giovedì, Dicembre 12

Venezuela: referendum contro Maduro

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Venezuela.
Circa sette milioni, dei diciannove milioni e mezzo di cittadini del Paese, si sono recati a votare al referendum informale voluto dalle opposizione, ma non riconosciuto dal Governo, contro il progetto di riforma costituzionale del Presidente Nicolás Maduro. A scrutinio quasi concluso, il 98% dei votanti si è espresso contro la riforma che, nelle intenzioni del Presidente, spoglierebbe di poteri il Parlamento, dove la maggioranza è attualmente in mano alle opposizioni.
Le votazioni si sono svolte nell’atmosfera di caos e violenza che, oramai da mesi, è divenuta normalità nel Paese: a quanto pare, ci sarebbero anche due vittime nel seggio di Catia, a Caracas, dove, secondo fonti dell’opposizione, uomini armati avrebbero fatto irruzione durante le fasi di voto. La situazione di grande disordine che domina nella capitale rende impossibile avere ulteriori notizie o riscontri.
Il principale esponente dell’opposizione in Parlamento, Julio Borges, ha dichiarato che questo voto è, di fatto, una sospensione della fiducia dei venezuelani al Governo Maduro. In realtà, i sette milioni di voti ricevuti, rappresentano una flessione rispetto ai sette milioni e mezzo delle ultime elezioni. Inoltre, il Governo non riconosce la legittimità della consultazione e, molto probabilmente, non terrà in alcun conto il risultato del voto.
La comunità internazionale, intanto, si è mobilitata: se la Spagna chiede all’Unione Europea di adottare sanzioni contro Maduro, la Germania ha adottato una linea più morbida chiedendo al Presidente, alla luce del voto popolare, di riconsiderare l’opportunità di proseguire con il suo progetto di riforma costituzionale.
Nel frattempo, il Governo di Caracas ha dichiarato ‘persona non gradita’ l’ex-Presidente del Messico, Vicente Fox, accusandolo di essere venuto in Venezuela per fare propaganda a favore della violenza e del disordine (ovvero delle opposizioni) e per favorire le interferenze straniere negli affari del Paese.

Turchia.
Dopo le commemorazioni di ieri, ad un anno esatto dal tentativo di Colpo di Stato che, fallendo, ha spalancato le porte alla stretta sul potere da parte del Presidente Recep Tayyip Erdoğan, il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha chiesto il prolungamento dello stato di emergenza di altri tre mesi. La proposta è stata approvata dal Parlamento di Ankara.
Lo stato di emergenza, in vigore ormai da un anno, è stato il principale strumento con cui Erdoğan ha trasformato (e sta continuando a trasformare) la Turchia in uno Stato autoritario: dai giorni immediatamente successivi al fallito attacco al potere ad oggi, sono state arrestate più di cinquantamila persone, una vera e propria purga ai vertici di Forze Armate, Polizia, Amministrazione, Magistratura e Accademia. In questo modo, Erdoğan ha stretto i suoi artigli sulla Turchia allontanandola sempre di più dall’Europa.

Corea.
Da Seul, a sorpresa, arriva una proposta rivolta a Pyongyang: costituire un tavolo per le trattataive militari che superi lo stato di conflitto permanente che affligge i Paesi dal 1953, anno della finde della Guerra di Corea. L’incontro, che dovrebbe avvenire il 21 luglio e che dovrebbe svolgersi in territorio nord-coreano (un ulteriore messaggio di buona volontà da parte del Governo del Sud), rispecchia la nuova strategia di Seul e del suo Presidente, Moon Jae-In, che punta ad una distensione tra i due Paesi.
Inoltre, esiste una proposta per facilitare la riunione delle famiglie che, alla fine della guerra, rimasero divise dal 38° Parallelo.
Per ora, non risulta che sia arrivata nessuna conferma da parte di Pyongyang.

Da Bruxelles, dalla riunione del Consiglio Europeo sulla crisi dei migranti, arriva la notizia del rinnovo della missione Sophia che, nelle intenzioni dell’Unione Europea, dovrebbe colpire il traffico di esseri umani attraverso il Mediterraneo soprattutto attraverso l’addestramento della Guardia Costiera libica. Per migliorare l’efficacia della missione, il Belgio ha chiesto che alle navi della missione sia permesso di accedere alle acque territoriali libiche.
Si è parlato, inoltre, del codice di condotta per le Organizzazioni Non Governative (ONG) voluto dall’Italia per evitare che queste ultime non favoriscano, più o meno intenzionalmente, il traffico dei migranti. Si attende, a breve, la versione definitiva del codice per le ONG.
Apprezzamenti per le proposte italiane sono state espresse dall’Austria. Nei giorni scorsi si era tornato a sentir parlare di blocco del passo del Brennero, ovvero, dell’antica frontiera italo-austriaca. Oggi è arrivata la smentita: dopo la richiesta italiana di modifiche dei regolamenti sulla gestione dei migranti, in modo da non essere costretti a sbarcare tutte le persone salvate nei porti della penisola, l’Austria ha sospeso la discussione sulla chiusura del Brennero. Secondo Vienna, si sta finalmente andando nella direzione giusta ed è necessario che l’Europa sostenga l’Italia e collabori per chiudere la rotta mediterranea ai trafficanti.
Posizione simile è stata espressa anche dalla Slovacchia. Sembra che, passato il momento delle discussioni aspre che mesi fa erano arrivate a rimettere in discussione il Trattato di Schengen, i Paesi dell’area centro-orientale dell’UE si stiano rendendo conto di quanto sia necessaria una collaborazione effettiva sul tema. Ora sarà necessario attendere per capire se i ventisette membri dell’Unione saranno in grado di trovare effettivamente un accordo.
L’altra questione calda europea è la Brexit.
Oggi inizia il secondo incontro di negoziazione tra Londra e Bruxelles: i rappresentanti UE si aspettano che vengano fatti passi avanti sui diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna e, soprattutto, sugli obblighi finanziari che Londra, uscendo dall’Unione, vorrebbe considerare decaduti. Il Ministro degli Esteri inglese, Boris Johnson, è tornato a parlare della proposta britannica per i cittadini UE definendola “una buona proposta”; il Parlamento di Bruxelles, però, si era già espresso, tramite i rappresentanti di tutti i principali gruppi politici, contro il progetto del Governo di Theresa May. Proprio all’interno del Governo inglese, tra l’altro, si acuisce lo scontro tra i fautori della Hard Brexit e quelli della Soft Brexit: oggi il Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, ha criticato duramente gli oltranzisti e ha chiesto che la separazione dall’Unione avvenga in maniera graduale per evitare danni all’economia inglese.
Altri spettri di divisione si agitano per l’Unione Europea.
Gli indipendentisti catalani, che controllano il Governo locale, hanno indetto per il 1° ottobre un referendum per l’indipendenza da Madrid. Secondo la legge spagnola, questo referendum è illegale perché mina l’unità dello Stato ma gli indipendentisti sono determinati nell’andare avanti. Oggi il Capo della Polizia Regionale, Albert Battle, si è dimesso per il suo rifiuto di utilizzare gli uomini delle sue unità in un servizio di sicurezza durante il referendum. Non si tratta della prima ‘vittima’ degli indipendentisti: la stessa sorte, e per le stesse ragioni, era toccata al responsabile degli affari interni, Jordi Jané.

Mentre in Siria le truppe curde ed arabe, sostenute dall’aviazione statunitense, continuano ad avanzare sulla roccaforte islamista di Raqqa, dal Kurdistan iracheno arriva la notizia quasi certa, diffusa da fonti dei Servizi Segreti, secondo cui il sedicente califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, sarebbe quasi certamente vivo, dopo la caduta di Mosul, e si troverebbe proprio a Raqqa.
La notizia non è stata confermata.

In Iran è stato arrestato Hossein Fereidon Rohani, fratello del Presidente Hassan Rohani: l’accusa è di crimini finanziari.
Fereidon Rohani, che i critici descrivono come braccio destro ed ombra del Presidente, è stato incarcerato dato che non è in possesso della cifra altissima richiesta per la cauzione (l’equivalente di quindici milioni di euro); dopo un malore, è stato trasferito in una clinica nel nord del Paese.
Secondo alcuni analisti, l’arresto, che arriva proprio mentre il Presidente è impegnato a formare il suo secondo Governo, potrebbe essere frutto di una manovra dei conservatori per screditare il Presidente riformista e farlo apparire corrotto. Se così fosse, l’Iran sarebbe di fronte ad un nuovo livello di scontro politico.

Ancora poleniche sul Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il Presidente, come al solito tramite Twitter, ha difeso suo figlio Donald jr. sostenendo che tutti i politici sarebbero andati ad un incontro con qualcuno che offre informazioni compromettenti su un proprio avversario. L’intervento del Presidente riguarda l’incontro avvenuto in piena campagna elettorale tra suo figlio ed un avvocato russo che gli proponeva informazioni compromettenti sul candidato democratico, Hillary Clinton. Nonostante la sicurezza ostentata da Trump, la questione, nota come Russiagate, rischia di divenire compromettente dato che le voci su una richiesta di impeachment sembrano essere sempre meno fantasiose e più concrete.
Inoltre, Trump deve fare i conti con una fronda interna al proprio partito che si fa sempre più dura. Per ora si è avuto il primo abandono: si tratta del Deputato Joe Scarborough che, duramente criticato dal Presidente per la sua scelta, ha affermato che un partito che, avendo scelto un candidato che non ha nulla a che fare con la propria storia ed essendo rimasto in silenzio di fronte a tutta una serie di interventi scandalosi di quest’ultimo, il Partito Repubblicano si è condannato a morte da solo.
Nel frattempo, arriva la risposta della Russia alla proposta statunitense di far rientrare i diplomatici di Mosca, espulsi dagli Stati di New York e Maryland a causa delle presunte interferenze nel caso Russiagate, in cambio di una qualche forma di compenso. Il Portavoce del Cramlino, Dmitrij Peskov, ha dichiarato che la proposta di Washington è assolutamente inaccettabile e il Ministro degli Esteri della Federazione, Sergeij Lavrov, è arrivato a definire la proposta una “rapina alla luce del sole”.

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