giovedì, Dicembre 12

Verso un duello Clinton – Trump?

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La riscossa di Hillary Clinton era già nell’aria dopo la vittoria ottenuta in South Carolina, dove era riuscita a staccare Bernie Sanders di circa 48 punti percentuali (73% contro 26%) rilanciando le sue chance di ottenere la nomination democratica per la Casa Bianca. La vittoria con ampio margine era data praticamente per certa anche alla vigilia, alla luce della composizione etnica di questo Stato Sud-orientale piuttosto povero, il cui elettorato è rappresentato per poco meno del 50% da afroamericani. Una comunità che intrattiene stretti legami con la potente famiglia democratica fin dai primi anni ’90, quando Bill Clinton era sceso in campo per sfidare il Presidente uscente George H. W. Bush. Solo Barack Obama, primo candidato di colore nella storia degli Stati Uniti, era riuscito a rompere questo sodalizio portando dalla propria parte gli influenti pastori religiosi, che con le loro indicazioni di voto sono in grado di orientare le tendenze elettorali di intere comunità di fedeli afroamericani.

Il voto degli afroamericani si è rivelato determinante anche negli altri Stati del Sud che si sono espressi in questo ‘super-Tuesday’, permettendo alla Clinton di staccare nettamente il suo avversario in Alabama, Arkansas, Georgia, Tennessee, Texas e Virginia. L’ex first lady è riuscita sorprendentemente a spuntarla anche in Massachusetts, Stato del New England in prevalenza bianco, ricco e con forti tendenze liberal che in passato aveva rappresentato la roccaforte dei Kennedy e in cui Bernie Sanders era dato per favorito. Il senatore del Vermont è comunque riuscito a conquistare, oltre al suo Stato di provenienzaColorado, Oklahoma e Minnesota. Al momento, la Clinton ha dalla propria parte 1.005 delegati, a fronte dei 373 conquistati da Sanders. Dal momento che la soglia minima per ottenere la nomination democratica è fissata a 2.382 delegati, la Clinton sembra avere accumulato un margine di vantaggio difficilmente colmabile per il suo avversario.

Sulla lotta per l’investitura democratica non ha influito in alcun modo l’ombra dell’incriminazione che incombe sull’ex first lady, a causa dell’uso reiterato di un indirizzo di posta elettronica privato quando ricopriva l’incarico di Segretario di Stato. Il rifiuto di rivelare il contenuto di queste mail da parte del Dipartimento di Stato ha alimentato le voci secondo cui da una desecretazione della corrispondenza emergerebbero il ruolo centrale giocato dalla Clinton nel far divampare le primavere arabe, nel gettare le basi per il golpe di ‘Euro-Majdan’ e nel far scivolare l’incerta e riluttante Amministrazione Obama sul piano inclinato dell’aggressione alla Libia di Gheddafi. Secondo una documentata ricostruzione del ‘New York Times’, l’allora Segretario di Stato avrebbe esercitato forti pressioni sulla Casa Bianca al fine di convincere il Presidente ad autorizzare l’intervento armato a fianco di Francia e gran Bretagna. Quando, nell’ottobre 2011, Muhammar Gheddafi fu ucciso dai ribelli, una Clinton raggiante si presentò davanti alle telecamere pronunciando in lingua inglese l’antico slogan cesariano «veni, vidi vici», non sapendo che le stesse armi  -compresi missili anticarro Tow e radar controbatterie- messe a disposizione da Washington ai ribelli per scardinare la Libia di Gheddafi sarebbero poi state usate dai ribelli non solo per combattere una lunga e sanguinosa guerra inter-tribale che avrebbe trasformato la Libia in uno Stato fallito, ricettacolo di terroristi e trafficanti di esseri umani in cui lo Stato Islamico ha messo solide radici, ma anche per lanciare  -l’11 settembre 2012- l’attacco al Consolato Usa a Bengasi, che costò la vita all’ambasciatore Christopher Stevens e ad altri tre funzionari. Una storia mai completamente chiarita, che è con ogni probabilità alla base della sostituzione di Hillary Clinton con John Kerry a capo del Dipartimento di Stato.

Un’altra potenziale mina vagante sulla nomination di Hillary Clinton era ed è tutt’ora rappresentata dalla pubblicazione dei ben remunerati discorsi – si parla di quasi 700.000 dollari di compenso complessivo – che aveva tenuto in esclusiva per il management e i dipendenti Goldman Sachs, uno dei più aggressivi colossi di Wall Street verso cui Sanders ha indirizzato i suoi attacchi più efficaci. Durante il discorso pronunciato il 6 aprile 2013, la Clinton ha sottolineato l’importanza del lavoro svolto dagli stessi grandi banchieri che solo pochi anni prima avevano trascinato l’interno sistema finanziario statunitense sull’orlo del baratro, affermando che «la maggior parte degli americani con cui parlate si esprime con una retorica populista che vi accusa di aver distorto la struttura economica del Paese a proprio esclusivo vantaggio. Ma noi sappiamo bene che le aspettative che tutti i normali cittadini hanno per il loro futuro – cose come scuole, lavoro, cibo, vestiti – non sarebbero realizzabili senza la vostra guida e la vostra capacità innovativa». Una tesi alquanto impopolare, quella sostenuta dalla Clinton, specialmente nell’attuale congiuntura storica contrassegnata dall’aumento incontrollato delle disparità sociali e dalla progressiva rarefazione della classe media, tradizionale spina dorsale dell’economia Usa.

Benché incremento delle disuguaglianze e scellerata redistribuzione della ricchezza siano temi cari soprattutto all’elettorato liberal, ben presente nel New England ma con scarse radici negli Stati del Sud e quasi inesistente nella Bible Belt, dove l’etica protestante domina incontrastata, la scelta di Sanders di impegnare limitate energie per sostenere la propria campagna elettorale negli Stati del Sud ha contribuito a preparando il terreno per la riscossa della Clinton che di fatto ha ridimensionato le sue possibilità di aggiudicarsi il risultato finale. La decisione dell’anziano Senatore del Vermont di non sfruttare argomenti pungenti come l’operato discutibile -e forse macchiato da qualche illegalità- della Clinton a capo del Dipartimento di Stato per attaccare l’ex first lady è stata interpretata, nel migliore dei casi, come una manifestazione della debolezza caratteriale dell’anziano senatore del Vermont. Secondo alcuni addetti ai lavori, di converso, il rifiuto di alzare i toni del dibattito politico farebbe di Bernie Sanders un candidatoartificiale’ posto dall’establishment democratico nel ruolo di sfidante al fine deliberato di screditare le posizioni più radicali che cominciano a farsi strada all’interno del Paese, rafforzando quindi la leadership del candidato che gode dell’appoggio del partito.

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