giovedì, Aprile 25

Venti di guerra fra Washington e Teheran?

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La visita di Donald Trump a Riyadh lo scorso maggio sembra avere dato una scossa agli equilibri tradizionalmente instabili del Golfo Persico. L’attivismo che da tempo marca la politica saudita nella regione si è accentuato, con il rilancio dell’ostilità verso l’Iran e il tentativo di isolare il Qatar, progressivamente emerso come potenziale competitor per la sua vicinanza alla Fratellanza musulmana. La riforma della linea di successione al trono ha rafforzato la posizione dell’ottantunenne re Salman (già potente Ministro della difesa negli anni regno del fratellastro Abdallah) e ha consolidato la presa dei suoi familiari più stretti sulla politica nazionale. Un’Arabia Saudita più assertiva rischia, tuttavia, di avere conseguenze sulla sicurezza e la stabilità in una regione che si estende dal Golfo al Mar Rosso, oltre che su una Penisola Arabica in cui Riyadh è impegnata da anni nel tentativo di affermare la sua egemonia. Davanti a questa possibilità, la politica USA appare oggi, nella migliore delle ipotesi, incerta. Se il viaggio di Trump a Riyadh ha in qualche modo legittimato le ambizioni saudite, esso non sembra, infatti, avere rafforzato le posizioni di Washington, che al contrario pare avere perso buona parte degli spazi d’azione che le erano stati procurati dalla politica obamiana di riavvicinamento all’Iran.

Proprio il rapporto con la Repubblica Islamica è uno degli aspetti più controversi della politica mediorientale di Trump. Con l’arrivo alla Casa Bianca del tycoon newyorkese, nelle relazioni fra Washington e Teheran si è avuto il ritorno di una retorica incendiaria che le aperture degli ultimi anni avevano fatto sempre scomparsa. L’avvicinamento alle posizioni saudite ha rafforzato l’identificazione dell’Iran da parte dell’amministrazione con uno Stato ‘sponsor del terrorismo internazionale’ mentre sono circolate voci (anche se non molto credibili) sulla volontà dei ‘falchi’ di Washington di giungere al confronto armato con quello che è tornato ad esser presentato come il proprio arci-rivale. Nei fatti la situazione è forse più sfumata. Nonostante le critiche e le riserve, il processo avviato con il nuclear deal del 2015 prosegue, a riprova di come, in realtà, il cambio di retorica e il riavvicinamento a Riyadh non corrispondano all’effettiva messa in discussione del processo di distensione in corso. Stati Uniti e Iran rimangono rivali in una lunga lista di teatri, dalla Siria all’Afghanistan; tuttavia, la loro rivalità pare assumere, oggi, contorni più ‘realpolitici’ che nel passato, permettendo anche spazi di collaborazione all’interno di quello che potrebbe essere definito un modello di ‘coesistenza competitiva’.

Il rimescolamento geopolitico che ha interessato il Medio Oriente e il Medio Asiatico a partire dal 2001 ha, infatti, contribuito ad accrescere la rilevanza geopolitica di un Iran in qualche misura marginalizzato dalle scelte dell’élite rivoluzionaria. Complici anche gli errori compiuti da Washington negli anni della ‘Global War on Terror’, Teheran, in questo periodo, ha aumentato in modo significativo la sua presenza, oltre che in Libano (dove Hezbollah è un soggetto centrale del panorama politico sin agli anni della guerra civile), in Siria, in Afghanistan e in Iraq. L’Iran è divenuto così un soggetto importante per la stabilità di tali Paesi; così importante da essere divenuto – almeno per il governo iracheno – anche troppo ingombrante. Negli ultimi mesi, anche alla luce dell’allentarsi della minaccia rappresentata dalle milizie dello ‘Stato Islamico’, il Primo Ministro al-Abadi si è, infatti, attivamente mosso per cercare di ridimensionare il peso che Teheran aveva acquisito negli affari interni iracheni negli anni del governo di Nuri al-Mailiki e per rilanciare la partecipazione alla vita pubblica della parte sunnita della popolazione, largamente penalizzata negli anni successivi alla caduta di Saddam Huissein e alla fine del mandato della Coalition Provisional Authority a guida statunitense.

In questa fase di profondi cambiamenti, Teheran si è mossa con cautela, forte anche del ruolo che è riuscita a ritagliarsi nel Paese e che (forse) nemmeno Washington è pronta a mettere in discussione. In questo senso, il pragmatismo di Hassan Rouhani (che è stato da poco confermato alla presidenza per un secondo mandato) sembra mirare anzitutto a rafforzare le posizioni acquisite nel turbolento passato accettando, a questo fine, anche un loro parziale ridimensionamento. Tutti ciò considerando che, sullo sfondo, continua ad aleggiare la questione della successione al ruolo di Guida Suprema, che i dubbi sullo stato di salute dell’attuale Rahbar, Ali Khamenei, concorrono ad alimentare. I margini di incertezza sono, quindi, parecchi. In un futuro più o meno prossimo, la volontà espressa dal Segretario alla Difesa, James Mattis, di giocare un ruolo più attivo in una lunga serie di crisi regionali (prima fra tutte quella in Afghanistan) non potrà non portare la rotta di Washington a incrociare nuovamente quella dell’Iran. Sarà forse questo il vero banco di prova della politica mediorientale dell’amministrazione Trump e – soprattutto – il redde rationem di una politica che, sino a oggi, sembra cercare di celare dietro le dichiarazioni roboanti le divergenze profonde che esistono alla Casa Bianca.

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