giovedì, Ottobre 29

Verso una radicale correzione delle quotazioni hi-tech?

0

Lo scorso venerdì 9 giugno, Facebook, Apple, Amazon, Microsoft e Google-Alphabet (le cosiddette ‘FAAMGtastic Five’), capaci di incrementare la propria capitalizzazione del 33% (pari a circa 600 miliardi di dollari) nei soli primi sei mesi del 2017, hanno registrato un crollo del 4,5%. Il loro crollo (-3,30% Facebook, -3,88% Apple, – 3,16% Amazon, -2,27% Microsoft e -3,41 Alphabet)  ha inesorabilmente trascinato verso il basso alcuni grandi nomi dell’alta tecnologia come Netflix (-4,73%), Tesla (-3,43%), EBay (-3,32%), i quali hanno determinato una caduta del Nasdaq – che negli ultimi cinque anni è cresciuto di qualcosa come il 111% – dell’1,8%.

Alcuni hanno imputato le ragioni di questa caduta anomala al rialzo dei tassi di interesse dello 0,25% che Janet Yellen aveva preannunciato di ufficializzare nel corso della riunione del consiglio della Federal Reserve, in calendario per il 14 giugno, ma se così fosse anche lo S&P 500 e il Dow Jones avrebbero dovuto finire in perdita, e non chiudere la seduta rispettivamente in sostanziale pareggio (malgrado la componente informatico-tecnologica dello S&P 500 abbia perso il 2,7%) e in crescita di quasi mezzo punto percentuale. Il Dow Jones, di cui fanno parte Apple, Microsoft ed altre imprese hi-tech che quel 9 giugno si sono trovate in forti difficoltà, ha potuto chiudere positivamente grazie alle performance realizzate dai titoli strettamente legati alla Old Economy, come i bancari (+2,37% Jp Morgan Chase, +1,68% Goldman Sachs), i farmaceutici (+3,21 Pfizer, +1,51% DuPont) e gli energetici (+2,31% Chevron, +1,87% ExxonMobil), che nell’arco del 2017 hanno perduto complessivamente il 20% circa.

Ciò ha indotto diversi addetti ai lavori ad esortare il pubblico e gli investitori a tenere alto il livello di allerta nei riguardi del settore hi-tech, nella convinzione, maturata nonostante il Nasdaq abbia lentamente risalito la china nei giorni successivi, che quella momentanea debacle possa rappresentare il primo segnale di esaurimento della spinta propulsiva di cui hanno beneficiato le imprese tecnologiche negli ultimi anni grazie alla politica monetaria iper-espansiva portata avanti dalla Federal Reserve in accordo con il Dipartimento del Tesoro. Le analisi che vanno in questa direzione si basano soprattutto sugli studi condotti da due giganti di Wall Street come Goldman Sachs e Merill Lynch, controllata da Bank of America. L’istituto diretto da Lloyd Blankfein si è spinto a parlare apertamente di ‘bolla d’aria’ in riferimento alla crescita ipertrofica dei titoli tecnologici, evidenziando come un colosso come Amazon stia attualmente realizzando un rapporto prezzo-utili di gran lunga più elevato rispetto a quello registrato alla vigilia dello scoppio della bolla della New Economy e che «la crescita conseguita quest’anno dalle cinque maggiori aziende hi-tech [le ‘FAAMGtastic Five’]è pari al Pil combinato di Hong Kong e del Sud Africa». La disamina di Merrill Lynch, invece, ha messo in risalto la preoccupante esposizione dei fondi d’investimento sui titoli tecnologici – ben più alta di quella registrata alla fine del XX Secolo – alla luce del fatto che «il settore dell’alta tecnologia non è mai stato tanto sopravvalutato come adesso». A maggio, vale a dire il mese del 2017 in cui il settore della tecnologia ha realizzato la crescita maggiore, il rapporto prezzi-utili è salito a livelli record, rileva ancora il documento stilato dalla controllata di Bank of America giungendo di fatto alle stesse conclusioni a cui era approdata Goldman Sachs. Segno che esiste la concreta possibilità che il comparto hi-tech finisca prima o poi per imbattersi in un massiccio ridimensionamento, se non in qualcosa di analogo a quanto accadde nel 2001.

All’epoca, i capitali, alla ricerca di canali di investimento maggiormente remunerativi rispetto a quelli – prossimi al livello di saturazione – tradizionalmente legati all’economia reale e alla produzione fisica, si orientarono verso i settori speculativi, inondando di investimenti soprattutto i settori dell’alta tecnologia , che verso la fine degli anni ‘90 stavano espandendosi a ritmi vertiginosi grazie ai bassi tassi di interesse applicati dalla Federal Reserve sotto la direzione di Alan Greenspan e all’iper-attività della fascia più ricca della popolazione statunitense, che aveva enormemente beneficiato dei tagli delle tasse decretati da Reagan e Bush sr. Il comparto dell’alta tecnologia è tuttavia governato da logiche di base completamente diverse rispetto a quelle – fondate essenzialmente sul rapporto tra domanda e offerta – che sorreggono i campi tradizionali dell’economia reale. Le compagnie operanti nel settore dell’hi-tech e della comunicazione sono infatti mosse da dinamiche basate sulle ‘aspettative di rendimento’ nel breve periodo, cosa che è indubbiamente all’origine della crescita rapidissima ed esponenziale dei valori azionari delle aziende cosiddette ‘dot.com’ che si occupavano di fornire servizi attraverso internet. Il boom della cosiddetta New Economy procrastinò di un biennio circa il periodo di crescita che gli Stati Uniti avevano conosciuto nel corso degli anni ’90; una crescita fondata integralmente sull’ascesa del mercato azionario e sull’arretramento costante delle condizioni generali di vita (disoccupazione, polarizzazione sociale, impoverimento del ceto medio, ecc.) di gran parte della popolazione.

Incoraggiate dai bassi tassi di interesse, schiere di investitori invasero il mercato delle telecomunicazioni. Nel 1999, l’indice Nasdaq registrò un aumento superiore all’85%, mentre nella primavera dell’anno seguente, la capitalizzazione di mercato delle aziende operanti nel comparto delle telecomunicazioni raggiunse i 2,7 trilioni di dollari. Le aziende del settore, inebriate dalla frenesia generale, iniziarono a coprire il suolo statunitense e persino i fondali oceanici con interi reticolati di cavi in fibra ottica lunghi milioni di km; una quantità di gran lunga superiore a quella necessaria a soddisfare la domanda reale di linee di comunicazione. Alimentata dalla fiducia che il mercato dell’hi-tech si sarebbe espanso all’infinito, la crescita di questo settore si arrestò rapidamente a causa del drastico calo di profitti indotto dal bassissimo tasso di utilizzazione, prossimo al 3%, delle reti di telecomunicazione. Ciò determinò l’arresto della speculazione al rialzo e l’automatica inaugurazione di quella al ribasso, la quale innescò una lunga catena di fallimenti che portò le compagnie operanti nel settore delle telecomunicazioni a trascinare nella loro caduta gran parte dei titoli tecnologici (telefonia mobile e fissa, software, informazione on-line, siti di e-commerce, web-agency, incubatori di start-up, ecc.), provocando la bancarotta di alcune aziende di grandi dimensioni (Worldcom, QWest, Global Crossing). La Federal Reserve, dal canto suo, abbassò il tasso di interesse dal 6,5 al 3,5% nell’arco di pochi mesi nel tentativo di arginare il disastro, inaugurando di fatto un modus operandi destinato a produrre pesanti ripercussioni sulla struttura economica nazionale.

L’imporsi della realtà sulle logiche virtuali della finanza determinò il crollo della New Economy, che comportò la ‘volatilizzazione’ di oltre 7.000 miliardi di dollari ‘di carta’, equivalenti a circa la metà del Pil statunitense di allora. La bolla hi-tech, gonfiata a dismisura da flussi enormi di capitale forniti in larga misura dalle banche, mantenne in vita aziende improduttive prolungando la crescita economica statunitense protrattasi per tutti gli anni ‘90,  ma il suo scoppio provocò il collasso di numerose compagnie quotate all’indice Nasdaq e il conseguente crollo di Wall Street (inverno-primavera 2001), che inaugurò a sua volta una nuova fase recessiva da cui l’amministrazione guidata da George Bush jr. cercò di uscire lanciando il Paese in un colossale sforzo bellico (invasioni di Afghanistan ed Iraq nel’arco di appena due anni) dagli esiti non certo incoraggianti.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore