martedì, Agosto 11

Venezuela: un gioco a tre per la pace? L’uscita da una crisi che minaccia di precipitare sarebbe forse agevolata da un accentuato coinvolgimento della Cina nel confronto-scontro tra Stati Uniti e Russia

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Ad un nuovo scontro tra grandi potenze nel Centroamerica, che si profilava all’orizzonte almeno dallo scorso autunno, si sta forse davvero arrivando, con tutti i connessi allarmi per la pace nel mondo in generale. Scontro diretto o indiretto, infatti, ma con possibile uso delle armi in entrambi i casi come, nel secondo, avviene da tempo in terra ucraina e avvenne in terra spagnola un’ottantina di anni fa, alla vigilia della massima, finora, carneficina planetaria. Sperando quindi, tanto più nel primo eventuale caso, che la ragionevolezza prevalga senza troppi indugi come accadde nella crisi di Cuba, tra Stati Uniti e Russia sovietica, in un passato meno lontano.

Stavolta al posto dell’isola già di Fidel Castro c’è il Venezuela già guidato da un altro defunto portabandiera dei latinos anti yankee, Hugo Chavez. Il suo meno carismatico successore, Nicolas Maduro, lotta per salvare un regime reso pericolante da una disastrosa crisi economica e dalla conseguente ribellione interna. Che ha portato il Parlamento di Caracas a sostenere il proprio presidente e leader dell’opposizione, Juan Guaidò, autoproclamatosi capo dello Stato ad interim in luogo di Maduro ottenendo il riconoscimento di gran parte dell’Occidente, USA in testa, e della stessa America latina.   

Forte, sinora, della fedeltà dell’esercito, il suo avversario gode invece dell’appoggio soprattutto russo, ossia di un vecchio amico del regime schieratosi più che mai a sua difesa in seguito all’escalation dei contrasti ad ampio raggio tra Mosca e Washington. Accenni di questi due governi a concertarsi ai fini di un contenimento e possibile superamento della crisi interna del Paese non sono mancati, al suo inizio, contribuendo forse a far sì che essa non sembrasse irrimediabilmente destinata a sfociare in vera e propria guerra civile.

L’inconciliabilità delle contrapposizioni interne ed esterne si è però rivelata, almeno per il momento, proibitiva, trovando del resto un suggello nella paralisi registratasi al riguardo in sede ONU. Nella duplice votazione del 28 febbraio scorso al Consiglio di sicurezza la proposta di risoluzione americana, che sollecitava un “pacifico ripristino della democrazia” in Venezuela mediante elezioni presidenziali “libere, eque e credibili” (a differenza, secondo Washington, di quelle truccate che avrebbero riconfermato Maduro nel maggio 2018), ha ottenuto la maggioranza richiesta dei consensi (9 voti su 15) ma è stata vanificata dal ricorso russo e cinese al diritto di veto.

Bocciata è stata anche la proposta russa (con solo 4 voti a favore, 7 contrari e 4 astensioni) ostile a qualsiasi ingerenza straniera negli affari interni venezuelani e tanto più a qualsiasi minaccia di uso della forza, come quella ventilata da Donald Trump dichiarando che per Washington tutte le opzioni restavano aperte nei rapporti con Caracas. Maduro, dal canto suo, aveva chiuso le porte agli aiuti alimentari, sanitari, ecc. inviati dagli USA definendoli parte di un complotto per rovesciare il legittimo governo del Paese.

Nel frattempo Mosca continuava ad aiutare il presidente amico anche comprando petrolio dalla compagnia statale venezuelana già soggetta ad embargo americano, e l’11 marzo veniva castigata da sanzioni inflitte alla banca russa che finanziava tali acquisti, anche per ammonire implicitamente chiunque, russo o no, commettesse analoghe infrazioni.  A danno, queste, di un popolo defraudato del proprio patrimonio da parte di un regime inetto e corrotto, come tuittava per l’occasione John Bolton, consigliere di Trump per la sicurezza nazionale.

Lo stesso giorno il segretario di Stato Mike Pompeo ordinava il ritiro di quanto rimaneva a Caracas del corpo diplomatico americano dopo un parziale richiamo in patria in febbraio. Tutto ciò non impediva al Cremlino, verosimilmente preoccupato di scongiurare un atto di forza americano, di proporre o accettare un tentativo di dialogo affidato al vice ministro degli Esteri Sergej Rjabkov, un incontro del quale con l’inviato speciale USA per il Venezuela, Elliott Abrams, ha avuto luogo il 19 marzo a Roma.

Nella capitale italiana Abrams ha potuto intrattenersi anche con rappresentanti di uno dei pochi governi occidentali che non hanno riconosciuto Guaidò come legittimo presidente. Non si sa con quanto costrutto, mentre il colloquio più importante è chiaramente servito a poco, per non dire nulla. Secondo l’inviato americano è stato ‘utile’ e ‘concreto’, fruttando una «migliore comprensione delle rispettive vedute» che rimangono però diverse.

Il russo ha parlato di uno scambio ‘difficile’ ma almeno ‘franco’, augurandosi ad ogni buon conto che gli USA prendano sul serio «i nostri punti di vista e ammonimenti» ad astenersi da interventi militari. Quanto alle reazioni, Washington ha imposto nuove sanzioni al Venezuela, e più precisamente ad una società mineraria di Stato, mentre Trump ha ribadito la linea delle opzioni sempre aperte e minacciato sanzioni ulteriori e ancor più pesanti.

Si contava evidentemente che il regime chavista venisse abbattuto da forze domestiche, magari con qualche supporto esterno non troppo plateale. Oltre che, preferibilmente, grazie al passaggio dell’esercito dalla parte dei ribelli, apertamente auspicato da Washington. E’ stato invece Maduro a imprimere una svolta al confronto interno, forse incoraggiato dall’arrivo a Caracas, il 23 marzo, di due aerei russi con a bordo un centinaio di militari, probabilmente appartenenti a reparti speciali e a servizi di sicurezza cibernetica, come sospettato da parte americana e indirettamente confermato da Mosca.

Pompeo aveva subito chiamato Lavrov al telefono per avvisarlo che gli USA, e anche altri governi della regione, non sarebbero rimasti inerti di fronte a mosse russe tali da esacerbare la tensione in Venezuela, sentendosi replicare con accuse agli USA di tramare ai fini di un colpo di Stato nel Paese. Si faceva poi sentire anche Mike Pence, vice presidente USA, denunciando l’”inaccettabile provocazione” russa, seguito dallo stesso Trump che intimava seccamente alla Russia, il 27 marzo, di andarsene dal Venezuela.

Ciò nonostante Maduro, che una settimana prima aveva ordinato l’arresto di uno dei più stretti collaboratori di Guaidò, faceva proclamare il 28 marzo l’ineleggibilità per 15 anni a qualsiasi carica pubblica del rivale, che di ritorno da un giro di visite all’estero aveva dichiarato che il regime era sull’orlo del collasso. Ne deriva l’inevitabile impressione di una fine imminente della guerra di posizione in corso da mesi e di un’altrettanto vicina resa dei conti quanto meno interna, ma con la connessa prospettiva di interventi più o meno aperti e comunque di più o meno forti contraccolpi esterni.

La parola sembra dunque destinata a passare dalla diplomazia, finora inconcludente se non proprio inoperosa, ad altri strumenti politici ancor meno rassicuranti. Sempre che, stavolta, tra le parole così spesso in libertà pronunciate dall’attuale inquilino della Casa bianca non dimostri di meritare più credibilità di altre quella gettata lì il 30 marzo, con il suo stile ineffabile, ai giornalisti comprensibilmente assetati appunto di qualche rassicurazione.

«Bisognerà probabilmente che ne parliamo ad un certo punto», ha detto infatti Trump, «ne parlerò con un sacco di gente, forse con il presidente Putin, forse con il presidente cinese Xi». Non sarebbe neppure una grande novità, come sappiamo, dati i più abboccamenti già avuti almeno col ‘nuovo zar’ su vari temi, e peraltro senza esiti apprezzabili come del resto il più recente vertice con l’omologo nordcoreano.

Sarebbe invece una novità il coinvolgimento della Cina, praticamente senza precedenti in una scottante crisi internazionale al più alto livello di potenza. Impegnatissima come ben si sa sul terreno economico a raggio planetario, Pechino infatti ha evitato sinora di schierarsi o comunque cimentarsi su quello politico, fatta eccezione per le questioni che più strettamente riguardano i suoi interessi nazionali.

Sulle altre, quando e dove è stata chiamata a pronunciarsi, non ha per lo più mancato di farlo, esplicitamente o implicitamente, attenendosi tuttavia, di regola, ad alcuni principi nei quali fortemente crede, primo fra tutti quello dell’intangibilità delle sovranità e integrità nazionali. L’amicizia e la semi alleanza con Mosca, ad esempio, non le hanno impedito di negare il proprio riconoscimento all’annessione russa della Crimea e agli staterelli pseudo indipendenti nati sotto protezione russa intorno alla Federazione a spese di Paesi vicini.

Ora però le cose cominciano forse a cambiare, proprio sullo scacchiere centro-americano e con le altre due maggiori potenze mondiali in avanzata rotta di collisione. Pechino non aveva atteso il goffo accenno  a svolgere un ruolo politicamente rilevante nella crisi venezuelana, benchè mossa in partenza da interessi economici tutt’altro che marginali.

Nonostante il già citato voto all’ONU del 28 febbraio la Cina non può considerarsi pura e semplice fiancheggiatrice della Russia nei rapporti con un Paese in cui è cospicuamente presente, come Mosca, ormai da un ventennio, da quando cioè vi salì al potere Chavez. Con scambi commerciali che la vedono al secondo posto dopo gli Stati Uniti, con ingenti investimenti e prestiti e un preminente interesse per il settore petrolifero, essendo la Cina grande importatrice di “oro nero”, combustibile in declino quanto si voglia, e il Venezuela massimo detentore mondiale di riserve di greggio.

Quando Pechino sostiene e ribadisce l’inaccettabilità di qualsiasi ingerenza straniera negli affari interni del Paese respinge certo, in primo luogo, l’apparente riesumazione (se ce n’era bisogno) della Dottrina Monroe da parte americana ma puntualizza un concetto generale che riguarda o può riguardare anche Mosca. Lo ha fatto ultimamente il ministro degli Esteri Wang Yi anche l’8 marzo scorso, parlando al parlamento cinese, e un suo portavoce è tornato a precisare ancor più di recente che il conflitto interno deve essere risolto soltanto dal popolo venezuelano.

Scendendo dagli alti principi alla pratica politica, Pechino si è vista costretta, per non indisporre Mosca almeno in questa fase, a smentire di avere avviato trattative con l’opposizione venezuelana, ma qualche contatto deve esserci stato dato che Guaidò non ha affatto nascosto di guardare con vivo interesse anche alla Cina e che un suo rappresentante si apprestava a partecipare, con grandi speranze, alla sessione annuale della Banca interamericana per lo sviluppo che doveva svolgersi proprio in Cina a fine marzo.

Il governo cinese ha finito col negargli il visto d’ingresso dietro presumibile pressione russa, mentre la sessione stessa è stata annullata (caso senza precedenti) a causa di una pressione in questo caso degli USA sui governi latino-americani in maggioranza troppo ben disposti, secondo Washington, verso Pechino. La quale ha replicato a sua volta inviando a Caracas medicinali per 65 tonnellate, dieci volte più di quanto pervenuto un mese prima dalla Russia, a compensare anche simbolicamente il rifiuto dell’offerta americana.

Secondo l’ex presidente colombiano Juan Manuel Santos, premio Nobel per la pace 2016, per risolvere la crisi venezuelana sarebbe necessario negoziare per una transizione rapida e pacifica che comportasse tra l’altro una dignitosa uscita di scena di Maduro escludendo comunque qualsiasi intervento straniero nel Paese, che sarebbe ‘il peggiore di tutti gli errori’.

Una più decisa entrata in gioco della Cina, benchè oggettivamente ingombrante se non proprio indigesta per i due grandi protettori e contendenti esterni, rischierebbe certo di complicare inizialmente le cose ma prometterebbe probabilmente di agevolare una distensione e al limite una soluzione pacifica apprezzabile non solo per il continente americano.

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