mercoledì, Luglio 17

Verso Triton, SOS integrazione 40

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triton

Parlare di immigrazione non è semplice. Nel migliore dei casi si affronta il tema in modo parziale, nel peggiore in modo sbagliato. Nell’ultimo anno la parola immigrazione in Italia è stata associata a Mare nostrum, l’operazione di soccorso che all’indomani della strage di Lampedusa dello scorso ottobre dove sono morti centinaia di migranti, il governo ha avviato contro la tratta degli esseri umani. In questi mesi sono state soccorse più di 91 mila persone. Quasi 500 i morti, oltre 1400 i dispersi mentre sono stati arrestati oltre 500 scafisti. Mare nostrum però tra pochi giorni potrebbe abbandonare il nostro vocabolario quotidiano per lasciare spazio dal 1° novembre all’operazione di Frontex, denominata Triton, che assorbirà due missioni europee già in atto, Hermes ed Enea per il controllo delle frontiere. Il programma prevede una più ampia compartecipazione degli Stati membri – molto spesso mancata in questi mesi – e al momento, come ha dichiarato il ministro dell’Interno Angelino Alfano, sono 19, oltre l’Italia, i paesi che hanno dato la disponibilità a partecipare all’operazione.

In occasione della conferenza ministeriale sulla Salute nel Mediterraneo che si è tenuta lunedì 27 e martedì 28 ottobre a Roma il ministro Beatrice Lorenzin ha tirato le fila dell’operazione Mare nostrum definendola una «esperienza straordinaria». Il governo «ha tutelato la frontiera europea dal punto di vista sanitario in modo incredibile e allo stesso tempo ha salvato la vita a migliaia di persone» ha aggiunto. «Ora dobbiamo pensare al passo successivo e cercare di non lavorare sempre sull’emergenza» ha spiegato il ministro della Salute aggiungendo che «uno dei problemi è occuparsi del controllo sanitario anche nei Paesi di origine». E’ positivo quindi il parere di Beatrice Lorenzin che in conclusione parlando agli altri rappresentanti della Sanità in Europa si è augurata «che si possa continuare a salvare vite umane tutti insieme nei prossimi mesi».

Nonostante le diverse posizioni politiche, gli auspici e la volontà degli Stati di partecipare o meno a Triton, vi è la quotidianità degli operatori del settore sulle coste e il principio di non respingimento, che è sancito e non è discutibile” come ricorda l’avvocato Elisa Bruno, tutore di minori stranieri non accompagnati, impegnata in Sicilia sul fronte dell’immigrazione. “Si può discutere di asilo, ma non possiamo rifiutarci di salvare vite umane” chiarisce l’avvocato Bruno sottolineando che “l’emergenza oggi non è più l’accoglienza, ma l’integrazione”. In questo contesto, infatti, bisognerebbe individuare prioritariamente “una politica di asilo comune in modo da ascoltare il naufrago e capire dove vuole andare, dato che la maggior parte poi scappa dall’Italia” aggiunge. Solo così riusciremo a garantire una “tutela effettiva” sostiene Elisa Bruno. Secondo l’avvocato inoltre – una volta ultimate le procedure di soccorso – sarebbe necessario individuare i potenziali richiedenti asilo dai soggetti cosiddetti vulnerabili come ad esempio i minori o presunti tali che hanno bisogno di un tutore. Organizzando lavoro e tempi in modo diverso quindi si potrebbero garantire “tutti gli adempimenti preliminarmente, non successivamente” costringendo tutti gli operatori coinvolti a lavorare sempre in stato di emergenza e incrementando la “frustrazione di ragazzi che hanno affrontato lunghi viaggi, in condizioni precarie e vogliono risposte”. Da qui il grande compito affidato ai mediatori culturali, come sottolinea Elisa Bruno che “non sono interpreti, ma un vero ponte tra mondi molto diversi”.

Uno di questi è Badou Gueye, mediatore culturale presso il Consiglio italiano per i rifugiati in servizio a Catania, che sottolinea come “l’immigrazione non è un argomento degli ultimi mesi. Si parla sempre di emergenza, ma sono anni che succedono queste cose qui in Sicilia. Non si è mai organizzati in modo adeguato, ma si sa, soprattutto in questo periodo, che partono le barche dalla Libia e ancora siamo qui a stupirci”. Uno dei problemi è che nonostante le operazioni messe in atto dal governo, gli immigrati “non vengono distribuiti equamente su tutto il territorio ecco perché i tempi per dare risposte adeguate si sono allungati” chiarisce Gueye. Oltre l’aspetto umanitario, la sicurezza marittima e la salute ci sono tanti altri fattori di cui molto spesso non si parla.  Anche per Gueye infatti la parola chiave è “asilo”: “tutti quelli che sbarcano sono potenziali richiedenti asilo per il governo. “Magari c’è qualcuno che vuole chiedere asilo, ma molti arrivano perché, ad esempio, si trovavano in Libia per cercare lavoro o desiderano raggiungere l’Europa. Si tratta quindi di un’immigrazione economica” chiarisce Gueye. Il problema è che “ho trovato gente nelle strutture del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) totalmente ignara della procedura di manifestazione di volontà per la richiesta e del motivo per il quale si trovavano in quel posto”. E ancora presso il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (C.A.R.A.) di Mineo ci sono circa 4000 persone, “migranti sbarcati da poco tempo che però sono stati trasferiti in questa struttura”. Chi arriva, infatti, e non fa la richiesta da asilo, diventa clandestino e dunque può essere espulso dall’Italia motivo per il quale “tutti quelli che rimangano fanno richiesta di asilo alla fine” spiega Badou Gueye.

Di questi, però, pochi rimangono, “il loro obiettivo sono i Paesi del nord Europa come Svezia, Germania, Francia, Inghilterra, Austria e Svizzera. Alla maggior parte quindi non interessa avere un riconoscimento qui in Italia. Per questo “ultimamente molti siriani, eritrei e somali hanno deciso di non rilasciare le proprie impronte digitali” ricorda Gueye e il nostro paese è stato anche richiamato dall’Europa per questo motivo.

Se però l’Italia prende le impronte, in base al regolamento Dublino deve anche farsi carico del migrante. Ecco perché molte volte capita che dopo qualche mese in altri paesi “ce li ritroviamo di nuovo qui” dice Gueye. Ma “noi qui non ci vogliamo stare” dicono molti dei ragazzi che arrivano in Italia, così “appena sbarcati alcuni scappano, altri riescono a eludere la registrazione delle impronte e fanno richiesta direttamente in altri paesi” spiega.

Quanto a quelli che rimangono, i tempi di attesa per la richiesta di asilo a Catania (dove ci sono solo due commissioni, una a Trapani e una a Siracusa, che valutano se l’immigrato ha diritto ad una protezione o meno) sono di 14 mesi. Nel frattempo “i ragazzi” come li chiama Badou se “si trovano in un C.A.R.A. aspettano li, se si trovano in una struttura dello Sprar attendono, se sono fuori si devono arrangiare alla Caritas o altrove”. In questo periodo gli viene rilasciato un permesso di soggiorno di 3 mesi, che però non gli permette di lavorare, precisa Gueye. Ovviamente questo – data la lunga attesa – sarà rinnovato per altri 3 mesi e se la commissione non chiama prolungato di altri 6 mesi, ma con la possibilità di lavorare. Se dovesse scadere anche questo permesso si provvede a  rinnovarlo per altri 6 mesi fin quando, insomma, non si arriva davanti alla commissione che deciderà che protezione dare al migrante. Da qui si passa al permesso di soggiorno di 5 anni rinnovabile con il quale si può lavorare.   

Per i minori la storia non è diversa. L’inghippo piuttosto sorge al momento della dichiarazione dell’età: molti, infatti, hanno superato i 18 anni, ma dicono di essere minorenni e vengono portati nelle strutture ad hoc. Per loro l’attesa per la richiesta di asilo è di circa 6 mesi; il permesso di soggiorno come minore è valido fino ai 18 anni poi cambierà nel caso di lavoro, studio o disoccupazione. “Checché se ne dica l’Italia rispetta i diritti dei migranti” conclude Badou Gueye sottolineando come i migranti questo lo sappiano e che in alcuni casi si scappa anche da altri Paesi Ue in cui non vengono trattati bene. 

 

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