giovedì, Luglio 18

Venezuela: nessun intervento USA? Gli Stati Uniti non appaiono del tutto convinti dalla percorribilità dell’opzione militare

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Il deterioramento sperimentato in questi giorni dalla situazione politica in Venezuela ha riportato la ‘questione Maduro’ in primo piano nell’agenda statunitense. Washington è stata fra i primi a dichiararsi a favore del ‘pronunciamento’ di Juan Guaidó, lo scorso gennaio, e nei giorni successivi non hanno lesinato gli sforzi per favorire la caduta del governo ‘bolivariano’ al potere a Caracas dalla fine degli anni Novanta. La situazione di sostanziale stallo seguita al ‘pronunciamento’, con Nicolás Maduro arroccato al potere e Guaidó alla ricerca di consensi dentro e fuori il Paese, ha rappresentato, da questo punto di vista, uno scacco non irrilevante per la Casa Bianca; ciò anche alla luce del fatto che a favore dell’attuale governo si è subito schierata un’eterogenea coalizione comprendente, fra gli altrui, Russia (da subito la più attiva a favore di Maduro, anche con l’invio di personale paramilitare), Iran, Siria e Cina. Il destino del Paese sudamericano è diventato così una sorta di simbolo dello scontro fra le presunte ambizioni egemoniche di Washington e quanti si oppongono, per varie ragioni, a ciò che considerano di un ordine internazionale ‘unipolare’, totalmente centrato sulla supremazia statunitense.

La piega violenta assunta dagli ultimi avvenimenti sembra avere rotto questo stallo. Dopo gli scontri del 30 aprile, il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha ventilato la possibilità di un intervento militare a sostegno di Guaidó, qualora questo si rendesse necessario. A sua volta, Guaidó ha ricordato come la Costituzione venezuelana attribuisca all’Assemblea nazionale (che sostiene le posizioni di quello che ha riconosciuto come il Presidente ad interim) il potere di ‘autorizzare missioni militari straniere nel Paese’. Le Forze Armate venezuelane (che sinora si sono tenute ai margini dello scontro) appaiono divise fra un’ala ‘maduriana’ e una ‘guaidista’; una situazione che rischia di continuare a tenere fuori gioco un attore il cui ruolo è stato spesso determinante in questo tipo di situazioni. La Russia, infine, dal canto suo, ha già ‘messo le mani avanti’, sottolineando per bocca del Ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, come un eventuale intervento militare statunitense rappresenterebbe una violazione aperta del diritto internazionale e come, in questo contesto, ‘atti aggressivi’ rischino di portare a ‘gravi conseguenze’.

In realtà, lo stesso mondo politico statunitense non appare del tutto convinto dalla percorribilità dell’opzione militare. Fra l’altro, la possibilità di un intervento (ventilata, oltre che da Pompeo, dal Consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton) non sarebbe del tutto gradita ai vertici delle Forze Armate, che ne sottolineano i molti rischi a fronte degli incerti benefici. Anche il Congresso non appare del tutto a suo agio all’idea di un’azione diretta. Da alcune parti è stata ventilata la possibilità di un intervento concordato a livello di Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e condotta da forze regionali. Tuttavia, già negli scorsi mesi, ben prima dell’emergere della sfida lanciata da Guaidó, osservatori accreditati avevano messo in luce i limiti di un’azione militare in Venezuela, giudicata ‘irrealistica e controproducente’. Le dimensioni del Paese, la popolazione e le condizioni logistiche e operative richiederebbero, infatti, un impegno su larga scala e su tempi medio-lunghi; due condizioni che negli Stati Uniti riportano alla mente le poco piacevoli esperienze in Iraq e in Afghanistan e che pongono i loro possibili alleati regionali di fronte a difficoltà economiche e di consenso di non facile superamento.

Ci sono, infine, le implicazioni internazionali. E’ chiaro come, sulla issue venezuelana si stia consumando quella che Politico ha definito ‘l’ultima (in ordine di tempo) ‘guerra per procura fra Stati Uniti e Russia’. Il coinvolgimento di Cuba a sostegno di Maduro e l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale del 2020 giustificano la scelta della Casa Bianca di una linea dura che, fra l’altro, tocca corde sensibili dell’immagine presidenziale. D’altro canto, Mosca (che da qualche anno ha rafforzato il suo attivismo in numerosi teatri) non può rinunciare a sostenere quello che è oggi, in America Latina, il principale campione dell’opposizione all’‘imperialismo yankee’. E’ questa dimensione politica, prima ancora che l’accesso alle importanti risorse energetiche di Caracas, la posta in gioco nel confronto fra Mosca e Washington. Nonostante l’apparente distanza fra le posizioni, tuttavia, il dialogo fra le due capitali prosegue; un fatto che, nonostante prospettive giudicate negative, il ministro Lavrov non ha mancato di sottolineare e che non può non condizionare ogni valutazione in merito a una possibile escalation militare.

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