sabato, Gennaio 19

Verso il voto del Parlamento inglese sulla Brexit: quali gli scenari? Intervista a Edoardo Bressanelli, Senior Lecturer in European Politics al King’s College di Londra

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Dopo il rinvio in extremis dello scorso 10 dicembre, l’accordo sulla Brexit arriverà alla Camera dei Comuni per il voto finale il prossimo martedì 15 gennaio, termine non più rinviabile per il governo di Theresa May. Il mese trascorso ha visto la premier britannica impegnata in una corsa contro il tempo per portare dalla sua parte un numero sufficiente di deputati tories ribelli, gli stessi che avevano presentato la mozione di sfiducia al primo ministro, insieme ai voti decisivi del ‘Democratic Unionist Party’ dell’Irlanda del Nord, risolutamente contrari alla bozza di accordo negoziato con l’Unione europea, il withdrawal agreement. Sul tavolo delle trattative fra Westminster e Bruxelles rimangono i principali nodi del deal per una Brexit ordinata: la definizione di una fase transitoria fino a Dicembre 2020 che manterrebbe il Regno Unito nell’unione doganale e in parte del mercato comune europei privando però la prima di ogni voce in capitolo; la durata e prorogabilità di tale fase in vista della negoziazione di un nuovo accordo commerciale internazionale, e infine i termini dell’accordo per evitare di innalzare una frontiera fra repubblica irlandese e Irlanda del Nord.

Questo ultimo punto è al centro delle preoccupazioni degli unionisti nordirlandesi: l’accordo infatti prevede l’allineamento dell’Irlanda del nord alle regole del mercato comune in caso di mancata definizione di un nuovo regime di cooperazione entro il 2020. Una clausola di salvaguardia (backstop) per scongiurare appunto un hard border in Irlanda, ma che rappresenta allo stesso tempo una potenziale minaccia futura all’integrità territoriale del Regno Unito, dal momento che includerebbe l’Irlanda del Nord in un regime speciale interno al mercato comune europeo, con il relativo rischio di una nuova frontiera in mare che divida Belfast dalla Gran Bretagna. Da Bruxelles non sono formalmente arrivate nuove aperture alle richieste inglesi di rassicurazioni sul piano politico e legale relative ai termini e alle condizioni dell’eventuale backstop, considerate necessari dai parlamentari conservatori brexiters per poter sostenere l’accordo della May. Intanto il voto a Westminster si avvicina e con lui la data ultima del 29 marzo 2019 per la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Quali gli scenari del voto finale sulla Brexit? Ne abbiamo parlato con Edoardo Bressanelli, Senior Lecturer al King’s College di Londra.

 

Cosa è cambiato in questo ultimo mese sui numeri e sugli equilibri interni al Parlamento inglese?

Da quello che sappiamo è cambiato ben poco. La situazione odierna rispecchia in tutto e per tutto quella da ci eravamo lasciati lo scorso 10 dicembre. Per quello che ne sappiamo ovviamente. In questo mese la May ha avuto contatti bilaterali con diversi leader europei e con Juncker. Quello che la May se i leader europei stanno cercare di ottenere, in zona più che Cesarini, è chiaramente quello di portare un adeguato numero di parlamentari dalla loro parti, dando delle rassicurazioni politiche e legali. Il tema cruciale è sempre quello del back stop: la soluzione prospettata dall’Unione europea per evitare la reintroduzione di un hard border fra Irlanda e Irlanda del nord nel caso di una Brexit senza accordo. Di quali natura siano queste rassicurazioni e se esse possano effettivamente consentire alla May di vincere un voto parlamentare che al momento pare davvero difficile superabile? Per il DUP, il partito unionista nord- irlandese, devono essere rassicurazioni forti: potrebbe non bastare una lettera in cui si precisino meglio i contorni del back stop e soprattutto la non volontà dell’Unione europea di legare a sé, in una sorta di unione doganale, il Regno Unito dopo la Brexit. Vogliono rassicurazioni sul piano legale, ovvero la possibilità unilaterale per il Regno Unito di uscire dalle disposizioni transitorie previste. Una dichiarazione politica e una lettera di intenti sembrerebbe essere ciò che l’Unione europea al momento è disposta a concedere e anche quello che Theresa May si aspetta prima del voto del prossimo martedì per convincere sia il DUP, sia un buon numero di conservatori contrari all’accordo, a sostenerla nel voto.

La premier May avrà questa volta i voti necessari a far approvare l’accordo negoziato con Bruxelles?

Sembra molto complicato che ciò accada. Il DUP ha ribadito la sua richiesta per supportare il governo May: l’impegno legale e non meramente politico, perché quest’ultimo è già contenuto nel withdrawal agreement e a loro non basta affatto. Stesso discorso vale per i più radicali brexiters fra i Tories. Come dicevo prima, a meno che le trattative in questo mese siano state più avanzate di quanto non traspaia, le chances che la situazione sia migliorata rispetto al 10 dicembre sembrano piuttosto basse.

Nelle ultime settimane Corbyn ha respinto l’ipotesi di un secondo referendum sulla Brexit, ma i malumori all’interno dell’ala ‘europeista’ del suo partito non sembrano placarsi. C’è il rischio che il Labour arrivi al voto di martedì prossimo diviso al suo interno? Quali i rischi e gli scenari per il Labour di Corbyn nel voto sulla Brexit?

Partendo dal partito labourista in sé, senza per il momento riferirci al voto di martedì 15 gennaio, è evidente che Corbyn si trova a dover gestire una politica dei due forni, per così dire. Da una parte ha una fortissima pressione da parte di coloro che vogliono un nuovo people’s vote, tra cui molti suoi parlamentari, quindi un ritorno al referendum per sciogliere il nodo gordiano della Brexit; dall’altra ha una cospicua se non maggioritaria componente del suo elettorato di riferimento nelle midlands e nelle regioni industriali del nord che hanno votato Brexit. Chiaramente questo elettorato tende a guardare a Corbyn per le posizioni di natura economico-sociale e sarebbe quantomeno deluso da un dietrofront sulla Brexit: per il Labour sarebbe un rischio forte a livello elettorale – tradire le loro aspettative. Quindi Corbyn si trova in una situazione oggettivamente complicata, perché ha delle constituencies che chiaramente propendono per la Brexit e addirittura vorrebbero una Brexit dura – non dimentichiamo che si tratta di voti che, come si diceva nel 2015 e nel 2017, potevano passare allo UKIP. Tornare alle urne e abbracciare una posizione tout court “remain” sarebbe davvero estremamente rischioso. Quello che ha fatto Corbyn e che gli ha consentito finora quantomeno di navigare nelle turbolente acque di Brexit, seppure non trovando il plauso di chi voleva una posizione chiara e decisa, è stato quello di muoversi a tratti ambiguamente fra le due posizioni, definendo una Brexit a tappe. Il Labour party adesso è contro il deal negoziato dalla May: laddove il Parlamento bocciasse questo accordo a quel punto ci sarebbero varie possibilità. Il portavoce di Corbyn ha dichiarato ieri che ci sarebbe una mozione di sfiducia nei confronti della primo ministro. L’opzione preferita da Corbyn a quel punto sarebbe di andare al voto. Sappiamo però che sarebbe uno scenario estremamente complicato, perché non basta sfiduciare la primo ministro, ma è necessaria una maggioranza qualificata per andare alle urne, come quella che chiese la May nel 2017 ed ottenne, con i voti dell’opposizione, anche se quella scelta si sarebbe poi rivelata controproducente per lei. La strada è quindi molto stretta. Se la primo ministro perdesse in questo voto e non avesse più una maggioranza potrebbe essere ancora lei a tornare a Bruxelles e a chiedere di rinegoziare l’accordo o potrebbe dimettersi. Il suo partito non può più sfiduciarla, perché recentemente la May ha superato una mozione di sfiducia da parte del suo stesso partito. Se quindi si dimettesse un nuovo leader potrebbe cercare un accordo alternativo con Bruxelles. Infine si potrebbe arrivare all’opzione del no deal.

Arriviamo così alla grande questione: cosa succede in caso di no deal? A suo avviso vi sarebbe davvero un 50% di possibilità di un secondo referendum, come ha sostenuto recentemente l’ex primo ministro Blair?

Difficile da dirlo, visto che le opzioni a disposizione, anche per la stessa opposizione Labour, sono molto scarse, come ho detto. Su alcune opzioni anche questa avrebbe bisogno del sostegno della maggioranza. Il no deal da un certo punto di vista sarebbe più facile da gestire di un secondo referendum per come stanno le cose adesso. La ragione è formale. Il no deal è l’opzione di default nel momento in cui venga rigettato l’accordo negoziato da Theresa May e si arrivi alla scadenza naturale dei termini previsti, quindi il prossimo 29 marzo, senza che nei prossimi due mesi vengano prese altre azioni. Ad esempio si potrebbe ottenere una proroga del termini dell’articolo 50 del Trattato con l’accordo dei leader europei. Il governo inglese potrebbe unilateralmente revocare l’articolo 50, cosa che secondo un recente giudizio della Corte possibile, ma politicamente evidentemente molto costoso. Per quanto riguarda il referendum: ovviamente è un tema all’ordine del giorno nel dibattito pubblico. Il problema è che per avere il referendum bisogno avere una legge approvata dalla Camera dei Comuni che lo disponga, con tutte le procedure elettorali relative: non sono cose che si fanno dal giorno alla notte. Quando nel 2015 dopo le elezioni divenne realtà il fatto di indire un referendum sulla Brexit, lo Europe referendum Act trovò un percorso parlamentare estremamente accidentato e lungo. Sia i tempi tecnici che la natura sostanziale sono questioni non definite e non definibili nel  brevissimo periodo. Quindi sì, è indubbiamente una possibilità, ma che per essere implementata abbisogna di tempi tecnici che in questo momento non sembrano essere possibili, stante le deadline attuali.  

Quali le possibili conseguenze di una hard Brexit per il Regno Unito e per l’Unione europea?

Ci sono una serie di scenari. Il punto da cui partire è che si tratta di un unicum, per cui è difficile fare previsioni attendibili. Vi sono una serie di studi che tratteggiano vari scenari in un contesto di estrema incertezza. Qualora avvenisse l’hard Brexit chiaramente non avrebbe luogo in un vuoto pneumatico, ma bisogna tenere conto di molte altre variabili internazionali e geopolitiche. Hard Brexit fondamentale significa che il libero scambio e il commercio fra Regno Unito ed Europa si va sui cosiddetti WTO terms (le regole prevista dall’Organizzazione mondiale del commercio). Le regole del WTO a quel punto definirebbero la disciplina degli scambi e delle relazioni commerciali fra Gran Bretagna e Unione europea. Ora, questa sarebbe l’opzione nel breve periodo: è interesse di entrambe le parti negoziare un nuovo accordo di libero scambio che definisca meglio le condizioni e regole degli scambi commerciali. In questo senso l’opzione no deal non è così diversa, per quanto possa sembrare paradossale, dall’approvazione dell’accordo negoziato dalla May. In entrambi i casi vi sarebbe l’esigenza poi di definire i nuovi rapporti futuri. Quello che cambia davvero è lo scenario nel brevissimo periodo. Con l’opzione accordo si avrà un periodo di transizione che durerà fino al 31 dicembre 2020 che sancisce fondamentalmente lo status quo, ivi conclusa libertà i movimento, custom union, mercato comune: tutto resta così come è adesso, più o meno, almeno fino 2020. In questo periodo ci si impegna a negoziare un trattato sui rapporti commerciali futuri, come nella dichiarazione che si accompagna al withdrawal agreement. Questa negoziazione evidentemente vi sarebbe anche nel caso di no deal: non è che in questo ultimo scenario la Gran Bretagna possa escludere del tutto il rapporto con l’Europa. Dall’aprile 2019 la differenza sarebbe sullo short term con problemi, nel caso di mancato accordo, legati a una serie di questioni: dai diritti di proprietà intellettuale, allo status dei cittadini britannici in Unione europea e vice versa, dai controlli doganali e così via.   

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