martedì, Settembre 29

Venezuela tra interventismo e diritto internazionale Dopo la riunione del Gruppo di Lima tutti i perché in forza del quale il diritto internazionale potrebbe azzannare Maduro, ma molto probabilmente la comunità internazionale non lo farà, ne parliamo con Nicola Bilotta e Giuseppe Nesi

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La crisi socio-politica che vede protagonista il Venezuela, conteso tra il Presidente eletto – ma delegittimato da più Paesi – Nicolás Maduro e l’auto-procalmatosi Presidente ad interim Juan Gauidó, si è arricchita di un altro capitolo sul fronte diplomatico e politico. Ieri, infatti, a Bogotà, capitale colombiana, si è riunito il Gruppo di Lima, l’organizzazione multilaterale a cui aderiscono la maggior parte Paesi latinoamericani e il Canada, istituita nell’agosto del 2017 proprio per far fronte alla crisi venezuelana. Concluso il vertice, i rappresentanti degli Stati membri hanno rilasciato una dichiarazione congiunta a sostegno del processo di transizione democratica e ricostruzione del Venezuela. Oltre a ribadire il sostegno per  lo svolgimento di elezioni «libere ed eque» e la contrarietà all’uso della forza per spodestare il regime chavista, nel comunicato è presente anche un appello alla Corte Penale Internazionale (CPI). Nel quinto dei 18 punti totali di cui è composta la dichiarazione, infatti, si legge: «[I Governi degli Stati membri, ndr] Decidono di chiedere alla Corte Penale Internazionale a prendere in considerazione la grave situazione umanitaria in Venezuela, la violenza criminale del regime di Nicolás Maduro contro i civili e il rifiuto di accesso agli aiuti internazionali, che costituiscono un crimine contro l’umanità, nel corso del procedimento che viene condotto sotto la domanda presentata da Argentina, Canada, Colombia, Cile, Paraguay e Perù, il 27 settembre 2018, e successivamente approvato dal Costa Rica e dalla Francia e accolto dalla Germania».

Al vertice colombiano hanno anche partecipato Gauidó, che il Gruppo ha riconosciuto come Presidente del Venezuela subito dopo gli eventi del 23 gennaio scorso, e il vice Presidente americano, Mike Pence: una presenza simbolica che, unita alla dichiarazione, punta ad aumentare al massimo la pressione nei confronti del leader chavista, che sabato scorso ha fatto incendiare due convogli che stavano provando ad entrare nel Paese carichi di cibo e medicinali per far fronte alla grave depressione in cui versa l’intera comunità venezuelana.

Inoltre, sempre ieri, la ‘CNN’ ha fatto sapere che gli Stati Uniti avrebbero sollecitato una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Venezuela da svolgere nella giornata odierna alle 15.00 – ora locale – a New York.

Intanto, in un’intervista esclusiva per l’emittente americana ‘abc News’, Maduro ha dichiarato che «il Governo estremista del Ku Klux Klan diretto da Donald Trump vuole fare una guerra per il petrolio e vuole molto di più del solo petrolio».

La situazione, dunque, è in evoluzione e per delinearla al meglio sia dal punto di vista geopolitico e diplomatico sia sul piano del diritto internazionale abbiamo contattato Nicola Bilotta, ricercatore presso lo IAI (Isitituto Affari Internazionali), e Giuseppe Nesi, professore di Diritto Internazionale presso l’Università di Trento, già consigliere giuridico del Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella 65ª sessione, dal 2010 al 2011.

Diciamo che il documento rilasciato ieri dal Gruppo di Lima rientra in linea di continuità con quanto espresso fino ad adesso da questo gruppo di Stati”, dice Bilotta, “sicuramente in un momento in cui la situazione del Paese peggiora di giorno in giorno, rimane un documento importante perché sancisce la volontà, soprattutto delle grandi potenze latinoamericane, di portare avanti un processo basato su una transizione non violenta”.

Il richiamo alla Corte Penale Internazionale presente nella dichiarazione congiunta di Bogotà, però,  fa emergere delle criticità e, contemporaneamente, fa sorgere un dubbio: come potrebbe essere attaccabile Maduro dal punto di vista del diritto internazionale e, precisamente, quali norme avrebbe violato al momento?

Maduro si è reso responsabile, secondo quello che è noto, di una serie di operazioni che sono state condotte contro la stessa popolazione venezuelana, da qui, però, ad immaginare che debba rispondere per uno dei crimini – come i crimini contro l’umanità, di cui si parla nella dichiarazione – per i quali è competente la CPI, è discutibile”, spiega Nesi, “È sicuro, invece, che si sia reso responsabile di operazioni, anche violente, contro la popolazione civile che protestava per le terribili condizioni nelle quali è costretta a vivere. Si tratta tuttavia di operazioni che, per quanto criticabili da parte della comunità internazionale, sono poste in essere da un Presidente eletto dal popolo venezuelano e dal suo Governo”. Secondo il professore di Trento, infatti, la posizione del Gruppo di Lima “è politica poiché “più che basarsi sull’eventuale commissione di crimini internazionali tende piuttosto ad enfatizzare i comportamenti tenuti dal regime di Maduro contro la popolazione venezuelana, e cioè il venire meno del regime chavista agli obblighi di prevenzione e di protezione rispetto ai propri cittadini”.

Date queste premesse, un intervento militare sembra non essere ipotizzabile e non sarebbe giustificato neanche dal diritto internazionale, ma potrebbero esserci delle soluzioni che permetterebbero di sbloccare la situazione. “La questione potrebbe porsi in maniera diversa se, invece, s’invocasse la violazione della ‘responsabilità di proteggere’ da parte di Maduro, un principio secondo il quale uno Stato ha l’obbligo di proteggere la propria popolazione rispetto alla commissione di gravi crimini”, afferma ancora Nesi, “se lo Stato è incapace o non vuole adempiere a questo obbligo, o addirittura pone in essere i suddetti crimini, la comunità internazionale potrebbe decidere, attraverso una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, di usare “qualsiasi mezzo” per fare cessare i crimini”.

L’ipotesi dell’intervento militare, però, è quanto mai rischiosa e sarebbero ingenti le conseguenze derivanti da un conflitto armato che potrebbe protrarsi per molto tempo. “L’intervento militare in Venezuela sarebbe una catastrofe sotto tutti i punti di vista”, afferma il ricercatore IAI, “prima di tutto perché il Venezuela al proprio interno è molto polarizzato, nel senso che sicuramente la maggioranza dei venezuelani è a favore di un cambiamento e vorrebbe delle elezioni democratiche libere e, forse, un cambio di Governo a favore di Guaidó o di un altro partito di opposizione. Allo stesso tempo, però, Maduro può ancora contare su supporto di una parte della popolazione, viste anche le manifestazioni a supporto del suo Governo che hanno caratterizzato Caracas”.

Per giustificare un intervento militare è necessario che le situazioni vengano provate e cristalizzate e se da una parte molti Stati accusano il regime chavista di aver completamente mandato in rovina l’economia del Paese e, di conseguenza, ridotto allo stremo la popolazione, dall’altra, Maduro nega ogni accusa e smentisce la notizie riguardanti la grave crisi sanitaria che attanaglia i suoi concittadini. “Per quel che riguarda l’intervento militare, non trattandosi di legittima difesa, sarebbe necessaria una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che conti sul sostegno di almeno nove dei quindici membri del Consiglio, inclusi i membri permanenti”, dice Nesi, “se escludiamo l’autorizzazione del CdS, l’altra ipotesi in cui si potrebbe immaginare un legittimo intervento è quello del ‘consenso dell’avente diritto’; ma in una situazione come quella venezuelana di oggi anche questa ipotesi appare difficilmente percorribile dal momento che è in atto una lotta per il potere tra Maduro e Guaidó. Chi dovrebbe chiedere l’intervento? E comunque l’intervento militare costituisce un’extrema ratio”.

La questione si fa più spinosa date anche  le divisioni in seno ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, con Cina e Russia che sostengono Maduro e seguono una linea anti-interventista e USA, Francia e Regno Unito che spingono per soluzioni immediate e puntano alla detronizzazione di Maduro, cosa, peraltro, già formalmente fatta dato che le potenze occidentali hanno riconosciuto l’autorità di Juan  Guaidó. Un’altra ipotesi, però, si potrebbe fare spazio nell’imminente CdS convocato a New York e sulla quale convengono i due intervistati: l’uso di una scorta armata per far entrare gli aiuti umanitari in Venezuela. “Gli USA potrebbero cercare di portare avanti una politica di imposizione dell’arrivo di aiuti umanitari nel Paese, magari cercando di far scortare i convogli che portano medicine e cibo in Venezuela”, afferma Bilotta a cui fanno eco le parole di Nesi, “gli americani e il gruppo occidentale, per esempio, potrebbero annunciare –  constatata la persistente crisi e l’impossibilità di risolvere la questione con altri mezzi e visto che lo stesso regime di Maduro utilizza la forza armata al confine con la Colombia per distruggere gli aiuti umanitari – di volere scortare, anche attraverso contingenti militari, gli aiuti umanitari, il che non significa ovviamente bombardare il Venezuela, ma piegare quantomeno la posizione di Maduro su questo punto”.

Consentire l’ingresso degli aiuti in Venezuela, anche con l’uso della scorta armata, sarebbe però una delegittimazione dell’autorità di Maduro. “Certo, è chiaro che sarebbe un forte attentato alla posizione del leader chavista, il quale non può tollerare una cosa di questo genere”, continua il professore, “ciò potrebbe dar luogo ad altro tipo di incidenti, perché può essere che venga ordinato all’esercito venezuelano di non permettere comunque l’accesso al territorio dello Stato, con tutte le conseguenze che ne potrebbero scaturire”. Dello stesso avviso Bilotta, “questo, ovviamente, porterebbe ad un’escalation della tensione, perché abbiamo visto questo weekend che l’Esercito venezuelano ha risposto con fermezza ai tentativi di far passare dei convogli dalla Colombia o dal confine brasiliano”.

Proprio la fedeltà delle FANB (Fuerza Armada Nacional Bolivariana) al regime chavista è uno degli elementi da tenere in considerazione per quanto riguarda un eventuale conflitto. “L’establishment dell’Esercito, rappresentato dagli alti ufficiali, non sembra ancora essersi discostato da Maduro”, continua Bilotta, “l’Esercito è preparato e con armi e tecnologie comprate da Cina e Russia, quindi non si tratta di un gruppo di disperati, ma di uno Stato con una forte capacità militare. E soprattutto, con Chavez e poi con Maduro, si sono create le guardie civili, questa sorta di gruppi paramilitari, che sarebbero in grado di accedere a delle armi per opporre resistenza in caso di invasione straniera”.

Date le forze in campo, dunque, una guerra avrebbe delle conseguenze devastanti a livello regionale e potrebbe scatenare flussi migratori ancora maggiori di quelli avuti fino ad oggi. Si stima, infatti, che 3 milioni di venezuelani abbiano abbandonato il loro Paese e si siano riversati nei Paesi limitrofi. Tra questi, i più colpiti dall’ondata migratoria venezuelana sono Colombia e Brasile, che sembrano giocare ruoli differenti all’interno della partita contro il regime chavista, sebbene abbiano in comune l’obiettivo di spodestare Maduro.

La Colombia è sempre stata un Paese geopoliticamente cruciale per gli Stati Uniti nella regione latinoamericana”, spiega Bilotta, “nel senso che dagli anni 2000, quando gli americani hanno finanziato con grandi risorse il Governo colombiano per combattere sia i trafficanti di droga sia le FARC e altri gruppi paramilitari, la Colombia è sempre stata un Paese conservatore con Governi sempre di centro/centro-destra. Gli americani, inoltre, hanno investito per addestrare l’Esercito colombiano per far sì che questo sia uno dei più preparati nella regione”.

La posizione del Brasile, invece, è ambigua, nonostante le dichiarazioni del Presidente Jair Bolsonaro, il quale ha sempre detto di voler sottomettere Maduro. “Penso che Bolsonaro sia consapevole che un intervento militare in Venezuela creerebbe a valanga dei problemi in tutta la regione”, dice l’analista IAI, un’instabilità crescente dovuta a migrazioni e ad un intervento a lungo termine che, ovviamente, avrebbe delle ripercussioni sociali ed economiche. Quindi, secondo me, Bolsonaro, nonostante sia uno strenuo oppositore di Maduro, innanzitutto per una questione ideologica, potrebbe non essere di supporto ad un intervento militare americano”.

A determinare il futuro del regime venezuelano, però, non saranno solo le prese di  posizione dei singoli Stati, ma anche gli esiti derivanti dalle nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti che, differentemente da quelle emesse in precedenza che ricadevano sui singoli membri del Governo o sulle aziende statali, ora vanno a toccare direttamente l’accesso ai mercati finanziari da parte dell’Amministrazione Maduro e delle società sotto il suo controllo. “Queste nuove sanzioni messe in campo pochi giorni fa rappresentano un nuovo salto di qualità, perché gli USA sono il principale partner dell’export di petrolio venezuelano che rimane la risorsa unica e fondamentale per il Governo venezuelano sia per accedere a valuta estera sia per autofinanziarsi”, spiega ancora Bilotta, “il problema è che questo tipo di sanzioni non ha solo impatto sul Governo, ma si ripercuote sulla popolazione, dato che il Governo venezuelano, fin dati tempi di Chavez ha attuato delle politiche sociali molto forti, quindi, il popolo venezuelano vede mancare un ulteriore fonte di stanziamento”.

Si aspetta, dunque, un passo falso di Maduro che sarebbe la scintilla per dare il via ad un intervento concreto in Venezuela. “Esatto, infatti, secondo me è questa la ragione per cui non si è intervenuti”, conclude il professor Nesi, “al di là del fatto che l’intervento militare è sempre una cosa molto impegnativa e complicata e le esperienze degli ultimi anni, specie in Iraq, fanno sì che gli USA siano molto prudenti ad immaginare interventi armati unilaterali, e soprattutto – alla luce della storia – in America Latina”.

 

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