende la lingua: figuriamoci la psiche, i moventi e le intenzioni), ‘stranieri in patria’ delle nostre banlieues, stalkers, radicalizzati e, insieme, bassa manovalanza e vertici della criminalità organizzata, in un coacervo inestricabile che complica la vigilanza e vanifica spesso ogni sforzo trattamentale».

Ecco che i poliziotti restano soli e disorientati di fronte al compito a cui sono chiamati: prendersi cura e insieme controllare: «Prendersi cura di detenuti sempre più infermi, specie mentalmente. Controllare tali soggetti con vecchi strumenti sempre più spuntati. La frustrazione, di fronte a questo enigma quasi irresolubile, è pressoché inevitabile».

Si prende poi in esame il grado e l’età all’interno del Corpo: «Gli ultimi tre suicidi: a gennaio, 41 anni, assistente capo a Milano; a febbraio, 48 anni, assistente capo ad Imperia; fine di febbraio, 49 anni, probabile assistente capo, a Cuneo. Una età critica quella fra i 40 e i 50 anni, quando il verosimile accumulo di problemi personali si somma alla difficoltà di una soddisfacente realizzazione lavorativa, in un ambiente nel quale l’ostilità dei rapporti non riguarda soltanto l’al di là delle sbarre».

Nel pianeta carcere che ‘ospita’ una crescente umanità gravi disturbi mentali, è indispensabile una adeguata preparazione trattamentale/ terapeutica anche dei poliziotti penitenziari.

Un tempo, concludono gli autori del rapporto, «il motto degli Agenti di Custodia era: “Vigilando redimere”. Ora quello della Polizia Penitenziaria è ancora più bello e ambizioso: “Despondere spem munus nostrum”: sostenere la speranza è il nostro compito (e anche la nostra “ricompensa”). È il  motto che dovrebbe ispirare l’arduo compito della società civile nei confronti di tutti (tutti!) gli abitanti delle carceri».

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