mercoledì, Agosto 5

Verso un duello Clinton – Trump?

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La Clinton ha peraltro beneficiato dell’endorsement, dato per scontato oltre un anno prima dal professor Rodrigue Tremblay, dell’influente neoconservatore (e marito dell’alto funzionario del Dipartimento di Stato Victoria Nuland) Robert Kagan. Questo ascoltato intellettuale, già stratega di riferimento dell’Amministrazione Bush e tutt’ora (significativamente) convinto che per frenare il declino relativo degli Usa occorra adottare un approccio molto più aggressivo in politica estera, ha scritto sul ‘Washington Post’ ha scritto che: «quando la peste cominciò a diffondersi a Tebe, Edipo inviò suo cognato dall’oracolo di Delfi per scoprirne la causa. Si accorse subito che il crimine per il quale Tebe veniva punita era il suo. Il Partito Repubblicano di oggi rappresenta il nostro Edipo. Una piaga si è abbattuta sul partito sotto forma di successo del maggior demagogo-ciarlatano nella storia della politica degli Stati Uniti [Donald Trump]. Il partito cerca disperatamente la causa e il rimedio senza rendersi conto che, come Edipo, è il partito stesso che ha prodotto questa piaga. I tremendi errori politici del partito sono stati puniti con una sorta di giustizia cosmica, come accade nella tragedia greca». Con un incipit tanto incisivo, Kagan ha richiamato l’attenzione sull’attrito venutosi a creare tra l’apparato dirigenziale del Partito Repubblicano e il suo candidato con più chance di vincere, vale a dire Donald Trump.  Come Frankenstein, il magnate di New York rappresenta la nemesi per coloro che lo hanno creato e che attualmente non sanno come fermarlo, spingendo quindi l’intellettuale neocon a giungere alla conclusione che «l’unica scelta, anche per un ex repubblicano come me, sarà quella di votare per Hillary Clinton. Il partito non può essere salvato, ma il Paese ancora sì».

Quella di esortare l’elettorato a ‘turarsi il naso’ per appoggiare il male minore è una pratica molto ‘italiana’, ma che negli Usa ha alimentato la crisi politica interna al Partito Repubblicano facendo crescere i consensi repubblicani attorno alla candidatura dell’ex sindaco di New York Michael Bloomberg e favorendo una dispersione del voto dei repubblicani sui tanti candidati alla nomination. Nonostante Ted Cruz sia riuscito a vincere in Texas (Stato da cui proviene) e nella vicina Oklahoma e Marco Rubio abbia conquistato il Minnesota, l’elettorato repubblicano ha votato in maggioranza per Trump in Alabama, Arkansas, Colorado, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Vermont e Virginia. Oltre naturalmente al South Carolina e al Nevada, dove il magnate aveva già trionfato la scorsa settimana. Il milionario ha letteralmente scompaginato la tradizionale geografia elettorale degli Usa, conquistando allo stesso tempo Stati con forti venature liberal come Massachusetts e Vermont ed aree fortemente conservatrici come Georgia ed Alabama, Stati cardine della Bible Belt.

Nessun candidato repubblicano era riuscito ad affermarsi in maniera così netta a partire dal lontano 1960. E sono ancora molti gli Stati in cui si voterà. A nulla sono servite le accuse, lanciate dai suo avversari, di aver assunto clandestini, aver truffato gli iscritti alla Trump University e aver falsificato le dichiarazioni dei redditi. A nulla hanno portato le etichette di pagliaccio, razzista, incompetente, instabile, ecc. affibbiategli dalla stampa. Nessun influenza sembra aver avuto l’endorsement a suo favore da parte di David Duke, ex membro del Ku Klux Klan, né l’intervista ufficiosa rilasciata al ‘New York Times’ in cui si vocifera abbia espresso posizioni molto più morbide rispetto a quelle assunte pubblicamente. Alla poderosa campagna mediatica montata contro di lui, Trump ha reagito con disarmante disinvoltura, scrollandosi di dosso con sarcasmo  la raffica di attacchi di cui è bersaglio. Molto redditizio in termini di ritorno elettorale si è, invece, rivelato il discorso in cui Chris Christie, Governatore del New Jersey appena ritiratosi dalla corsa alla nomination repubblicana, ha elogiato la figura del magnate newyorkese.

Il successo capitalizzato da Trump si è ormai trasformato in una realtà con cui il Partito Repubblicano sarà chiamato, volente o nolente, a fare i conti. Nonostante l’apparato dirigenziale del Grand Old Party stia facendo di tutto per indurre il bacino elettorale repubblicano a votare a favore di Marco Rubio o, al limite, anche di Ted Cruz, attualmente Donald Trump ha conquistato 285 delegati, a fronte dei 161 di Cruz, dei 87 di Rubio e dei 25 di Kasich.

Nel caso in cui Trump non dovesse riuscire a conquistare tutti i 1.247 delegati necessari ad ottenere la nomination, l’establishment del partito cercherà in ogni modo di sottrargli la vittoria alla convention di Cleveland (prevista per luglio) anche se ciò implicherebbe un rovesciamento del verdetto elettorale – tutti i principali sondaggi sono concordi nel prevedere che Trump sarà il candidato a conquistare il maggior numero di Stati – destinato a minare clamorosamente la credibilità del Grand Old Party.

Secondo una previsione – molto accreditata ma da prendere cum grano salis come tutte le previsioni sul medio periodo – basata su diversi sondaggi realizzati in tutto il territorio statunitense, Trump verrebbe sconfitto sia dalla Clinton che da Sanders. Nello scenario più probabile, l’ex first lady batterebbe Trump con il 52% dei voti contro il 44% del newyorkese. La Clinton uscirebbe, però, sconfitta da un duello contro Rubio (50% contro 47%) e forse anche contro Cruz (48% contro 49%), mentre Sanders vincerebbe con ampio margine contro tutti e tre i principali candidati repubblicani alla nomination.

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