martedì, Marzo 26

Verdi alla riscossa, in difesa dell’Unione Europea «Per la prima volta nella storia delle elezioni dirette del Parlamento Europeo, i Verdi potrebbero giocare un ruolo determinante»

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«Il congresso dei Verdi Europei che si sta tenendo in questi giorni a Berlino ha eletto poche ore fa Ska Keller e Bas Eickout come candidati dei Verdi Europei alla Commissione UE per le prossime elezioni Europee del maggio 2019. Ci sembra un’ottima scelta, che rispetta uno dei punti fondanti dei Verdi in ogni parte del mondo: la valorizzazione della differenza. A loro l’augurio di tutti gli ecologisti italiani perché, con la loro guida, l’Onda Verde che sta soffiando in molte parti del continente a maggio soffi forte in tutta Europa, anche in Italia». Con questa nota i coordinatori dell’esecutivo dei Verdi Luana Zanella e Gianluca Carrabs hanno reso noti due giorni fa i nomi dei candidati dei Verdi alla Commissione europea, annunciando che «la nostra Assemblea Nazionale che si terrà a Chianciano l’1 e 2 dicembre, alla quale Bas Eickout ha assicurato la presenza, sarà un momento fondamentale per il rilancio, anche in Italia, di un progetto ecologista, femminista solidale ed europeista». In questa sede, peraltro, saranno eletti la nuova Portavoce e il nuovo Portavoce nazionali per i prossimi due anni.

Dello stesso tenore entusiasta erano state le parole che i due coordinatori avevano usato, a metà ottobre, per commentare un sondaggio commissionato dalla Federazione dei Verdi italiani dal quale emergeva che il 13% degli intervistati, abitanti nel Belpaese, avrebbe votato Verdi sicuramente (4%) o probabilmente (9%) alle prossime elezioni Europee di maggio 2019. «Il sondaggio» – avevano spiegato Luana Zanella e Gianluca Carrabs – «ci spinge a lavorare con più entusiasmo per un progetto politico ecologista che partendo dal tema dei cambiamenti climatici si impegni per affrontare in maniera decisa questi argomenti, o piuttosto necessità, che ormai sono sentiti da tantissime cittadine e cittadini».

Certamente, molta influenza sull’esito del sondaggio aveva avuto il voto che si era tenuto, qualche giorno prima, nella ricca Baviera (e poi in Assia) dove proprio i Grünen erano stati la rivelazione, con un balzo che li aveva visti raddoppiare i consensi conquistati nel 2013 (8,6%), superando il 17% tanto da diventare la seconda forza in Parlamento. A votarli, in maggior misura, cittadini giovani, di sesso femminile e di alta istruzione. «Abbiamo raggiunto un risultato storico», la Baviera sceglie di puntare su «coraggio, fiducia, passione, chiedendo un governo che risolva i problemi invece di provocarli», aveva esultato la vera vincitrice di questa competizione, la numero uno dei Verdi bavaresi, Katharina Schulze. È chiaro che gli elettori «chiedono che non si vada avanti così», «è un segnale che i bavaresi non ci stanno con la politica dell’esclusione», aveva aggiunto il leader federale del partito Robert Habeck, spiegando come «molte persone non si sentono più rappresentate dalla politica della Baviera. L’incarico del cambiamento a partire da questa stessa sera deve essere esplorato con gli altri partiti».

A premiarli, Innanzitutto, la coerenza: «Siamo l’unico partito che non continua a fare zig zag da un giorno all’altro» aveva sottolineato la co-leader del partito in Baviera, precisando che «chi corre dietro alla destra perde. Al contrario, chi sostiene la libertà, l’uguaglianza e lo Stato di diritto vince». D’altra parte, si erano presentati con un programma di governo definito e pragmatico, senza inseguire, ad esempio, come ha fatto invece la CSU, l’estrema destra sul terreno dell’immigrazione; l’ambiente e l’ecologia, ancor più in seguito allo scoppio dello scandalo ‘dieselgate’, sono diventati temi verso cui si assiste ad un aumento della sensibilità; ed anche in campo economico, si caratterizzano per l’essere moderati e liberali. In occasione del voto in Baviera e in Assia, il collasso della socialdemocrazia, erosa sia a livello nazionale – soprattutto dopo anni di coalizione con la CDU – che globale, li ha favoriti, ma sono stati in grado di intercettare anche quella parte dell’elettorato cattolico che si è rifiutata di votare per l’Unione Cristiano sociale (CSU) all’inseguimento dell’’Alternative Fur Deutschland’ (AfD) sul terreno dell’immigrazione, facendo molto leva su un concetto di ‘heimat’ inteso in senso ecologista quale conservazione dell’ambiente patrio. Il medesimo schema si è poi riproposto, due settimane dopo, al voto in Assia dove i Verdi hanno conquistano il 19,8%, in crescita rispetto al 2013 quando avevano ottenuto l’11,1%. 

A fronte di questi elementi, molti hanno sostenuto e sostengono tuttora che i Verdi tedeschi siano un’eccezione data dalla lunga tradizione in territorio teutonico. È innegabile che sia quasi un caso unico se, fa notare il New York Times, «nati come un piccolo movimento di protesta ambientale nel 1979, sono diventati il secondo più popolare della Germania», mettendo in difficoltà anche la Cancelliera Angela Merkel che, dopo il voto in Assia, ha rinunciato a ricandidarsi alla Presidenza della CDU e alle prossime elezioni politiche. Secondo una recente rilevazione, infatti, i Grünen, a livello nazionale, attualmente, potrebbero vantare il 21% dei consensi (alle politiche 2017 erano al 9%), solo 4 punti percentuali in meno della CDU, in calo di ben 13 punti rispetto all’anno scorso. Il noto quotidiano americano, dunque, li identifica come una forza in grado di «complicare la narrativa dell’Europa tendente all’estrema destra».

Ma dalle famose scarpe da ginnastica di Joschka Fischer, primo esponente dei Verdi a divenire Ministro, di strada ne hanno fatta prima di diventare l’‘l’alternativa all’Alternativa (AfD)’. Non si presentano più come forza anti-sistema visto che, dalla loro nascita, il partito è andato evolvendosi grazie all’ impegno civico e sul territorio, sono giunti al governo di ben 9 land su 16, entrando a far parte di diverse tipologie di coalizione. In Assia, Tarek Al-Wazir, figlio di un immigrato yemenita ed esponente di spicco dei Verdi, è ora Vice ministro presidente (ruolo che ha già ricoperto negli ultimi 4 anni) e svetta nelle classifiche di gradimento dello Stato. Solo in Baden-Württemberg, i Verdi che governano con l’SPD, dal 2011, esprimono il Ministerpresident, Winfried Kretschmann. Quest’ultimo, ricorda il New York Times, così come Joschka Fischer hanno più volte sostenuto che il segreto del successo dei Grünen è l’imparato a fare politica al ‘centro’: sono antisovranisti e antiliberali, contrastano le posizioni razziste e xenofobe dell’AfD, offrono una visione dello sviluppo sostenibile, alternativa al capitalismo e fondata su un’istanza di giustizia sociale e di pacifismo molto diversa da quella avanzata dalla sinistra anche più estrema come la Linke. «Il sociale e il verde sono due facce della stessa medaglia» ha più volte ripetuto la neo-candidata dei Verdi alla guida della Commissione europea, Ska Keller, già co-presidente tedesca dei Verdi al Parlamento europeo.

Del resto, come dimostrato in Baviera e Assia, il realismo e il pragmatismo, nel corso degli anni, hanno prevalso sull’integralismo e sull’estremismo. Il che, nel contesto di una forte contrapposizione chiusura-apertura o sovranisti-europeisti, potrebbe rendere questa ascesa ben più duratura. «Siamo gli anti-populisti», ha affermato Robert Habeck, il co-leader del partito e la stessa Katharina Shulze, ad urne bavaresi chiuse, aveva manifestato la volontà di fare da argine alla deriva populista e sovranista dilagante in Europa e rappresentata da Viktor Orbàn e Matteo Salvini.

E’ evidente, quindi, che lo sfondo politico non è più solo la Germania e che i Verdi non sono più un partito monotematico come è stato appurato in questi giorni, durante il Congresso di tre giorni a Berlino, dove è stato redatto il Manifesto dei Verdi europei nel quale, oltre al clima e all’ambiente, hanno trovato ampio spazio, corroborati da una forte carica europeista, la difesa della democrazia, della libertà, dello stato di diritto, la tolleranza nei confronti dell’ immigrazione, la lotta alle disuguaglianze, per la parità di genere e contro la violenza sulle donne. «Abbiamo bisogno di candidati forti e carismatici alle europee» ha auspicato la leader dei Verdi tedeschi Annalena Baerbock, in quanto «i politici in Europa non hanno più il coraggio di prendere decisioni forti. Sono bloccati sulla crisi finanziaria e sul populismo».

In particolare, ha puntualizzato Baerbock, «l’Europa ha bisogno di più investimenti nella difesa, nel digitale e allora serve un budget europeo più grande» perché solidarietà vuol dire che «i Paesi più forti pagano di più, quelli più deboli pagano di meno» e «la Germania» – secondo la neo-candidata dei Verdi alla guida della Commissione europea, Ska Keller, già co-presidente tedesca dei Grünen al Parlamento europeo – «ha un potenziale enorme, potrebbe fare molti più investimenti e non sta facendo abbastanza».

Nel Manifesto, i Verdi si dicono favorevoli ad alcune proposte di riforma dell’Unione Europea: tra queste,  un’unione bancaria unitamente ad una garanzia unica sui depositi; una Banca centrale europea con uno statuto riformato in grado di fungere da prestatore di ultima istanza ed aiutare, qualora ci fosse necessità, singoli Stati in difficoltà; gli ‘eurobond’ atti a finanziare progetti di interesse comunitario; revisione e riforma del Fiscal Compact e del Fondo salva-Stati Esm, nell’ottica della sostenibilità; un grande budget europeo con rilevanti capacità di stabilizzazione sia all’interno sia all’esterno dell’area euro.

Ovviamente, l’impegno è per un’economia europea sempre più green, all’insegna dell’Accordo di Parigi del 2015: ciò significa scommettere sull’energia rinnovabile, ripensando l’intero comparto industriale e quello agricolo, oltre che sulle piccole e medie imprese, con una tassazione più elevata ed equa sulle grandi multinazionali, soprattutto i giganti del web. Al contempo, l’attenzione all’ambiente impone una riduzione dell’inquinamento, favorendo il trasporto ferroviario. Grande attenzione alla povertà che, stando al Manifesto dei Verdi, dovrebbe essere combattuta mediante un reddito minimo garantito a livello europeo. A queste proposte di carattere economico, si affiancano quelle di stampo più marcatamente politico, volte a rendere più cristalline le decisioni di Bruxelles, conferendo maggiori poteri al Parlamento.

In questo senso, i Verdi vorrebbero andare oltre il piano, promosso da Macron e Merkel ed illustrato qualche giorno fa a Bruxelles, che, al posto di un bilancio separato, prevede un fondo che avente come obiettivo la promozione della convergenza fra politiche economiche e l’incentivazione di programmi di riforma attraverso il co-finanziamento di progetti di investimenti in sviluppo e ricerca. Il budget, la cui gestione sarebbe affidata ai governi della zona euro (sulla scorta di quanto stabilito annualmente dall’Eurogruppo), sarebbe, però, destinato in modo esclusivo agli Stati dell’eurozona e finanziato sia attraverso il contributo costante dei Paesi partecipanti sia mediante risorse derivanti da entrate comuni. L’accesso al budget sarebbe subordinato alla presentazione da parte dei Paesi dell’eurozona di programmi a breve termine da vagliare con gli altri Paesi e da sottoporre all’approvazione della Commissione. Ovviamente le politiche perseguite non possono divergere dagli obblighi previsti dal sistema di coordinamento europeo delle politiche economiche. Essendo parte integrante del bilancio europeo, la proposta di istituzione del budget sarebbe comunque sottoposta al voto dei 27 Stati membri del Consiglio. 

«Serve un’Europa più forte per fronteggiare la prossima crisi», ha ribadito Bas Eickhout, il neo-candidato olandese dei Verdi alla guida della Commissione europea, che è convinto che solo con «risposte concrete riusciremo a prendere voti» perché «non è una questione di sì all’Europa o no all’Europa unita, ma piuttosto dobbiamo domandarci qual’ è l’Europa che vogliamo». «Siamo sotto attacco, l’attacco della destra estrema che sta minacciando i valori e i principi basilari sui quali è stata costruita l’Europa» ha rilanciato l’altra neo-candidata Ska Keller, secondo cui è «il momento di scendere in piazza e difendere la democrazia e lo stato di diritto».

Il modello dei Verdi tedeschi può essere esportato, magari in Italia? A questa domanda, ha provato a rispondere uno studio realizzato dai ricercatori del Manifesto Project che hanno esaminato gli esiti elettorali di innumerevoli partiti nel corso degli anni. Alle elezioni italiane del 4 marzo, nessun partito ‘verde’ è riuscito a far eleggere un proprio rappresentante in Parlamento, tuttavia l’Italia non è un caso unico. Anzi. E l’analisi ha tentato di indagare le cause del successo di alcuni partiti verdi, guardando, ad esempio, al loro programma elettorale, alle loro dichiarazioni in temi ambientalisti, economici, ecc. I verdi italiani, a differenza di quelli tedeschi, sono risultati fra quelli che con più frequenza, nel loro programma, fanno riferimento a istanze ecologiste, a posizioni tiepidamente europeiste e pacifiste. Se l’europeismo dei Verdi italiani è andato lentamente opacizzandosi, quello dei Verdi tedeschi non è mai stato così brillante come oggi.

«Dopo il nostro Congresso a Berlino siamo pronti a condurre una campagna europea visibile e competitiva in tutta Europa, Italia inclusa» ha tenuto a precisare Monica Frassoni, co-presidente dei Verdi Europei, chiarendo come «per la prima volta nella storia delle elezioni dirette del Parlamento Europeo, i Verdi potrebbero giocare un ruolo determinante nella definizione delle maggioranze, con i temi legati alla lotta ai cambiamenti climatici e a un’Europa unita e democratica». Un’ impressione che trova riscontro nei sondaggi per le europee che danno i Verdi attorno al 20% dei voti, quando cinque anni fa erano al 6,7%. Ecco che la combinazione di «tema ambiente e leader donna» che per Francesco Rutelli, già sindaco di Roma e figura autorevole del centrosinistra italiano, ha fatto volare i Verdi bavaresi, potrebbe essere nuovamente la mossa vincente. Questa volta per difendere l’Europa dall’assedio sovranista.

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