sabato, Dicembre 7

Verso un civismo politico nazionale?

0
1 2


Mentre la data delle prossime elezioni amministrative si avvicina, torna alla ribalta l’idea di un civismo che da locale possa farsi spazio anche sul piano politico nazionale. Tante sono le esperienze civiche, espressione di quella parte di società civile che riscopre il valore della partecipazione democratica alla cosa pubblica, diffuse capillarmente in tutte le parti d’Italia e spesso legate a realtà associative che già lavorano sul territorio. Ciò che manca, tuttavia, è un coordinamento che permetta a questo ‘fenomeno carsico’ – che scava i suoi percorsi sotterranei grazie a strumenti come l’ascolto, preziosi quanto dimenticati in molti casi dai partiti tradizionali – di emergere a tutti gli effetti con un ruolo proprio nella politica nazionale. Un coordinamento che non solo riunirebbe sotto lo stesso vessillo esperienze provenienti da pezzi diversi del corpo sociale, ma che potrebbe aiutare a regolamentare pratica e teoria del civismo, creando gli anticorpi necessari per mettere all’angolo strumentalismi, liste civetta e tutto ciò che si discosta da uno spirito civico autentico.

In effetti, se da un lato la storia del civismo italiano non è nuova a tentativi di rifondazione della politica dei partiti attraverso reti civiche – molti partiti ci hanno provato, anche dell’area di centro-destra –, la strada per creare un soggetto politico civico vero e proprio è ancora lunga. Tuttavia, ci sono già alcuni progetti seri messi in campo in questa direzione, come dimostrato, ad esempio, dall’esperienza di Lista Civica Italiana, raggruppamento di liste che si riconoscono in un vero e proprio Codice di Autocertificazione  i cui punti essenziali sono sintetizzati da uno dei membri del coordinamento nazionale, Roberto Brambilla: “i componenti della lista civica dovrebbero essere assolutamente slegati dai partiti tradizionali – questo è il primo punto procedurale; poi, ovviamente, non devono appartenere ad associazioni criminali o occulte tipo massoneria”. Per ‘slegati’, si intende “liberi da legami con partiti da almeno 2 anni”.

In buona sostanza, secondo Brambilla, questo Codice si rivolge a “quelle liste che nascono dalla volontà dei cittadini normali che sono stufi di gestioni che hanno un occhio di riguardo nei confronti di Roma e degli ordini che arrivano dall’alto, ovvero da liste che partono dalle esigenze di nostri concittadini che vogliono riappropriarsi della qualità della vita del luogo dove viviamo”. A parte gli aspetti procedurali, i punti programmatici del Codice di Lista Civica Italiana sono, con le parole di Brambilla, “la riduzione del consumo di suolo, punto dirimente per distinguere le nostre liste da quelle civetta, perché in questo modo chi vuole fare speculazioni viene subito tagliato fuori. Inoltre, bisogna cominciare subito a occuparsi del cambiamento climatico a livello locale, senza aspettare soluzioni prese dall’alto per ridurre l’impatto di un comune. Poi c’è l’adesione a quella che prima era conosciuta come Carta di Pisa, la lotta alla criminalità organizzata e, ovviamente, dato che le liste civiche nascono per dare voce ai cittadini, è necessario inserire nello Statuto Comunale quegli strumenti che servono a rendere effettiva la possibilità dei cittadini di incidere sull’attività delle amministrazioni”, ovvero, consultazioni e referendum anche a quorum zero.

Al netto di problematiche reali, come l’assenza di veri e propri finanziamenti che hanno costretto Lista Civica Italiana a rinunciare a una candidatura nazionale nelle politiche del 2013, Brambilla rivendica la necessità di una elaborazione continua che inizia però con una seria riflessione sulle cause del degrado dei partiti tradizionali:secondo noi questo nasce da più componenti, e uno di questi è il fatto che per gli esponenti dei partiti tradizionali la politica diventa il lavoro della vita. Secondo noi, quando ciò avviene la politica muore, perché se io so che se non vengo rieletto non riesco più a dar da mangiare ai miei figli, vado nel panico. Stiamo ragionando su questo aspetto che è molto legato a una questione umana, poiché è naturale che se una persona sta lontana dal mondo del lavoro per 5 anni, poi rientrare non è facile. Bisogna pensare a cuscinetti che, tuttavia, non portino a privilegi assurdi quando tante famiglie non arrivano alla fine del mese”. Infine, conclude Brambilla, “per noi è fondamentale privilegiare la ricerca di soluzioni ai problemi concreti. I servizi richiedono un approccio realistico più che ideologico. Non c’è un’operazione al cuore di destra o di sinistra, c’è un’operazione al cuore punto”.

Se, dunque, quella di Lista Civica Italiana è, a tutti gli effetti, una declinazione del civismo che cerca di valorizzare le esperienze di realtà locali riunendole sotto l’egida di una politica fatta dal basso, abbiamo chiesto a Stefano Rolando, docente di Politiche pubbliche per le comunicazioni e di Teoria e tecnica della comunicazione pubblica presso la IULM, nonché autore di ‘Civismo politico. Percorsi, conquiste, limiti. Un diario’ (2015), una riflessione sugli aspetti teorici del civismo e su ciò che lo contraddistingue.

Professor Rolando, come definirebbe oggi la situazione del civismo politico?

Nel libro sul civismo politico, in cui avevo condensato le mie esperienze e in cui ho raccontato non solo i trionfi ma anche i limiti del civismo, ho provato essenzialmente a dire tre cose: la prima è che quel fenomeno non è una scoperta di oggi, ma ha alle spalle una storia che risale ai tempi della creazione della civitas, ovvero, di quei corpi intermedi, come università e corporazioni, che stanno tra il potere assoluto e il cittadino. Quello che ho cercato di fare è capire se questo principio può convivere con la Costituzione, perché la Costituzione dice che la politica nazionale deve essere fatta dai partiti – e si capisce perché tra il ‘46 e il ‘48 i padri costituenti hanno detto questo, perché venivano da un’esperienza in cui i partiti erano stati aboliti e c’era un partito unico, o meglio, una persona sola. Naturalmente i partiti hanno avuto 70 anni per crescere, migliorare e peggiorare, e alla fine il dato demoscopico drammatico degli ultimi anni è che i partiti sono all’ultima voce della fiducia dei cittadini verso le cose pubbliche: il dato va dal 3 al 4%. Di fronte a questo o ci si rassegna, oppure si immagina che ci sia una grande rifondazione morale e culturale dentro i partiti; ma è da anni che va avanti questa speranza con scarsi risultati. Da anni, tutte le democrazie occidentali cercano di combattere l’astensione – fenomeno che comprende sia le persone che non vanno a votare perché non si fidano più, sia quelle che prendono strade puramente reattive votando solo chi si arrabbia o chi urla di più (e in Italia, ma anche in altri Paesi, il voto per gli arrabbiati non è un voto che costruisce perché non c’è proposta). Il punto vero è quello di riconoscere che ci sono esperienze storiche per cui il cittadino non ha solo il diritto di domanda di una politica, ma gli è concesso un diritto di offerta politica. Questo è ciò che è stato introdotto con l’articolo 118, costituzionalizzando il principio di sussidiarietà che va fino al cittadino.

C’è, dunque, spazio per il civismo anche a livello costituzionale?

Assolutamente sì, e tuttavia mezza Italia lo usa per riciclare vecchia politica. Partiti spompati e politici che vivono di professionismo della politica che sanno fare solo questo si inventano liste civiche per riciclare quadri e operatori. Qui non c’è delitto, ma il mio pensiero è che la politica dovrebbe essere fatta in gran parte da competenti che non debbano dipendere esclusivamente dalla retribuzione del seggio sicuro. Secondo me ti devi prestare alla politica quando serve, onorare la chiamata per un tempo moderato, dare il tuo contributo e tornare al tuo. Questa è un’idea che il Partito d’Azione aveva ben chiara, tanto che ha dato alla politica professori, medici, avvocati, cioè persone che erano in grado di tornare alla propria specificità. L’idea che la politica sia qualcosa che ti garantisce tutta la vita è una deformazione grave che è avvenuta nel nostro Paese per ottenere scorciatoie che evitino la ‘fatica di lavorare’.

Questo è il primo dei limiti, che ha generato cinismo senza sapere nulla, senza conoscere le storie – da quella di Olivetti a Danilo Dolci o Don Milani. Ci sono storie che hanno nutrito tutta un’esperienza del Novecento e che portano a fare scelte e a lavorare per il tuo territorio, ad aspirare a risolvere i problemi piuttosto che porsi come mediatori eterni di problemi irrisolti. La politica diventa fallimentare quando non risolve ma risolve per sé, perché a furia di non risolvere i problemi ci si trasforma in mediatori eterni delle soluzioni che non arrivano mai e il proprio compito civile fallisce. L’avere cura del rammendo del territorio, della qualità sociale e dei problemi della gente, queste sono cose che si possono affrontare se non si fa solo quello che dice un partito verticalmente. Non è un caso che la Costituzione dice che i partiti devono fare la politica nazionale con metodo democratico – poi bisogna vedere se questo metodo c’è o no. In tanti casi lascia a desiderare. Il primo limite allora è quando il civismo consiste di fatto nel riciclaggio.

Oltre a questo problema, quali altri limiti vede nel civismo?

Ci sono territori in cui il civismo presta il fianco a un’infiltrazione vera e propria di fenomeni criminali e malavitosi. Non voglio esagerare: dispiace che Rosy Bindi abbia detto tempo fa che il civismo è il luogo in cui si annidano gli interessi mafiosi e malavitosi.  Questo non è vero in tutta Italia è vero in piccole parti del Paese ed è accaduto perché non c’è controllo. È un peccato che i partiti in questi casi non siano più di alta qualità, perché queste infiltrazioni un tempo le combattevano.

Questi sono i limiti vistosi, ma ce ne sono altri. Il civismo richiede molto lavoro: nasce tendenzialmente in territori anche piccoli per risolvere problemi locali ma non regge senza uno sguardo ampio, perché sono pochissimi i problemi di un territorio che si risolvono solo nel territorio. C’è bisogno della grande dimensione, della città, della regione o dello Stato se vuoi portare a soluzione delle cose. Ecco allora che il civismo, come quel detto americano act local think global, deve avere i piedi per terra ma anche uno sguardo alto per creare soluzioni. Questo comporterebbe un grado di coordinamento del civismo politico di qualità che è molto difficile, perché spesso il civismo è ingovernabile da questo punto di vista. È auspicabile, ma è difficile e richiede personalità di prim’ordine. Adesso è molto di moda pensare che basti conclamare un problema per risolverlo e non c’è voglia di studiare. Non parlo da professore universitario, perché non è un giudizio tecnico, ma non vedo più tanta voglia di studiare nella vita politica. Studiare non vuol dire approfondire gli strumenti comunicativi per conclamare qualcosa, ma affrontare la complessità delle cause di temi che sono tutti oggetto di analisi. Questo è un problema serio. Già i partiti hanno massacrato i loro uffici studi e persino gli uffici legislativi non sono più quelli di una volta – la qualità delle leggi è terribilmente modesta. Ma il fatto di pensare di fare politica prescindendo dalle qualità culturali e dallo sforzo di studiare e capire è una cosa tremenda. Uscire dalla solitudine o agitare un problema locale è scambiato oggi per fare politica, ma far politica significa trovare soluzioni e ciò implica serio studio.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore