giovedì, Febbraio 20

Vertice Unione Africana: le crisi la fanno da padrone Libia e Sahel al centro dell’incontro, ma l’elenco delle situazioni problematiche che richiederebbero l’attenzione della UA sarebbe molto più lunga

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E’ iniziato oggi, ad Addis Abeba, in Etiopia, il vertice di due giorni dei capi di Stato e di Governo dei Paesi membri dell’Unione africana (UA). Titolo della riunione, ‘Silencing Arms in 2020’, e al centro dei colloquidue temi dominanti, ovvero due crisi sempre più gravi: Libia e Sahel.

Per quanto attiene la Libia, l’UA intende giocare un ruolo di maggior rilievo, possibilmente ‘pesante’, sul dossier libico, di avere voce in capitolo nella risoluzione del conflitto, e dunque nel post-conflitto, tanto che, dopo aver condannato le interferenze esterne, e insistito affinché «tutte le parti si conformino rigorosamente» all’embargo sulle armi imposto in Libia dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, auspicando sanzioni contro i trasgressori, è in programma laCommissione preparatoria per il Forum inter-libico dell’Unione africana, aperta a tutte le parti libiche in conflitto, compresi i leader tribali, le donne, i giovani ed altri attori politici e sociali libici.

Circa lo Sahel, l’attenzione sarà puntata in particolare sul Sud Sudan, Paese in cui il governo di unità nazionale, che dovrebbe concretizzare la pace firmata nel 2018, ancora non ha preso consistenza.

Secondo gli analisti di Crisis Group, altre ancora dovrebbero essere le priorità che il vertice avrebbe dovuto porsi, se davvero l’aspirazione, come vorrebbe il titolo, è porre fine ai conflitti e prevenire il genocidio in Africa. Secondo il centro studi: 8 dovrebbero essere le priorità 2020 della presidenza UA -che per quest’anno è in mano al Sudafrica, con Cyril Ramaphosa-: compromesso con le Nazioni Unite sul cofinanziamento delle operazioni di pace; Sostenere le elezioni in Etiopia e essere pronti a mediare in caso di controversie sui risultati; dissuadere i leader in Costa d’Avorio e Guinea da modifiche costituzionali volte a permettere loro di mantenere la presidenza, ovvero il potere ad ogni costo; intervenire per raffreddare l’insurrezione del Burkina Faso e evitare la violenza elettorale; la crisi nelle regioni anglofone del Camerun; spingere il Governo somalo e i leader regionali verso un compromesso in vista delle elezioni della Somalia; sostenere il processo di pace in Sud Sudan; supportare la transizione del Sudan.
Crisis Group non elenca almeno altre due situazioni potenzialmente incandescenti e per le quali l’intervento della UA viene spesso e da molte parti auspicato: Burundi e Congo.

Circa il finanziamento delle missioni di Pace, l’accordo, secondo Crisis Group, converrebbe a entrambe le parti. L’accordo in discussione oramai da troppo prevedeche le Nazioni Unite coprano il 75% dei costi delle missioni di mantenimento della pace autorizzate dal Consiglio di sicurezza e guidate dall’UA, e che l’UA copra il restante 25%.
Sia l’UA che le Nazioni Unite non sono preparate per affrontare in solitudine le dinamiche di conflitto in rapida evoluzione del continente. Le due organizzazioni si necessitano a vicenda, l’UA sembra in grado di sostenere missioni antiterrorismo e di applicazione della pace, ma manca delle risorse finanziarie che, invece, le Nazioni Unite sono in grado di mettere a disposizione. Diffidenze -le Nazioni Unite dubitano dalla volontà della UA di onorare gli impegni finanziari e della capacità delle missioni UA di rispettare il diritto internazionale e i diritti umani- e ambizioni -quelle di avere il comando generale delle forze- complicano la definizione di un accordo.
Il tipo di accordo suggerito da Crisis Group è: l’UA potrebbe offrire contributi alle truppe, come unpagamento in natura’ per il suo 25%, il restante 75% sarebbe a carico delle Nazioni Unite, le quali potrebbero risolvere il problema del comando, organizzando un comando condiviso, nel contesto del quale la forza sul terreno sarà tenuta a riferire ad entrambe le organizzazioni. Un accordo non perfetto, si riconosce, magari macchinoso nell’attuazione, ma l’unico modo, secondo il think tank, per risolvere una situazione decisamente problematica.

Capitolo spinosissimo, l’Etiopia.

L’Etiopia, il secondo Paese più popoloso del continente, «è nel mezzo di una transizione promettente ma turbolenta», secondo Crisis Group. Il rischio, di fatto, è di scontri tribali e dunque violenza.
Il Governo del Premio Nobel per la Pace, Abiy Ahmed, assicura che le elezioni previste per il 16 agosto 2020 si terranno puntualmente e «saranno le più pacifiche e competitive nella storia del Paese». Ma la crescente frizione tra le varie aree del Paese e le diverse etnie, che ha lasciato centinaia di morti e ne ha spostati milioni negli ultimi anni, minaccia di aggravarsi e rovinare il voto, se non addirittura di farlo saltare, «perché i diversi leader potrebbero tentare di manipolare le divisioni sociali a proprio vantaggio.
L’UA è riluttante a interferire negli affari etiopi interni, ma la criticità della situazione e di elezioni che dovrebbero definire la transizione verso un futuro di democrazia e stabilità, dovrebbe convincere l’Unione Africana a «offrire sostegno» nel lavoro preparatorio delle elezioni -il nuovo consiglio elettorale dell’Etiopia è visibilmente sotto pressione per organizzare le elezioni nazionali in meno di sette mesi- e inviare una grande squadra di osservatori. L’UA dovrebbe offrire supporto tecnico, garantire la sicurezza elettorale e la risoluzione delle controversie. Le dimensioni e la complessità del voto -si prevedono circa 50.000 seggi elettorali e 250.000 operatori- richiedono una grande squadra di osservatori.

Da quando è salito al potere, nell’aprile 2018, guidando le proteste di massa iniziate nel 2014, Abiy ha lavorato per l’apertura del sistema autoritario che ha ereditato liberazione prigionieri politici, ritorno dei dissidenti, riforma di istituzioni chiave, ma, rileva il think tank, come avevamo evidenziato anche noi con i Corrispondenti nell’area, questa apertura le si è rivoltata contro, hafatto esplodere tensioni etniche che erano dormienti, compresi risentimenti di lunga data tra e all’interno delle tre comunità più influenti, l’Oromo, l’Amhara e il Tigray, ciascuna fazione vogliosa di emergere.
«Le elezioni potrebbero ulteriormente rafforzare le faglie etno-regionali», da qui le violenze, i morti e la difficoltà a sostenere un processo elettorale sereno e credibile.
Secondo il think tank, lUA potrebbe anche sfoderare la sua moral suasion e invitare i leader etiopi a reprimere la retorica che infiamma e ostacola sempre più la transizione.

Oltre all’Etiopia, altri 21 Paesi africani -Benin, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Comore, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Gabon, Ghana, Guinea, Mali, Namibia, Niger, Senegal, Somalia , Somaliland, Seychelles, Tanzania e Togo- terranno elezioni presidenziali, parlamentari o locali nel 2020. Molti di questi Paesi sono instabili, critici per diverse situazioni pregresse, in alcuni si adombrano all’orizzontecolpi di Stato costituzionali’, ovvero tentativi, da parte di Presidenti e forze politiche da tempo alla guida del Paese, di cambiare le regole per estendere il loro mandato in carica, azioni che rischiano di alimentare rabbia che poi inevitabilmente sfocia in violenza pre o post elettorale. Crisis Group appunta l’attenzione su Costa d’Avorio e Guinea.

In Costa d’Avorio, il Presidente Alassane Ouattara, già al secondo mandato, adducendo svariate motivazioni e ragionamenti giuridici, ha sostenuto che il terzo mandato sarebbe legittimo,e ha fatto dichiarazioni contrastanti sulla sua eventuale ricandidatura in ottobre, annuncerà la sua decisione finale nel luglio 2020. Qui, l‘ex PresidenteHenri Konan Bédié odiatissimo da Ouattara,potrebbe battere il successore preferito diOuattara, Amadou Gon Coulibaly, attuale primo ministro.

Bédié è in trattative con l’altro ex Presidente, Laurent Gbagbo -assolto per crimini contro l’umanità presso il Tribunale penale internazionale-,per formare un’alleanza tra i loro partiti. Se dovesse nascere una simile alleanza, il partito di Ouattara sarebbe in difficoltà. Il ritorno di Gbagbo potrebbe innescare un nuovo conflitto,considerato anche il suo rifiuto, nel 2010, di ammettere la sconfitta, violenze che al tempo costarono la vita di oltre 3.000 persone. «La possibile combinazione del ritorno di Gbagbo e un’offerta simultanea di Ouattara per un terzo mandato potrebbe sollevare lo spettro di una ripresa dello spargimento di sangue del 2010». E qui si richiama la discesa in campo dell’Unione Africana, perché spenda la sua autorevolezza, in collaborazione con la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), l’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale e il Sahel, UNOWAS, per convincere Ouattara a ritirarsi.

Stessa situazione e stessa necessità di impegno morale-politico da pare della UA, nella vicinaGuinea -dove i morti, 30, si sono già visti nell’autunno 2019 durante manifestazioni contro un possibile cambiamento costituzionale che potrebbe consentire al Presidente 81enne Alpha Condé di candidarsi per un terzo mandato,quando l’attuale costituzione stabilisce un limite di due mandati. Sostenitori del Presidente hanno già fatto campagna per un terzo mandato per mesi. Anche qui dunque la UA dovrebbe intervenire per convincere Condé a non modificare la Costituzione e a non contestare il risultato elettorale di una tornata di voto dalla quale lui dovrà restare fuori, convincendo alla ritirata i suoi sostenitori.

Altro Paese sul quale, secondo Crisis Group, la UA avrebbe molto da fare è il Burkina Faso. La lotta tra forze di sicurezza e militanti islamisti nel nord si è intensificata e si è diffusa a est e sud fin dal 2016. Inoltre, il brigantaggio, la competizione tra allevatori e le controversie sulla terra hanno alimentato i conflitti tra le diverse aree del Paese. E poi la proliferazione di “forze di autodifesa” – vigilantes che aiutano l’esercito contro i militanti.

«L’UA ha in genere visto il Burkina Faso attraverso l’obiettivo del Mali e del Sahel», il Paese dovrebbe ricevere «un’attenzione specifica».
«Il bilancio complessivo delle vittime della violenza nel 2019 è stato maggiore nel Burkina Faso – dove sono state uccise più di 2.000 persone– rispetto al Mali, di solito considerato l’epicentro delle tempeste del Sahel. Più di mezzo milione di persone sono fuggite dalle loro case. Si stima che1,2 milioni abbiano bisogno di assistenza umanitaria urgente. Mentre il conflitto si concentra nelle aree rurali, anche le tensioni nelle città, in particolare la capitale Ouagadougou, sono in aumento». L’anno scorso si sono registrate 160 proteste causate dalle cattive condizioni di vita, dalla mancanza di riforme economiche e dall’incapacità del governo di arginare l’insurrezione. Alcune di queste proteste sono diventate rivolte in piena regola.
«I disordini potrebbero compromettere la legittimità delle elezioni legislative e presidenziali previste per novembre. Sia il Governo che l’opposizione lavorano per mantenere la loro influenza e mobilitare i vigilantes per controllare il territorio, spingere i propri elettori alle urne e scoraggiare quelli dei loro rivali. Le autorità fanno sempre più ricorso alla repressione per sedare le crescenti critiche, arrestando gli attivisti e limitando le attività dei partiti di opposizione».
Qui, la UA, oltre a seguire le elezioni, supportando tecnicamente nell’organizzazione del voto e nel buon andamento dello stesso, avrebbe un lavoro eminentemente politico da condurre: «spingere il Governo a frenare gli abusi delle forze armate e limitare la loro dipendenza dai vigilanti nella lotta contro i militanti», ma soprattutto, dovrebbe poi «completare rapidamente e iniziare ad attuare la sua strategia di stabilizzazione per il Sahel. In particolare, dovrebbe aiutare le autorità del Burkinabé a formulare un piano nazionale per risolvere le controversie sulla terra e sulle risorse naturali che aiutano ad alimentare l’espansione jihadista e altri conflitti». Inoltre, si dovrebbe lavorare sui «servizi di base, tra cui sanità, istruzione, meccanismi di risoluzione delle controversie e sviluppo economico».

La crisi anglofona del Camerun ha causato circa 3.000 vittime dal 2017. La lotta tra ribelli separatisti e forze di sicurezza nel nord-ovest e nel sud-ovest anglofoni ha prodotto circa 700.000 sfollati interni e ha costretto 52.000 a fuggire in Nigeria. La metà di tutti gli anglofoni ha ora bisogno di assistenza umanitaria – quindici volte più di tre anni fa quando è iniziato il conflitto. Per il quarto anno consecutivo, le scuole sono chiuse nelle aree anglofone e 800.000 bambini (l’85% della popolazione in età scolastica anglofona) non hanno accesso all’istruzione. Senza colloqui mediati esternamente tra governo e leader separatisti, le condizioni quasi certamente peggioreranno.
L’UA deve mettere al centro della sua agenda di pace e sicurezza il Camerun, incoraggiare le parti in guerra a impegnarsi più profondamente in un dialogo inclusivo.

La Somalia dovrebbe organizzare le elezioni parlamentari e presidenziali tra il dicembre 2020 e l’inizio del 2021, ma le relazioni tra il Governo federale del Presidente Mohamed Abdullahi(Farmajo) e le regioni somale, ovvero gli Stati membri federali, minacciano gravemente il voto. Queste tensioni probabilmente aumenteranno con l’avvicinarsi delle elezioni, a suffragio universale per la prima volta dal 1969.
Al-Shabaab, l’insurrezione islamista della Somalia, potrebbe cogliere l’occasione per intensificare la sua violenta campagna. L’AMISOM, la missione di controinsurrezione dell’UA in Somalia, può svolgere un ruolo chiave nel ridurre al minimo tale violenza durante la stagione elettorale. Più immediatamente, l’UA dovrebbe intensificare gli sforzi per riconciliare Mogadiscio e gli Stati federali prima del voto.

Al-Shabaab è rimasta una potente minaccia in gran parte dell’Africa orientale nel 2019, conducendo attacchi sia all’interno che all’esterno della Somalia. La resilienza di Al-Shabaab deriva in parte dalla sua capacità di navigare in complesse politiche dei clan, fornire servizi di base nelle aree che controlla e raccogliere fondi attraverso la tassazione e l’estorsione.

La resistenza del gruppo militante deriva anche dalla tenue presa del Governo federale sulla sicurezza, che è ulteriormente allentata dalla competizione tra le élite.
Fondamentalmente, le tensioni tra Mogadiscio e le regioni si concentrano su questioni irrisolte sui poteri federali rispetto ai poteri statali e sulla distribuzione delle risorse, sovrapposte a visioni sostanzialmente divergenti di ciò che il federalismo significa in pratica.

L’UA dovrebbe premere Mogadiscio per migliorare le relazioni con gli Stati federali.

Il processo di pace del Sud Sudan è problematico. Un cessate il fuoco in atto dall’ultimo accordo di pace, firmato a settembre 2018 dai due principali belligeranti, il Presidente Salva Kiir e il suo ex vice Presidente Riek Machar, sta tenendo. Ma Governo di unità nazionale è ancora in alto mare. L’Unione africana potrebbe nominare un inviato per lavorare con altri garanti, tra cui le Nazioni Unite, l’UE, la Troika (Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia) e la Cina, per salvaguardare la transizione.

La transizione del Sudan rimane promettenteseppure su un terreno instabile. Il Paese deve affrontare gravi sfide economiche e di sicurezza e la popolazione ha fame di cambiamenti che ancora non si sono visti. Mantenere la transizione sulla buona strada richiede un sostegno economico e politico esterno e, in particolare, un garante credibile per mantenere il delicato accordo di condivisione del potere. L’UA, che è stata fondamentale per la transizione, è ben posizionata per svolgere quel ruolo.

La UA e i suoi Stati membri non sono in grado di offrire al Sudan una linea di credito, ma possono usare la loro leva diplomatica per sollecitare altri partner internazionali a farlo. LUA dovrebbe incoraggiare i donatori internazionali a coordinare il loro sostegno economico, nonchè identificare e realizzare progetti che abbiano benefici a breve termine per i sudanesi. Potrebbe anche spingere all’istituzione di un fondo fiduciario multi-donatore, gestito dalla Banca mondiale, che sosterrebbe la diversificazione economica.
L’UA e i suoi capi di
Stato dovrebbero, inoltre, collaborare con i Paesi europei e del Golfo per sollecitare gli Stati Uniti a revocare la designazione obsoleta del Sudan come sponsor statale del terrorismo.

Queste le urgenze identificate da Crisis Group, che per altro ha evitato di mettere in evidenza le problematiche derivanti dal ruolo condotto dagli attori esterni, a partire dalla Francia (in particolare nello Sahel) e dai Paesi del Golfo(nello specifico in Sudan), ma non sono estrane le altre potenze straniere che in Africa si muovo per conquistare terreno, sia politicamente (e militarmente) che economicamente. L’Unione Africana nell’agire o meno e nel come agire non può prescindere da questi attori stranieri.

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