venerdì, Settembre 25

Verso lo scontro senza ritorno tra l’Etiopia e il Tigray? Se il Tigray scegliesse la via della secessione, si potrebbe creare una reazione a catena difficilmente controllabile che potrebbe portare alla balcanizzazione dell’Etiopia

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Il governo federale dell’Etiopia e la regione del Tigray si stanno avvicinando al confronto su un piano elettorale regionale controverso. Il Paese è già scosso da disordini e violenze sociali che hanno sfiorato la guerra civile, dopo l’omicidio del 29 giugno del musicista Hachalu Hundessa considerato un eroe popolare nella regione di Oromia, l’epicentro delle proteste iniziate nel 2014 che alla fine hanno portato al potere il Primo Ministro Abiy Ahmed nel 2018. Dopo aver sedato a fatica la ribellione Oromo, il governo ha proceduto ad arrestare 9.000 persone accusate di atti eversivi. Tra di loro, molti poliziotti Oromo sospettati di aver consegnato ai dimostranti armi e munizioni.

In contemporanea, si è aggravata la contrapposizione tra governo federale e autorità del Tigray a causa della eliminazione, abilmente pilotata dal Primo Ministro Abiy Hamed, del Tigray People’s Liberation Front (TPLF)  dal governo e dalle istituzioni statali che controllava dal 1991. Il TPLF è stato di fatto costretto ad uscire dalla coalizione di governo lo scorso gennaio. Da allora, tra i tigrini è covato un senso di rivalsa che ha portato alla decisione dello scorso giugno presa dal Consiglio di Stato del Tigray di tenere elezioni regionali il 9 settembre sfidando una sentenza federale che aveva cancellato le elezioni generali previste per il 29 agosto a causa dello scoppio della pandemia da COVID-19.

L’inizio della pandemia COVID-19 ha offerto al Primo Ministro l’occasione di rinviare le elezioni generali, approvando uno stato di emergenza di cinque mesi, aggiungendo complessità e tensione alla già fragile transizione democratica dell’Etiopia. A marzo, dopo la pandemia, il Consiglio elettorale nazionale dell’Etiopia ha abbandonato i preparativi per le elezioni generali che erano state fissate per il 29 agosto. In aprile il Parlamento (controllato dal Primo Ministro) ha approvato uno stato di emergenza di cinque mesiufficialmente per contenere la pandemia, in realtà per rinviare le elezioni.

Il 10 giugno, la Camera della Federazione, la Camera alta del Parlamento incaricata dell’interpretazione costituzionale e popolata da delegati dei consigli regionali, quasi tutti controllati dal Prosperity Party (il partito fondato dal Primo Ministro Abiy nel dicembre 2019), ha deciso che le elezioni si sarebbero tenute da nove a dodici mesi dopo che le autorità sanitarie avessero dichiarato che la fine della pandemia. Due giorni dopo, il Consiglio di Stato del Tigray, l’unico consiglio del genere in cui il Prosperity Party non domina, ha annunciato che avrebbe comunque proceduto alle elezioni regionali.

La polemica sui calendari elettorali arriva dopo che le voci dell’opposizione hanno espresso frustrazione per quello che vedono come un atto unilaterale del Primo Ministro nel determinare una sospensione ‘indefinita’ delle elezioni nazionali. I partiti dell’opposizione, in particolare quelli Oromo, si sono anche risentiti per essere stati esclusi dal processo decisionale del rinvio delle elezioni che ha comportato un’estensione del mandato di Abiy Ahmed.

Notare che il Prosperity Party ha ottenuto la maggioranza nel governo di coalizione EPRDF (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front) grazie all’espulsione (di fatto) del Tigray People’s Liberation Front e alla cooptazione,per opportunità politiche, nel nuovo partito di Abiy di vari parlamentari degli altri partiti della coalizione: Oromo Democratic Parti, Amhara Democratic Party e del Southern Ethiopian People’s Democratic Movement.

Di fatto, il Prosperity Party non ha ancora una robusta base popolare ed elettorale. Il rinvio dai 9 ai 12 mesi delle elezioni serve al Premier etiope per creare questa base. Visto che gli altri partiti, compreso il TPLF, sono esclusivamente etnici, il progetto politico di Abiy è quello di trasformare il Liberty Party nel primo partito nazionale inter etnico e inter religioso.

«In teoria, fa poca o nessuna differenza sostanziale per l’equilibrio di potere all’interno del Tigray se queste elezioni regionali si verificano o meno. Il partito al governo della regione del Tigray continuerebbe a governare anche se le elezioni fossero rinviate. Ma la questione se il Tigray possa legalmente tenere elezioni ha assunto un significato esistenziale per l’Etiopia. I funzionari del Tigray insistono sul fatto che è loro diritto costituzionale condurre le elezioni, affermando che la decisione federale di estendere i termini di tutti i governi regionali è illegale. I funzionari federali, nel frattempo, respingono l’interpretazione costituzionale del Tigray e quindi classificano le sue azioni come illegali», spiega Crisis Group.

Nonostante la giusta osservazione di Crisis Group, la disputa tra il governo federale del Primo Ministro e quello regionale del TPLF si basa su una lotta di potere tra le elite di Abiy e del Tigray e su reciproci odi. Al ’tradimento politico’ di Abiy (secondo la visione tigrina) sono seguite delle indagini federali su varie società collegate al TPLF che durante questi lunghi decenni di potere avevano usufruito di facilitazioni economiche grazie alla loro affiliazione politica. Dall’esonerazione delle tasse di importazione ad assegnazioni di lavori pubblici tramite gare d’appalto non trasparenti.

Durante gli scontri con gli Oromo, il Primo Ministro ha accusato il TPLF di essersi alleato con il movimento armato Oromo Liberation Front durante le recenti proteste popolari per rovesciare il governo. Un’accusa non basata su prove concrete ma su due obiettivi politici: screditare il TPLF e nascondere il fallimento politico di Abjy nel portare a buon termine i negoziati di pace con le milizie Oromo in guerra da oltre 30 anni.

Nonostante la recente dichiarazione di Abiy che si impegna a evitare il confronto militare o il taglio dei fondi federali al Tigray per la situazione di stallo elettorale, alti funzionari federali indicano che le elezioni nel Tigray potrebbero giustificare una serie di misure punitive contro la regione, che potrebbero portare allo scontro armato. Tali misure potrebbero anche indurre i leader del Tigray ad attivare clausole di secessione costituzionale in risposta a quella che vedono come una costante erosione dei loro diritti di autogoverno all’interno della federazione etiope.

Se il Tigray scegliesse la via della secessione, si potrebbe creare una reazione a catena difficilmente controllabile che potrebbe portare alla balcanizzazione dell’Etiopia. Le opposizioni Amhara e Oromo potrebbero arrivare alla conclusione che il governo federale impedisce un reale confronto democratico e preferire la scelta di Stati del tutto indipendenti. L’Etiopia rischia uno scoppio della guerra civile avente le stesse dinamiche ed atrocità del conflitto Iugoslavo degli anni Novanta.

In questa pericolosa fase, occorrerebbe il dialogo politico capace di ripristinare la tormentata transizione democratica dell’Etiopia e di appianare le aspre divisioni sia religiose che etniche. Un dialogo nazionale facilitato dalla mediazione super partis dell’Unione Africana. Purtroppo queste due condizioni sembrano difficili da attuare. Il Primo Ministro e i suoi collaboratori si stanno dimostrando poco entusiasti ad aprire un dialogo con il TPLF e i partiti di opposizione Amhara e Oromo in quanto sono convinti che questi partiti abbiano già avuto opportunità senza precedenti di esprimere le proprie lamentele dal 2018.

Storicamente i governi etiopi non hanno mai tollerato alcun intervento e mediazione esterna. Il Primo Ministro Abiy non fa eccezione. Infatti considera ogni mediazione di paesi stranieri come una diretta ingerenza esterna negli affari interni del Paese. L’attuale presidente dell’Unione Africana (il Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa) ha il difficile compito di persuadere le parti in conflitto a ragionare ed aprire un dialogo nazionale prima che gli avvenimenti degenerino in una serie di secessioni e guerre civili.

Rapporti sempre più tesi tra Addis Abeba e Mekelle, la capitale del Tigray, colorano così la disputa elettorale. Di per sé, se il governo del Tigray annullasse le elezioni per il suo consiglio di stato, non avrebbe importanza per l’equilibrio di potere regionale, poiché il TPLF continuerebbe a controllare l’amministrazione regionale. Né Addis Abeba perderebbe materialmente se consentisse alle elezioni di andare avanti: il TPLF vincerebbe e continuerebbe a governare.

Il fatto che entrambe le parti abbiano mantenuto le loro posizioni sulle elezioni ha meno a che fare con i sondaggi stessi che con questioni più ampie di potere. Per i leader del Tigray, si tratta di resistere all’erosione dell’autonomia regionale concessa dalla costituzione. Sono determinati a fermare qualsiasi cambiamento di questo tipo perché loro, e altri sostenitori del federalismo etnico, sospettano che Abiycerchi di centralizzare il potere ad Addis nel tempo. Per il governo federale e per gli oppositori del TPLF, si tratta della sfacciata sfida del Tigray all’autorità federale. Cedere significherebbe erodere senza possibilità di rimedi l’autorevolezza del Governo Federale di gestire il Paese.

Lo spettro del conflitto?

La prospettiva di un imminente conflitto armato, che si profilacome una potenziale reazione a un voto del Tigray, rimane incerta. La recente dichiarazione di Abiy che esclude l’intervento militare ha sicuramente aiutato a calmare le acque. Ci sono anche buone ragioni per cui il governo federale esiterebbe prima di inviare truppe in Tigray. L’esercito è in difficoltà, affrontando grandi sfide interne, in particolare in Oromia, dove ribolle un’insurrezione, e nella regione multietnica delle Nazioni Meridionali dove i gruppi chiedono la propria autonomia regionale. Inoltre, sono aumentate le tensioni con l’Egitto e il Sudan a causa della disputa sul Nilo. Con tutte queste altre preoccupazioni, è difficile immaginare che l’esercito federale possa affrontare a cuor leggero le forze di sicurezza del Tigray – che Mekelle ha notevolmente rafforzato nell’ultimo anno, allarmando i funzionari federali.

Da parte sua, Mekelle sembra fiduciosa nelle sue capacità militari, affermando che le sue misure di sicurezza sono difensive. Il 20 luglio, il presidente del TPLF Debretsion Gebremichael ha dichiarato: «I preparativi di difesa territoriale mirano a mettere in massima allerta la nostra gente. Il conflitto politico ha raggiunto il suo limite estremo diventando a tutti gli effetti una guerra senza proiettili. Il popolo tigrino deve essere pronto a fronteggiare ogni evenienza, compresa una guerra con i proiettili».

Al momento attuale il governo federale sembra intenzionato ad utilizzare misure legali e amministrative ‘soft’ nella speranza di controllare i tigrini evitando lo scontro armato. A fine luglio le forze di sicurezza federali hanno arrestato due funzionari del TPLF accusati di aiutare il terrorismo. L’Autorità radiotelevisiva etiope ha anche cercato di togliere la televisione di stato del Tigray dalle onde radio per presunti disordini. Alcuni funzionari del Tigray temono che le autorità federali possano anche interrompere i servizi di alimentazione e di telecomunicazione nella regione. Sebbene qualsiasi azione del genere sarebbe certamente preferibile all’intervento armato, tuttavia alimenterebbe la rabbia dei Tigrini e approfondirebbe il divario tra Addis Abeba e Mekelle.

«Il governo federale e quello del Tigray stanno giocando alla roulette russa. Sono intrappolati nelle loro stesse divisioni politiche ed etniche e la profondità del malessere impedisce di aprire un dialogo. Si è sul baratro di un conflitto che aggraverà la crisi cronica che il Paese deve affrontare se entrambe le parti a tutto campo non fanno un passo indietro. Ad esempio, se il Tigray a un certo punto dovesse innescare disposizioni costituzionali sulla secessione, non solo alimenterebbe ulteriormente le tensioni tra Addis Abeba e Mekelle, ma potrebbe anche degenerare rapidamente in un conflitto con la vicina regione dell’Amhara, poiché molti Amhara rivendicano una parte del territorio che ora fa parte del Tigray . Il governo federale potrebbe voler evitare l’intervento militare, ma una resa dei conti Tigray-Amharaprobabilmente lo trascinerebbe dentro», riferisce a CrisisGroup un osservatore regionale.

Un confitto nel conflitto tra Amhara e Tigray diventa sempre più probabile. I leader del TPLF ritengono che Abiy abbia chiesto a Temesgen Tiruneh, Presidente di Amhara ed ex consigliere per la sicurezza nazionale di Abiy, di “dichiarare letteralmente guerra” alla loro regione. Un’accusa priva di prove. Temesgen ha etichettato come “cospirazione politica” i rumori che la sua regione intenda recuperare le terre annesse al Tigray.  Eppure milizie Amhara anti tigrine sorte dal nulla in questi due ultimi mesi stanno attuando dei blocchi stradali sulle principali strade tra Addis Abnaba e Mekelle senza che le autorità federali siano energicamente intervenute per assicurare la libera circolazione di persone e merci.

Inutile dire che uno scontro militare sarebbe catastrofico. Finora, le forze armate sono rimaste unite, ma un’improvvisa esplosione di combattimenti che coinvolgessero il Tigray e le autorità federali, o Tigray e Amhara, potrebbe annullare la coesione militare. Gli ufficiali del Tigray occupano posizioni in tutte le forze armate in diverse parti del paese. Alcuni potrebbero dimostrarsi più fedeli alla loro regione che alle autorità federali. Gli elementi del Tigray sono presenti anche nel loro stato d’origine nel nord, dove potrebbero avere maggiori probabilità di rompersi e unirsi alle forze regionali del Tigray.

L’ostilità tra il governo federale e il Tigray potrebbe anche avere implicazioni regionali. Sta già compromettendo l’accordo di pace dell’Etiopia con l’Eritrea. La maggioranza del popolo tigrino è convinto che la pace equivalga a un’alleanza tra Addis Abeba e Asmara contro il TPLF. Dopo aver inizialmente accolto con favore il disgelo del 2018 con il loro vicino, i leader del TPLF hanno duramente criticato i termini della pace, sostenendo che il presidente eritreo Isaias Afwerki sia motivato dall’inimicizia anti-TPLF derivante in parte dalla devastante guerra tra Etiopia ed Eritrea del 1998-2000, quando il TPLF era al timone della coalizione EPRDF dell’Etiopia.

Il confine internazionale dell’Eritrea, che confina principalmente con il Tigray dal lato etiope, rimane fortemente militarizzato. Alcuni simpatizzanti del TPLF temono che le autorità federali etiopi possano, in determinate circostanze, allearsi con le forze eritree per invadere su due fronti la regione del Tigray in caso di secessione. A sua volta il governo federale sospetta che il TPLF stia cercando l’appoggio di Egitto e Sudan in contemporanea con una presunta alleanza politica e militare con gli Oromo. Tutti questi sospetti rafforzano gli intrighi di palazzo e la reciproca diffidenza. Se la situazione non viene bloccata ora, i rischi di una ‘guerra Iugoslava’ in Etiopia diventeranno sempre più reali nei prossimi mesi.

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